POSTFAZIONE
La memoria ha cedimenti, qualcosa
appanna gli occhi: sette veli.
Io non ti ricordo - a parte.
Dov'era il volto - bianco vuoto.
Senza lineamenti. Una lacuna, tu:
tutto. (L'anima fitta di ferite -
un solo squarcio.) Marcare i dettagli
con il gesso - ai sarti!
La volta celeste fu creata intera.
Il mare è forse somma degli spruzzi?
Senza segni. In verità, particolare, tu:
tutto. È legame l'amore, non elenco.
Capelli scuri o chiari -
lo dica il tuo vicino - vede, lui.
Si divide la passione - a pezzi?
Non sono né macellaio né chirurgo.
Sei come un cerchio, pieno e intero.
Turbine intero, pieno stordimento.
Non ti ricordo separato
dall'amore. Segno di uguaglianza.
(Nei mucchi piumosi del sogno
- colline, cascate di schiuma! -
non io - nuova, strana all'udito,
la maestà del plurale: noi!)
In compenso, nella stretta, bassa
vita - "la vita così com'è..." -
io non ti vedo insieme
con nessuna:
Vendetta del ricordo.
Marina I. Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale
sabato 13 luglio 2013
martedì 25 giugno 2013
Il treno della vita
Zanna o zampillo, raffica, baleno -
c'è ogni ora un treno per l'eterno.
Arrivo e so solo: stazione.
Non è il caso di sciogliere i fagotti.
Su tutto e tutti: occhi senza sguardo,
indifferenti. Fuori! in salvo!
in terza classe, via dall'afa soffocante
delle sale d'attesa per signore, dall'odore
di polpette riscaldate, guance
intorpidite... Più in là, anima,
avanti, pure nel fango, solo - via!
Via da questa fatale falsità:
di bigodini, pannolini,
calamistri arroventati,
capelli bruciacchiati,
cappelli, cuffiette,
eau-de-toilette,
di felicità volgari,
coniugali (klein wenig!)
- "Dov'è la caffettiera?" -
di biscotti, cuscini, matrone,
di balie, bagni, bonnes.
Non voglio aspettare l'ultima mia ora
in questa scatola di copri femminili.
Voglio che il treno rida e corra:
anche la morte non ha classe!
Allo sbaraglio, a rompicollo, a vuoto, - fino
a stordirsi! "Dio, questa gentaglia!..."
E al pellegrino che racconta: "All'altro mondo..."
senza sapere cosa, urlare: "Meglio!"
c'è ogni ora un treno per l'eterno.
Arrivo e so solo: stazione.
Non è il caso di sciogliere i fagotti.
Su tutto e tutti: occhi senza sguardo,
indifferenti. Fuori! in salvo!
in terza classe, via dall'afa soffocante
delle sale d'attesa per signore, dall'odore
di polpette riscaldate, guance
intorpidite... Più in là, anima,
avanti, pure nel fango, solo - via!
Via da questa fatale falsità:
di bigodini, pannolini,
calamistri arroventati,
capelli bruciacchiati,
cappelli, cuffiette,
eau-de-toilette,
di felicità volgari,
coniugali (klein wenig!)
- "Dov'è la caffettiera?" -
di biscotti, cuscini, matrone,
di balie, bagni, bonnes.
Non voglio aspettare l'ultima mia ora
in questa scatola di copri femminili.
Voglio che il treno rida e corra:
anche la morte non ha classe!
Allo sbaraglio, a rompicollo, a vuoto, - fino
a stordirsi! "Dio, questa gentaglia!..."
E al pellegrino che racconta: "All'altro mondo..."
senza sapere cosa, urlare: "Meglio!"
***
Piattaforma. Traversine. Ultimo ramo
tra le mani. Lo lascio. Tardi
per tenersi. Traverse. Rotaie. Di troppe
labbra esausta. E stelle.
Oltre la luce di tutti i pianeti
ormai scomparsi - chi li ha mai contati? -
vedo soltanto: fine della corsa.
Non è il caso di sciogliersi in singhiozzi.
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale
venerdì 21 giugno 2013
Ascoltate!
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha
bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che
esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle
questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere
meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa
tortura senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
"Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Si?!".
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha
bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
V. Majakovskij
sabato 15 giugno 2013
Alba di perla
La luce rosata a
metà fra notte e giorno parlava chiaro: era giunta l’ora di alzarsi e tagliare
la corda. La prima cosa che pensò Paloma fu che per l’ennesima volta si era
ritrovata con un braccio indolenzito; approfittò dei pochi spiragli di luce per
mettere a fuoco la stanza e, mossa audace e preventiva, disinnescò la sveglia
digitale: non era il caso che si mettesse a suonare e svegliasse la ragazza
accanto a lei, non dopo tutta la premura che stava usando per scivolare via
dalle lenzuola.
Poggiò i piedi nudi sulle mattonelle fredde e andò alla ricerca dei suoi vestiti; recuperò i jeans acquattati sul pavimento, prese i calzini appallottolati e li svolse per infilarli; compì tutte quelle operazioni di abbigliamento con molta cura, nel tentativo di minimizzare il fruscio degli abiti. Mentre s’infilava le scarpe le diede un’occhiata. La tizia stava dormendo e il suo respiro non tradiva alcuno stato cosciente. Non sapeva un bel niente di lei e non aveva alcun motivo valido per restare in quella stanza.
Poggiò i piedi nudi sulle mattonelle fredde e andò alla ricerca dei suoi vestiti; recuperò i jeans acquattati sul pavimento, prese i calzini appallottolati e li svolse per infilarli; compì tutte quelle operazioni di abbigliamento con molta cura, nel tentativo di minimizzare il fruscio degli abiti. Mentre s’infilava le scarpe le diede un’occhiata. La tizia stava dormendo e il suo respiro non tradiva alcuno stato cosciente. Non sapeva un bel niente di lei e non aveva alcun motivo valido per restare in quella stanza.
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