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giovedì 11 dicembre 2014

Se questo fosse un racconto consequenziale

Se questo fosse un racconto consequenziale le cose accadrebbero in maniera ordinata. Con la parola cose intendo eventi semplici, come può essere l’ andare da A a B: dal punto A ci si può muovere soltanto verso B, non esiste che si vada a finire sulla Z, così come da B si arriva a C e da C si va a finire a D. Un diagramma di flusso, un esercizio di logica. Una serie di eventi concatenati. Ho fame quindi mangio, ho sonno quindi dormo. Voglio una cosa, quindi me la prendo.

Recarsi in bagno per lavarsi i capelli può ancora rientrare nella sfera della consequenzialità: ho i capelli sporchi, li lavo; anche indossare gli orecchini e passarsi il rossetto sulle labbra (devo uscire di casa, mi rendo presentabile), meno spruzzarsi addosso il profumo delle grandi occasioni, quello che fa la sua bella figura nella confezione esposta nella vetrinetta del bagno. Un profumo da collezione; questo è più difficile da incastrare nella scaletta. Si suppone che la fermata al fornaio faccia parte delle premesse, il sacchetto con i pezzi di focaccia caldi si inserisce bene nello spazio fra “stavo facendo una passeggiata” e “ti ho pensato mentre ascoltavo il telegiornale”; ci sta proprio comodo, in effetti.

A questo punto tocca inserire un elemento casuale, un bivio. If-then, in programmazione. Se la porta del palazzo è aperta proseguiamo, se la porta del palazzo è chiusa tiriamo dritto facendo finta di niente e poi dietrofront. Tra cento metri svoltare l’angolo. Se questo fosse un racconto consequenziale non avrei nessuna preferenza e compirei quest’ultimo tragitto a passo regolare, nella più totale pace dei sensi. Ma si dà il caso che questo non sia un racconto consequenziale. Fa’ che la porta sia aperta.

La trappola è credere che per un meccanicismo superiore le cose vadano da sé; o più volgarmente convincersi che sì, deve accadere per forza, le premesse ci sono. È logica. Ad ogni livello la convinzione si rafforza sempre più, così il trovare la porta aperta fa nascere una potentissima bolla di sicurezza proprio al centro del petto, dove tengo il sacchetto, e da lì questa si spande tutt’intorno, al punto che nel salire le scale del primo piano non ho paura di formulare il bivio successivo.

Tre piani di scale, un palazzo verniciato di giallino – giallo senape, alquanto appropriato al tono della visita: macchie color senape suona certo meglio di macchie color crema. Nessuno si sognerebbe mai di dire macchie color crema, sarebbero al massimo degli screzi color crema, dei riflessi color crema. Se non c’è nessuno in casa giro i tacchi e torno sui miei passi, se è in casa mi fermerò a parlare, entrerò con nonchalance e offrirò le focacce che ho comprato per strada.

Terza porta a sinistra, oltre il quadro con le barchette in riva al mare, zerbino rettangolare con la cornice rossa. Se questo fosse un racconto consequenziale non avrei nessuna paura di premere il pulsante sopra il nome “Gallo” e non trovare nessuno in casa. Non starei lì per un po’, ferma, per ascoltare cosa succede al di là della porta, capire se c’è qualcuno in casa; dondolarsi sui tacchi; decidere se bussare o suonare il campanello. Il campanello è più formale e questa non è una visita formale. Questa è una visita che necessita di giustificazioni, di conseguenze logiche, di essere legittimata – agli occhi di chi, poi? – e di solito le visite formali non necessitano di questo tipo di cose. Se questo fosse un racconto consequenziale, se avessi accumulato sufficienti premesse da legittimare quello che sto facendo, se fossi cioè sicura di essere esattamente al posto giusto e che nessuno seduto nelle ultime file possa alzarsi e interrompere la dimostrazione dicendo “non è possibile!”, busserei con le nocche un paio di volte e sarei sicura che la porta mi verrebbe aperta senza bisogno di domandare chi è. Suono il campanello.

Eccola qui la consequenzialità, il primum movens di tutta la catena, il motivo per cui bisogna costruire premesse e cercare d’indirizzare le conseguenze. In tutta la sua bellezza androgina, completo di pantofole da casa invernali, grigie. La solita maglietta nera di una taglia più grande, i soliti jeans, le solite braccia ossute. Specialmente – e lì vanno i miei occhi – i soliti capelli senza capo né coda. Prossima mossa: giustificare la visita e spiegare perché sto occupando lo zerbino.

«Ho visto che il Torino vince tre a uno, si qualifica per l’Europa.»

Annuisce con aria grave, oserei dire con partecipazione. Lo sa già, ha passato il pomeriggio a guardare la partita, sappiamo tutti che non ha smesso di fissare il televisore finché l’arbitro non ha sancito la fine. Potrebbe persino aver partecipato all’euforia collettiva del quartiere. Non ha oltrepassato la soglia della porta, perciò non mi sta ricacciando indietro; non ha fatto una piega circa le focacce, perciò non si sta chiedendo cosa diavolo stia facendo lì – o non ritiene legittimo domandarlo ad alta voce. Si tira indietro per farmi passare, vedo che storce il naso quando lo sorpasso. Del resto si sapeva che il profumo sarebbe stato più difficile da far quadrare.

Se questo fosse un racconto consequenziale arrivati a questo punto non ci sarebbe bisogno di spiegare in che modo si giunge al successivo, cosa sottendono le ore successive, cosa succede dopo che le focacce sono state apprezzate, dopo che ci si è detti due parole. Invece non importa che cosa blatera lo studente dell’ultima fila col suo quaderno in mano, tutte le premesse, tutte le menate –chiamiamo le cose col loro nome – sulla legittimità e la logica e la progressione obbligata delle cose non spiegano come mai in questo momento, in questo esatto momento ed in questo luogo preciso qualcuno ha deciso di dire che sì, è giusto comunque, ha deciso di lasciar perdere le dimostrazioni, ha deciso che non gli importa se la strada per passare da F a G prevedeva un’altra sequenza, ha deciso di arrivarci comunque. Se questo fosse un racconto consequenziale la sua camera e il suo cuscino non avrebbero lo stesso profumo della boccetta da collezione che ho tirato fuori prima di uscire.

Ma qual era allora il significato dei tentennamenti davanti alla porta, delle riflessioni sul colore dei muri del palazzo, insomma di tutte le insicurezze che hanno preceduto questo slancio di passione, questa fiducia nell’altro non pienamente legittimata?

Comincio a domandarmelo dopo le prime quarantotto ore, nelle quali non segue nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna comparsata sul mio pianerottolo. Nessuna zazzera di capelli oltre lo spioncino della porta, nessun vassoio di pasticcini sorretto dalle dita più pallide che abbia mai visto. Mi dico che è questione di tempo perché ha scelto di ignorare i motivi per cui non avrei dovuto essere lì, quel giorno, a casa sua, tutte le obiezioni, le circostanze, il fatto che nella sua vita ci fosse una persona con un profumo diverso.

Il quarto giorno, vincendo l’impulso di correre di nuovo sul quel pianerottolo e bussare alla porta, ripercorro gli eventi, mi chiedo cosa ho sbagliato. Dove sta l’errore, nelle premesse o nella valutazione delle conseguenze? D’improvviso la scintilla, l’intuizione, il cambio di prospettiva. La risposta sta dall’altra parte della porta, in quella maglietta informe e nei calzini a righe spaiati, nel vedersi comparire davanti una ragazza in cerca di affetto, mendicante, non doversi sforzare nel costruire delle premesse, accontentarsi di quelle che lei ha messo su in maniera goffa e raffazzonata. Gettare in quel momento, nello stesso istante in cui infili la mano nel sacchetto per prendere il pezzo di focaccia bianca, nuove premesse, mascherarle ai suoi occhi. Farle credere di essere uscito fuori dallo schema. Lei che non riesce a passare da G ad H e tu che già vedi la fine della strada.

In effetti questo è un racconto consequenziale, dopotutto.

sabato 29 marzo 2014

Antigene

[Perché la sindrome pre-mestruale è una cosa seria]


Questa storia è cominciata due mesi fa, diciamo. Posso indicare con molta lucidità anche il momento preciso: una sera in cui avevamo ospiti e non vedevamo l’ora che se ne andassero.
Abbiamo aspettato che i nostri amici oltrepassassero la porta di casa, poi ci siamo guardate negli occhi come a dire “lo facciamo?”, per darci coraggio. Marta si vergognava, così come si vergognava da morire quella volta che in un negozio di abbigliamento 0-12 anni ha dovuto chiedere alla commessa: «Una tutina, per favore.»
Ha dei problemi con i vezzeggiativi e in generale con le parole un po’ sdolcinate, te ne accorgerai. Per lo meno, all’epoca ne aveva.

martedì 22 ottobre 2013

Aiutomatto

[Ho sempre saputo che avrei scritto una cosa del genere. Di più, volevo scriverla da secoli, ma non avevo mai l'idea giusta, la motivazione, il coraggio. Per questo regalo a me stessa devo ringraziare l'ansa duodenale e il pancreas che sono stati la mia epifania joyciana. Alla fine non è niente di che, sempre le stesse cose, ma stavolta speriamo davvero di averla finita.]


Problema: il Nero muove e il Bianco matta.


«Io esco, vado a prendere delle verdure al supermercato», ho detto.

«D’accordo», ha detto lei, ancora un po’ intontita. Mi sono chiusa il portone di casa alle spalle e mi è scivolato un peso dal cuore, sono sollevata. Finalmente, finalmente svincolata, finalmente libera!

Ho fatto la mia mossa, miss Fischer, e ora tocca a te. Sei libera di agire come ti pare, io ho fatto quel che dovevo fare e mi sono comportata bene, una vera gentildonna, sissignori. Ti lascio la mossa finale, lo scacco. Perché ti ho fatta vincere, io, Kasparov dei poveri? Perché è giusto così.

Ho messo la partita nelle tue mani. Cosa aspetti, su, è un colpo troppo semplice, non puoi sbagliare. Non fare quella faccia, non provare a fare la samaritana con me, non è nella tua natura. Fa’ la tua mossa: tornatene a casa. Accidenti, non sto dicendo mica che non m’importa, che mi lascia indifferente… voglio dire che lo capisco.

venerdì 13 settembre 2013

Fa' la cosa giusta

(Un racconto, finalmente un racconto, ué!)



Ho detto a Lavinia che non sono fidanzato, ma non so perché l’ho fatto. Lavinia è una bella donna, anche se non quanto Claudia; si starà chiedendo chi sia la ragazza con cui mi ha visto l’ultima volta, mi ha guardato con una faccia… Sono in ritardo. Chiudo la porta dell’ufficio, do un’occhiata veloce al corridoio e scendo le scale.

Sono tutto sudato, accidenti se fa caldo. Ho lasciato l’auto nel parcheggio dietro l’ASL – un po’ più nascosta del solito – e faccio gli ultimi passi che mi separano da lei quasi di corsa. Apro lo sportello, mi siedo, chiudo gli occhi; mentre aspetto che l’aria condizionata si diffonda mi sbottono i polsini della camicia e arrotolo le maniche fino ai gomiti. Ho i vestiti appiccicati alla pelle e la faccia tutta sudata, i jeans mi stanno facendo morire. Sono quasi le nove. Fra cinque minuti dovrei essere in un’aula ad ascoltare uno dei medici del dipartimento di igiene pubblica parlare del depuratore che dà sul nostro litorale, uno dei soliti corsi di formazione cui nessuno presta mai attenzione. 


Faranno a meno di me per questa volta.

mercoledì 10 aprile 2013

Dietro la porta

Lucrezia sta tentando di scrivere quella lettera da ormai troppo tempo e in cuor suo sa che non la finirà mai e le sue parole invecchieranno nel cestino. È inutile perdere altro tempo a scervellarsi: una volta recapitata verrebbe comunque stracciata, lanciata nel fuoco, mangiucchiata fra le lacrime.

L’idea le era piaciuta, per qualche ora; metterlo per iscritto l’avrebbe reso più reale, avrebbe dato al tutto un languore romantico, lo avrebbe purificato. Non può scrivere perché le trema la mano. Dopotutto non è ancora successo niente e imprimerlo sul foglio con la penna sarebbe come emettere un’amara e prematura sentenza; il Caro Francesco in alto a sinistra sa di presa in giro e anche le due righe successive le risultano estranee: non può scrivere altro perché non ha niente da dire e infiocchettare quella lettera venefica con piccole concessioni e aneddoti affettuosi non ha alcun senso. Sono tutte cose che Francesco scoprirebbe per la prima volta da un pezzo di carta, piuttosto che dalla bocca di sua moglie.

venerdì 8 marzo 2013

La birra la danno a 1,99

Il supermercato Ennegì è situato nella zona periferica, accanto alla tangenziale che circonda la città e conduce all’ospedale. Angelo va sempre a far la spesa lì quando può permetterselo, perché è il supermercato che ha la roba buona e continua ad essere rifornito, a differenza dell’altra catena che, ormai in fallimento, non conta più nemmeno una decina di macchine alla volta nel parcheggio. Angelo è fuggito a bordo della sua utilitaria per farsi un giro. In tasca ha una banconota da venti euro. Il tempo è brutto: ci sono le solite nuvole scure a circondare i palazzi e l’aria si fa sempre più pesante e afosa ogni secondo che passa.
I cambiamenti metereologici lo hanno sempre scombussolato, non è la prima volta che sente venirgli addosso una sensazione di soffocamento; si è sentito costretto a scaraventarsi fuori di casa, lasciando sua madre addormentata davanti alla televisione.