Il supermercato Ennegì è situato nella
zona periferica, accanto alla tangenziale che circonda la città e conduce
all’ospedale. Angelo va sempre a far la spesa lì quando può permetterselo,
perché è il supermercato che ha la roba buona e continua ad essere rifornito, a
differenza dell’altra catena che, ormai in fallimento, non conta più nemmeno
una decina di macchine alla volta nel parcheggio. Angelo è fuggito a bordo
della sua utilitaria per farsi un giro. In tasca ha una banconota da venti euro.
Il tempo è brutto: ci sono le solite nuvole scure a circondare i palazzi e
l’aria si fa sempre più pesante e afosa ogni secondo che passa.
I cambiamenti metereologici lo hanno
sempre scombussolato, non è la prima volta che sente venirgli addosso una
sensazione di soffocamento; si è sentito costretto a scaraventarsi fuori di
casa, lasciando sua madre addormentata davanti alla televisione.
Angelo sceglie un parcheggio che sia vicino
all’entrata, spegne il motore e va alla ricerca della banconota. La tasta, se
la fa scorrere fra le dita, poi la estrae e la guarda meglio. Non è stato un
vero e proprio furto, è stato come investire quei soldi in delle medicine:
aveva un disperato bisogno di mettere il naso fuori di casa e la vista di quei
venti euro sul cassettone della stanza da letto lo ha tentato in maniera
irresistibile. Sua madre non se ne accorgerebbe comunque: Angelo si stupisce
che a novant’anni suonati riesca ancora a ricordarsi di cose come la necessità
di indossare la canottiera – «perché se no sudi e ti prendi un malanno» –
oppure il tempo di cottura delle melanzane.
Per un momento solo si sente una persona
orribile, poi il suo sguardo incrocia il riflesso dello specchietto retrovisore
e si rende conto di essere orribile sul serio: gli sono rimasti pochi capelli e
l’aria malaticcia non pare volerlo abbandonare, senza contare il colorito
giallognolo e i peli grigi che spuntano da sotto la camicia. Angelo pensa che
in queste condizioni non ci si può preoccupare di essere moralmente retti, è
già tanto se si riesce a sopravvivere.
Infine varca la soglia delle porte
automatiche e si bea della frescura artificiale; comincia a redigere nella sua
mente la lista delle cose di cui ci sarebbe bisogno a casa. Tanto per
cominciare qualcosa da mangiare che non sia inscatolato o surgelato, qualcosa
di fresco e profumato come duecento grammi di prosciutto cotto, poi un litro di
latte con cui campare almeno per qualche mattina; se si prende il latte, però,
tocca comprare anche i biscotti, perché ad Angelo non è mai piaciuto berlo senza
aggiungere niente. Quanti soldi sono rimasti per il pancarrè e la crescenza da
spalmarci sopra?
Angelo si ferma davanti al banco dei
salumi e dei formaggi. Osserva le forme di prosciutto e di mortadella che
vengono affettate, le mozzarelle imbustate che le commesse porgono ai clienti.
«Come posso servirla, signore?» domanda.
«No, grazie, non prendo nulla… ho
cambiato idea.»
«Come preferisce.»
Si allontana subito da quella zona,
pensando che non può spendere tutti i suoi soldi in affettati e latticini che non
resistono all’usura del tempo e vanno consumati in fretta, così da vanificare
immediatamente il possesso di quella banconota.
Gli viene in mente che ci sarebbe da
comprare il nuovo pacco di pannoloni per sua madre, ma quell’attimo passa
subito ed ha un potente sussulto di orgoglio: è uscito di casa per
rivitalizzarsi, non per mettersi a fare il galoppino – quello l’ha già fatto troppo
a lungo. Nei momenti peggiori, quando il tempo fuori è più nero della pece e la
frustrazione si fa più acuta, lo attraversano pensieri cattivi di cui in
seguito non può che pentirsi: sua madre è una palla al piede e, data l’esiguità
delle sue funzioni vitali, non farebbe danno ad alcuno se piombasse
improvvisamente sottoterra, ma in fondo le vuole bene, sente un piacevole moto
di gratificazione quando la imbocca e riceve una smorfia sdentata.
Sta considerando l’acquisto di una
bottiglia di sciroppo quando sente il cellulare squillare; è quasi inorridito
quando si accorge che è la madre che lo sta chiamando e subito pensa che si sia
accorta della sparizione dei soldi.
«Mamma?»
Non sente alcuna voce provenire
dall’altro capo. A quel punto il suo timore si incanala in una direzione più
sinistra.
«Mamma?» riprova, più forte. «Mamma,
rispondi?»
Non è possibile che la vecchia debba
schiattare in quel momento, proprio quando lui è riuscito a concedersi un po’
di tempo per distrarsi.
«Mamma?»
Fortunatamente capta un rumore che
interrompe l’inquietante silenzio. Allora si distende e maledice quel
telefonino tenuto nella tasca della veste: dev’essere scivolato sulla poltrona
e sua madre deve aver inavvertitamente fatto partire la chiamata, schiacciandolo
con una natica.
Lo ripone, non del tutto rassicurato; ha
comprato a sua madre un cellulare da quattro soldi in cui ha memorizzato solo
il suo numero e le ha spiegato che basta premere il pulsante verde per far
partire la chiamata, quello rosso per spegnere l’aggeggio. L’intento è di fare
in modo che per ogni minimo problema Angelo possa essere reperibile, ma finora
non è servito granché e non sa se gioirne o rammaricarsi.
Dopo aver vagato un altro po’ fra gli
scaffali con in tasca il biglietto da venti e la sensazione di onnipotenza che,
a discapito di esigenze più pressanti, gli ha fatto immaginare di poter
comprare qualsiasi cosa, anche la più inutile e sciocca, Angelo afferra una
scatoletta di tonno sott’olio, un pacco di bastoncini di pesce e muove i piedi
in direzione del reparto bibite. Fa per andare a scegliere la cassa di acqua
minerale più economica quando si accorge dello scaffale su cui sono poggiate le
birre.
Tante confezioni da tre, di tutte le
possibili marche, bottiglie di vetro dal collo allungato con colorazioni che
vanno dal verde scuro al marrone. Angelo s’incanta. La gola gli prude e decide
che un bel sorso di birra fresca è proprio quello che ci vuole. Lascia perdere
l’acqua: è quello lo scatto volitivo che cercava, quella birra la ragione per cui
ha rubato venti euro a sua madre.
Mentre allunga la mano per afferrare il
tris più vicino, gli viene in mente che ha già messo da parte un po’ di cose e
forse non riuscirà a coprirne la spesa; guarda il carrello: pane, surgelati,
pasta, il latte, i biscotti secchi, senza contare la cassa di acqua che è
costretto ad includere. Le birre non rientrano nel budget a sua disposizione.
Angelo vorrebbe tirare un calcio a
qualcosa, qualcosa di fragile, e ascoltarne l’infrangersi senza curarsene.
Infine nota una confezione a cui mancano due pezzi. Una birra solitaria pare
aspettare proprio lui.
La targhetta posta sotto segna uno e
novantanove, ma ad Angelo viene in mente che se altri prima di lui hanno
trafugato le due birre nessuno avrà da ridire se anche l’ultima rimasta viene
tolta di mezzo, così da riportare tutto in parità. Non dovrebbe essere troppo
difficile: basta infilarsela da qualche parte, nei pantaloni, fra il petto e la
camicia, nasconderla tra le buste all’ultimo momento.
Non ha il tempo di agire, perché il
carrello gli finisce contro la pancia, mozzandogli il respiro. Si tratta di una
ragazza che, distratta, non ha saputo evitare lo scontro.
«Mi scusi! Ero con la testa per aria e
non guardavo… si è fatto male?»
«No, no, non si preoccupi, non è
niente.»
Angelo si risistema in fretta, poi
afferra il carrello e lo spinge verso le casse d’acqua; ne sceglie una e poi si
allontana il più possibile dal reparto, va di corsa verso l’uscita. Che idea
stupida: non è stato capace di rubare i soldi alla madre rimbambita per poi
usarli in maniera scellerata ed ora vuole fregare una birra?
Se avesse avuto tutta questa risolutezza
non si troverebbe a cinquant’anni passati a vivere con la madre; dà un’ultima
occhiata alla ragazza che l’ha urtato, ma evita di domandarsi per l’ennesima
volta perché non abbia una fidanzata. Dopo qualche passo gli viene da ridere ed
è costretto a trattenersi; l’idea di poter rubare qualcosa suona strana perfino
a se stesso.
Alba si risistema gli occhiali sul naso
e guarda andar via quel signore dalla camminata malferma; che razza
d’imbranata, chissà che non si senta male. Non le capita spesso di essere tanto
goffa, ma oggi è costretta a convivere con l’agitazione in cui l’hanno gettata
le parole di Noemi.
«Io preparo qualcosa di buono per cena,
tu vai a scegliere il gelato, che ne dici?» le ha detto, accarezzandole la
guancia con una mano.
Alba non ha potuto nulla contro quei
penetranti occhi scuri e l’emozione che le provoca ogni volta la vicinanza
della ragazza, così è subito partita alla ricerca, salvo poi passare il
tragitto ad interrogarsi sullo scopo per cui Noemi pretende il gelato.
Alba ha pensato subito che volesse
concludere la cena con un dessert rinfrescante, ma poi quell’aria maliziosa e
quella frase soffiata a pochi millimetri dalle sue labbra, capace di farle
rizzare anche la rada peluria sul viso, l’hanno indotta a considerare la
possibilità che Noemi abbia in mente usi a lei sconosciuti del dolce. Ha finto
di cogliere l’allusione, ma è giunta al frigorifero ed ancora tenta di cogliere
il nesso fra una coppetta di gelato – freddo, appiccicoso, calorico – e quella
faccia furba che è tutto un programma.
Non sa che cosa scegliere, ma a casa sua
c’è una bellissima ragazza che le sta preparando la cena, ha preteso un gelato
e lei non ha alcuna intenzione di lasciarsela scappare. Che razza di figura
sarebbe se si presentasse a mani vuote, ma non è il caso di scegliere la prima
confezione che capita.
Tanto per cominciare, Alba mette la mano
nel congelatore e ne estrae uno. Cioccolato, il più semplice che c’è e per
questo subito scartato; anche se a lei piace molto, non crede che il cioccolato
sia proprio quello che Noemi ha in mente, altrimenti avrebbe potuto commissionarle
una tavoletta, una merendina. Alba ci tiene a fare bella figura e non vuol
mostrarsi sprovveduta, ma deve ammettere che quella storia del gelato l’ha
mandata un po’ in confusione. Rivede ancora la faccia di Noemi al momento di
lasciarla andare, uno sguardo intenso che lascia intravedere la possibilità di
un dessert ben più succulento.
«Che razza di idea, il gelato» borbotta
fra sé, aggirandosi ancora attorno al frigo.
Precisamente non sa come accade, ma a un
tratto la sua testa comincia a lavorare, le immagini si intersecano e si
confondono, finché non giunge a immaginare che quel gelato, forse, non
dev’essere introdotto in un bicchiere e poi mandato giù per la gola, dev’essere
spalmato da qualche altra parte. Diventa tutta rossa e per fortuna non può
vederla nessuno mentre fa dei passi più nervosi e comincia ad esaminare i
barattoli con più attenzione.
L’incertezza riguardo lo scopo di quella
commissione viene sostituita da numerosi dubbi tecnici: sarà troppo freddo a
contatto con la pelle? Bisognerà lasciarlo fuori dal freezer per un po’. E se
invece di una scenetta romantica il tutto finisse in una gran risata? E se si
imbrattano le lenzuola? Il materasso sarà appiccicoso per tutta la settimana.
Abbandona presto quei pensieri per
concentrarsi su qualcosa di più pratico e immediato: la scelta del gusto. Scarta
il pistacchio perché il verde le pare davvero troppo strano a vedersi sulla
pelle e la stessa sorte è riservata al melone; indugia per più di qualche secondo
sulla nocciola, rifiuta decisamente la stracciatella o il fiordilatte, onde
evitare associazioni poco appropriate, infine si ritrova con due finalisti fra
le mani: la fragola e il tiramisù.
Opta per il secondo, invogliata
soprattutto dai pezzi di savoiardi che vede adagiati sul fondo e dal prezzo più
economico. Contenta di aver adempiuto al suo dovere, fa per tornare sui suoi
passi e dirigersi verso la cassa. Mentre fa la fila le capita di posare gli
occhi su una scatola di preservativi, una di quelle che promettono un piacere
prolungato in virtù di non si sa bene quale frutto o proprietà chimica. La
testa di Alba comincia a lavorare di nuovo.
Si domanda se per caso quella sera le
sue sinapsi non abbiano qualche problema; fra meno di un’ora sarà nel suo appartamento
insieme a Noemi e, a giudicare dal preludio, l’aspetta una serata decisamente
movimentata. Faranno l’amore sdraiate sul suo letto – o sul divano, questo ha
poca importanza – e useranno quel gelato che tiene in mano, quella roba per
metà gialla e metà marrone che non s’aspetta minimamente di finire spappolata
su un paio di tette o in qualche altro posto, meno convenzionale rispetto allo
stomaco. Faranno l’amore quella sera e Alba s’immagina la faccia che farà Noemi
al momento di lasciare da parte la tovaglia e le posate; faranno l’amore e se
c’è una cosa che la terrorizza è il pensiero di non essere all’altezza.
D’improvviso cambia idea, abbandona il
suo posto nella fila per la cassa e fa rapidi passi verso il reparto in cui
sono esposti i prodotti per la cura dell’igiene personale. Non ricorda di
preciso quand’è stata l’ultima volta in cui ha fatto la ceretta, né tantomeno
se il suo corpo è in condizioni tanto trascurate da obbligarla a depilarsi. Non
può comprare la crema, perché teme che il cattivo odore si diffonda per la
casa, non la incoraggiano i rasoi perché ha paura che la pelle rimanga ruvida
al tatto, dunque non le resta che scegliere una nuova confezione di strisce.
Alba si domanda perché dev’esserci così
tanta differenza di prezzo fra quelle che sono imbevute di aloe e quelle che
invece sono più semplici; sta per preferire quelle più efficaci, in barba al
risparmio, poi si chiede se è il caso di comprare un profumo.
È più nervosa del solito, però Noemi le
piace proprio tanto: ci tiene a far bella figura e a non rovinare tutto. Vada
per il profumo, non si sa mai che effetto potrebbe avere la fragranza giusta
sugli ormoni di due ragazze giovani e attratte l’una dall’altra.
Il buonsenso le suggerisce di non
fidarsi dei prodotti dozzinali in vendita al supermercato, però lo sguardo le
cade sulla fila dei deodoranti e pensa che lì un’occhiata può anche darla. Ce
ne sono dei più semplici, dall’odore neutro, altri impreziositi da aromi
particolari che costano un po’ di più. Alba li stappa, li annusa, li rimette a
posto e sta quasi per decidersi al riguardo di uno che profuma di lavanda
quando nota una fila di prodotti dalla forma dubbia. Con la curiosità
irresistibile e vergognosa di chi ha pensieri impudichi in luoghi pubblici ne
prende uno fra le mani: è piccolo, dalla forma allungata ma non spigolosa.
Pensa a Noemi, al suo tono di voce
invitante, al gelato, a una camera buia ed un letto; pensa che forse alla
ragazza, oltre al gelato, potrebbe far comodo usare qualche altra cosa che
possa alleviare le fitte al bassoventre, senza contare che già al solo pensiero
si sente un po’ accaldata, figurarsi più tardi, quando saranno faccia a faccia
nel suo appartamento. Afferra il deodorante e va verso la cassa. Per quanto non
ce ne sia assolutamente bisogno, Alba dispone accuratamente il gelato sul
nastro trasportatore e il deodorante subito accanto, quasi a nasconderlo
dall’occhiata della cliente prima di lei. Si vergogna come una ladra e, come
spesso accade, ha l’impressione che tutti quanti, anche la cassiera, stiano
commentando l’acquisto di quel coso che assomiglia decisamente più a un
giocattolo erotico che a un prodotto per l’igiene personale.
«Prende anche questo?» le domanda la cassiera,
afferrando il famigerato deodorante.
«Eh? Sì, sì, anche quello!»
Alba arrossisce di botto, presentendo la
figuraccia.
«Sa, un deodorante…» le scappa di bocca
la precisazione, prima ancora che riesca ad arginarla. «Era il più economico.»
La cassiera non dà segni d’interesse,
più preoccupata di batterle lo scontrino.
«Ha la carta?»
«Che carta?»
Presa com’è dalla vergogna e dal
pensiero che Noemi dovrà darle una ricompensa adeguata per tutta quella
faccenda, rimane per un secondo interdetta.
«La tessera del supermercato, così le
faccio lo sconto» le risponde la cassiera sillabando lentamente le parole.
«Ah! No, no, non ce l’ho.»
«Sei e settantaquattro.»
La cassiera dà un’occhiata rapida in
direzione dell’uscita e, mentre Alba traffica con la borsa, cercando il
portafoglio e gli spiccioli e sperando che salti fuori una dannata banconota da
dieci, fa un verso annoiato.
«Mi scusi, davvero, non riesco a
trovarlo» si giustifica Alba.
«No, si figuri! Non è per lei, no.»
«Ecco, a lei.»
Getta sul ripiano una manciata di
monete, precipitandosi a nascondere la spesa compromettente nella busta. Quando
ha raccolto anche lo scontrino fa per andarsene, ma viene richiamata indietro
dalla signorina alla cassa.
«Mi ha dato spiccioli in più!»
«Scusi, mi scusi, sono proprio sbadata.
Arrivederci.»
Alba esce dal supermercato a passo di
marcia, pensando che Noemi dovrà elargirle una bella e sostanziosa ricompensa,
sì. Alle porte automatiche incrocia un ragazzino dalla pelle colorita e l’aria
furba, proprio uno di quelli abbastanza sfacciati da metterti in imbarazzo con
quattro parole, ma per fortuna non sembra avercela con lei. Cortesemente la
lascia passare per prima, poi s’intrufola nel supermercato attraverso la porta adibita
all’uscita.
Il ragazzo si avvicina alle casse,
trascinandosi su un carrello vuoto, l’aria annoiata e assente; ad un tratto si
ferma in corrispondenza di una postazione e scopre i denti in un ghigno.
«Luciana?» chiama.
Non ottiene nessuna risposta, se non
l’attenzione della cliente anziana che sta in quel momento pagando il conto.
«Luciana?»
Il ragazzo tiene gli occhi fissi sulla
signorina alla cassa, una specie di sfida personale che sembra aver preso con
molta serietà. Incurante delle occhiate stupite che attira, persevera nel suo
richiamo.
«Luciana?»
«Vattene via» gli sibila sottovoce la
ragazza alla cassa.
Lui finge di non aver nemmeno ascoltato
e si fa più vicino.
«Luciana?»
Quando vede la ragazza scusarsi con la
signora e spiegarle che è un poveretto in cerca di attenzione allarga il suo ghigno
e si sente ancora più motivato.
«Luciana?»
Finalmente la signorina alla cassa si
volta verso di lui con un’occhiata che sa di rimprovero e disprezzo insieme; lo
trapassa da parte a parte e non c’è bisogno di parole per capire che l’ha
freddato. Tuttavia il ragazzo non è tipo da darsi per vinto e poi, pensa fra
sé, una volta lì può anche permettersi di perdere un po’ di tempo a divertirsi,
non fa differenza.
«Luciana?» prova ancora.
«Luana. Mi chiamo Luana. Che vuoi?»
Il ragazzo fischia sommessamente. Si
nota che è compiaciuto per la sua risposta, pur se sgarbata.
«Luana» ripete.
Luana rotea gli occhi e volta la sedia
in direzione del prossimo cliente, chiedendosi per quale motivo debbano
capitare tutte a lei. Non le basta il terrore giornaliero dato dalla
possibilità di essere licenziata, non sono sufficienti le quattro fermate
d’autobus che deve sorbirsi per tornare a casa, le tocca anche sopportare
quell’irritante ragazzino. Si domanda perché mai si sia intenerita il primo
giorno che l’ha visto seduto fuori dal supermercato ad elemosinare, perché gli
abbia regalato tutti gli spiccioli che aveva in tasca. Sa benissimo che quelli
come lui, non appena fiutano una possibile anima pietosa, le si accollano come
api al miele ed è difficile vederli desistere a meno di non dar loro ciò che
vogliono. Il punto, in effetti, è proprio questo.
Da quando il ragazzino ha cominciato ad
aggirarsi attorno alla sua cassa Luana è sempre più nervosa e non vede l’ora
che arrivi l’orario di chiusura. Ha provato più volte a fargli capire che deve
sloggiare, lo ha preso a male parole, gli ha ficcato in mano il resto appena
ottenuto, eppure lui è ancora lì e non sembra avere l’intenzione di andarsene.
Anzi, col tempo pare farsi più audace.
I primi giorni si limitava a fissarla da
lontano senza sorridere, ancora timido; poi ha preso coraggio e si è fatto
avanti, cercando di captare il suo nome in mezzo alle conversazioni fra
colleghe; ora se ne sta lì in attesa di qualcosa, con la faccia di chi sa già di
aver vinto prima ancora di buttarsi nella mischia. Non ha nulla del ragazzino
impaurito che aveva fatto compassione a Luana il primo giorno.
Approfittando della mancanza di un
cliente successivo, Luana si sporge verso di lui.
«Allora, che cosa vuoi? Dei soldi? Se
vuoi dei soldi è inutile che te ne stai qui in giro, non posso darteli davanti
a tutti. Se vuoi dei soldi» abbassa la voce, temendo di essere udita, «devi
aspettare che finisco il turno. Aspettami fuori e ti do quello che posso, eh?»
Il ragazzo non risponde, ma la guarda
dritta negli occhi.
«Va bene, facciamo così?» riprova lei.
Lui sembra piuttosto concentrato,
probabilmente in cerca di una battuta per fare colpo. Alla fine se ne esce con
un:
«Di che colore hai le mutandine?»
Luana sgrana gli occhi e arrossisce, più
per la paura che qualcuno abbia colto la loro conversazione che per imbarazzo.
«Ma per chi mi hai preso? Ma che domande
fai?»
«Non ti arrabbiare! Scherzavo, era per
dire…»
«Sparisci. Ora.»
Ha da servire un’altra cliente e prima
di rivolgersi alla signora gli scocca uno sguardo che significa: niente scherzi.
Il ragazzo resta lì, attento. Luana spera che non abbia ancora voglia di
prendersela con lei; vede che più persone lo guardano con curiosità e qualcuno
pare impensierirsi al riguardo di quel giovanotto così inequivocabilmente
proteso nella sua direzione. Ci manca solo che qualcuno creda che stia tentando
di rapinarla e cominci a dargli addosso, Luana si vede già presa da parte e
spedita a casa col benservito.
«Guarda che scherzavo, prima» le dice il
ragazzo.
Ha la faccia improvvisamente seria,
sente il bisogno di ribadire il concetto. Luana pensa che potrebbe anche
intenerirsi se solo la situazione non fosse già abbastanza delicata. Vede con
la coda dell’occhio il signore che sta servendo lanciare una brutta occhiata
nella sua direzione e le sembra proprio che stia per dire qualcosa.
«Sono trentanove e sessantacinque» gli
comunica, per distrarlo.
L’uomo apre il portafoglio ed estrae una
carta di credito, ma non smette di tenere lo sguardo fisso sul ragazzo che,
accortosi di lui, ricambia con altrettanta insolenza.
«Bancomat o carta?»
«Bancomat.»
Luana ringrazia che sia giunto il
momento di inserire il codice PIN e ne approfitta per dare un’altra occhiata
eloquente al ragazzino, intimandogli senza tanti complimenti di smammare. Lui
fa una specie di sbuffo seccato, poi si allontana dalla cassa e va verso le
porte automatiche, trascinandosi sul carrello. Una volta uscito Luana si
permette un sospiro di sollievo e il cliente che sta servendo, notandolo, alza
entrambe le sopracciglia.
«Le stava dando fastidio?» domanda,
piuttosto brusco.
È chiaro però che la sua non è tanto
cortesia nei confronti di lei quanto diffidenza non troppo celata nei confronti
del ragazzo. Luana nega col capo.
«Si figuri, è solo un ragazzino. Ne vedo
tanti altri, magari ubriachi, qua fuori…»
«Questi zingarelli però sono furbi.
Basta un niente, un attimo di distrazione, che ti scippano il portafoglio e i
documenti. A mio cognato è successa una brutta storia con un gruppo di questi.»
Luana fa spallucce e non si mostra
interessata a proseguire il discorso, preferendo consegnare al signore le buste
in cui infilare la sua spesa. Pensa che non le importa tanto il problema
dell’integrazione della comunità rom nella città, spesso fonte di accesi
dibattiti riguardo le condizioni in cui se ne stanno lì al campo, gli
pneumatici che puntualmente bruciano, l’elemosina che richiedono sui sagrati
delle chiese o fuori dai supermercati; temeva soltanto che potesse scattare
qualche diverbio fra il signore e il ragazzo proprio lì, di fronte a lei –
perché anche se Luana gli dà più o meno quattordici anni, si vede che ha la faccia
di uno che non ha molte remore a rispondere agli adulti – ed è felice che
invece abbia ascoltato il suo consiglio e se ne sia andato via. Un po’ le
dispiace di averlo cacciato in quel modo, perché fintantoché si limita a star
lì e guardarla non combina nulla di male. Si sporge in avanti per dare
un’occhiata oltre le porte dell’uscita e lo vede, seduto sulla bassa recinzione.
Tranne che per quel potenziale incidente
il turno di lavoro fila liscio come al solito e i clienti sono meno del solito;
ogni tanto dà un’occhiata all’uscita, ma non vede più il giovane zingaro
aggirarsi nei dintorni. Con un sorriso divertito pensa che il rimprovero deve
aver sortito il suo effetto, se non si è nemmeno più azzardato a rimettere
piede nella struttura.
Quando è ora di chiusura Luana ringrazia
che sia andato tutto bene, senza sapere nemmeno di preciso a chi rivolgersi;
finché le cose nella catena del supermercato vanno bene, la merce è richiesta e
si viene riforniti, non dovrebbero esserci grossi problemi.
Ha da prendere il pullman un centinaio
di metri più avanti, ma siccome la fermata è deserta e aspettare lì da sola le
mette sempre addosso un po’ di paura, decide che può permettersi una
deviazione. Fa il giro dell’edificio e poi lo trova, sbirciando fra i
parcheggi. È seduto su un muretto basso fra un’auto di colore verde e una
bicicletta, che Luana presume appartenergli.
«Che fai qui?» gli domanda.
Il ragazzo la vede e subito salta in
piedi, come scottato. Incespica un po’ per tenersi dritto e si tira su i
pantaloni, l’aria stranita. Dopo il momento di sorpresa si riassesta.
«A quanto vai?» domanda.
«Che cretino» commenta Luana, senza
scomporsi, «ti credi chissà chi, vero? Almeno sai di che cosa stai parlando?»
«Sì che lo so. So le strade dove vanno
le puttane» il ghigno scompare, sostituito dalla necessità di apparire
credibile. «Ci sono anche stato.»
«Sì, come no. Magari con quella» lei
accenna col capo alla bicicletta stesa per terra.
Il ragazzo rimane interdetto. Luana lo
vede spostare lo sguardo sulla bici, poi portarlo sulle proprie scarpe e poi
sulle sue.
«Guarda che scherzavo, prima. Ti sei
offesa?»
A Luana viene quasi da sorridere e ora
sì che le dispiace di averlo mandato via.
«Per così poco? C’è chi mi chiede di
toglierle, almeno tu ti sei limitato a domandare il colore.»
«Chi ti chiede ti toglierle?»
«Certi cretini. Gente così.»
«E tu che gli dici?»
Stavolta il sorriso le sfugge prima
ancora che possa provare a trattenerlo.
«Queste sono cose che non ti
riguardano.»
Nonostante gli stia sorridendo bonaria nota
che c’è rimasto un po’ male, così dirotta il discorso su altri argomenti.
«Mi dispiace se oggi ti ho mandato via.
È solo che non puoi metterti lì tutto il tempo, capisci? Per me non ci sarebbe
nessun problema, però…»
«Sì, sì. Ho capito» taglia corto lui.
«Se vuoi che a fine giornata ti lascio
qualcosa basta che mi aspetti. Non c’è nemmeno bisogno che stai tutto il
pomeriggio là fuori, vieni all’orario di chiusura e vedo se posso darti
qualcosa.»
«Ci devo stare per forza, tanto.»
Il sorriso di Luana si intristisce e
questo basta per farle mettere la mano nella borsa; dopo aver frugato un po’
tira fuori delle monete, alcune più scure, altre più grandi. Le raccoglie e fa
per mettergliele in mano.
«Ecco, tieni.»
«No no, non le voglio» si ritrae lui,
mettendo decisamente le mani dietro la schiena.
«Perché no?»
«No, non le voglio» ripete.
Luana nota che sta fissando la sua mano
piena di soldi con aria strana e non sembra del tutto indifferente; al contempo,
però, rimane dov’è e rifiuta di prenderle. Allora gli prende un polso e gliele
mette in mano di forza.
«Prendi e basta, prima che cambi idea.»
Il ragazzo non si oppone. Guarda prima
lei e poi le monete.
«Ti ci compro qualcosa» dice poi,
risoluto.
A quel punto Luana ride di gusto,
cominciando ad allontanarsi.
«Ah sì, ci credo proprio!»
Sorpresa, si vede affiancata da una
bici.
«Sei a piedi? Vuoi che ti accompagno?»
domanda il ragazzo.
Stavolta il suo sorriso non è un ghigno
e non c’è la minima traccia di arroganza o malizia nella sua voce: è innocente
e spontaneo, proprio come dovrebbe essere un ragazzo della sua età, pensa
Luana. Per un momento è tentata di rispondere affermativamente, poi si ricorda
che non si sa mai, è del tutto indifesa e di notte, in una strada poco battuta,
potrebbero venirgli delle idee strane.
«No, mi vengono a prendere.»
Se il rifiuto lo ha rattristato, non lo
dà a vedere. La saluta in modo spiccio e prende la direzione opposta,
allontanandosi fino a scomparire nel buio.
Qualche metro più avanti riconosce un
amico che si è seduto su un marciapiede; quando è abbastanza vicino da poterlo
guardare in volto, nota che ha accanto a sé una pila di giornali tenuti insieme
da un elastico.
«Che cos’è?»
«Fumetti» risponde il ragazzo, «me li ha
dati uno. Dice che doveva per forza venderli.»
«Chi era?»
«Che ne so, uno. Uno con la camicia,
vecchio. Non so che ci faceva qui intorno, non l’ho mai visto. Ha detto che per
questi ne voleva venti e che voleva essere pagato per forza con una banconota.»
«E tu gliel’hai data?»
«Sì. Tanto le banconote che ci capitano
fra le mani le credono sempre false.»
«E che te ne fai?»
«Li rivendo sabato al mercato.»
Il ragazzo scende dalla bici e la posa
per terra, sedendosi accanto all’amico. Questo nota che, nel muoversi, le
tasche dei suoi pantaloni hanno tintinnato.
«Ma hai dei soldi?»
Subito fa per estrarli, ma il ragazzo si
difende e lo spinge via.
«Sono miei, mi servono.»
«Quanti sono?»
«Non lo so.»
«Vediamo quanti sono, dai.»
«Ho detto di no, sono miei!»
L’amico si ritrae, stupito da tanto
animo. Si stringe nelle spalle e torna a guardare dritto davanti a sé.
«Va bene, tieniteli, chi cazzo te li
tocca.»
Rimangono in silenzio, attendendo che
sia l’ora giusta per tornare a casa. Il ragazzo infila una mano nella tasca per
cercare le monete che gli ha dato Luana. Si piega dall’altra parte per far sì
che l’amico non lo veda sorridere, senza accorgersi che questo, invece, ha
preso ad esaminare i volumi pressati l’uno sull’altro; cerca di contarli, di
capire quanto possono valere.
Risuona una risata femminile che li fa
trasalire, nel silenzio della strada. Si guardano intorno per capire da dove
provenga, poi l’individuano come appartenente alla ragazza che è appena uscita
sul balcone.
I ragazzi si danno di gomito a vicenda e
puntano gli occhi al primo piano del palazzo; una ragazza sta ridendo senza
alcun ritegno e ce n’è un’altra che le spunta alle spalle, l’aria contrariata.
La prima ragazza si lascia andare su una sedia di plastica e tenta di calmarsi,
accendendo una sigaretta. L’altra le si siede di fronte, ma non sembra allegra
quanto lei.
«Non ci posso credere. Non ci posso
credere» ripete la prima, scuotendo la testa.
«Io non ci trovo niente da ridere»
precisa l’altra, «ci ho messo tutto l’impegno del mondo, io.»
«Ho notato, cara.»
La ragazza scoppia in una nuova risata
che fa trasalire ancora i due ragazzini in ascolto; si scambiano un’occhiata
complice: credono che sia un po’ brilla. L’altra ragazza incrocia le braccia e
si sporge sul davanzale.
«Io non ci trovo ancora niente da
ridere.»
«Oh Alba, ti sei offesa?» domanda
l’altra. «Non sto ridendo di te, mi fa ridere la situazione. Tu te ne torni a
casa con quel… » ride un’altra volta ancora, «con quel coso.»
«Credevo di fare bene.»
«Tutta seria, tu…»
«Smettila di ridere!»
Alba dà un’occhiata giù in strada e
incrocia lo sguardo dei due ragazzi che stanno ad origliare, col naso per aria.
Subito si ritrae e fa per tornare in casa. Noemi le afferra un polso.
«Alba?» la chiama.
«Torno dentro a ripulire tutto.»
«Aspetta, aspetta.»
Noemi schiaccia la sigaretta nel
posacenere e l’abbraccia da dietro. A quel punto i due ragazzi si alzano in
piedi e fanno qualche passo indietro, sperando di intravedere qualcos’altro.
«Il gelato…»
Le ragazze rientrano in casa e la tenda
viene riposizionata, così da interdire ogni possibile spionaggio. I due ragazzi
tirano un sospiro di frustrazione e abbandonano il marciapiede. L’uno prende la
pila di fumetti e se la mette sottobraccio, l’altro sale a cavalcioni della
bicicletta e va piano, in modo da accompagnare l’amico.
«Hai visto?» domanda questo, accennando
col capo al balcone.
«Sì. Gira un sacco di gente strana.»
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