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martedì 22 ottobre 2013

Aiutomatto

[Ho sempre saputo che avrei scritto una cosa del genere. Di più, volevo scriverla da secoli, ma non avevo mai l'idea giusta, la motivazione, il coraggio. Per questo regalo a me stessa devo ringraziare l'ansa duodenale e il pancreas che sono stati la mia epifania joyciana. Alla fine non è niente di che, sempre le stesse cose, ma stavolta speriamo davvero di averla finita.]


Problema: il Nero muove e il Bianco matta.


«Io esco, vado a prendere delle verdure al supermercato», ho detto.

«D’accordo», ha detto lei, ancora un po’ intontita. Mi sono chiusa il portone di casa alle spalle e mi è scivolato un peso dal cuore, sono sollevata. Finalmente, finalmente svincolata, finalmente libera!

Ho fatto la mia mossa, miss Fischer, e ora tocca a te. Sei libera di agire come ti pare, io ho fatto quel che dovevo fare e mi sono comportata bene, una vera gentildonna, sissignori. Ti lascio la mossa finale, lo scacco. Perché ti ho fatta vincere, io, Kasparov dei poveri? Perché è giusto così.

Ho messo la partita nelle tue mani. Cosa aspetti, su, è un colpo troppo semplice, non puoi sbagliare. Non fare quella faccia, non provare a fare la samaritana con me, non è nella tua natura. Fa’ la tua mossa: tornatene a casa. Accidenti, non sto dicendo mica che non m’importa, che mi lascia indifferente… voglio dire che lo capisco.

venerdì 13 settembre 2013

Fa' la cosa giusta

(Un racconto, finalmente un racconto, ué!)



Ho detto a Lavinia che non sono fidanzato, ma non so perché l’ho fatto. Lavinia è una bella donna, anche se non quanto Claudia; si starà chiedendo chi sia la ragazza con cui mi ha visto l’ultima volta, mi ha guardato con una faccia… Sono in ritardo. Chiudo la porta dell’ufficio, do un’occhiata veloce al corridoio e scendo le scale.

Sono tutto sudato, accidenti se fa caldo. Ho lasciato l’auto nel parcheggio dietro l’ASL – un po’ più nascosta del solito – e faccio gli ultimi passi che mi separano da lei quasi di corsa. Apro lo sportello, mi siedo, chiudo gli occhi; mentre aspetto che l’aria condizionata si diffonda mi sbottono i polsini della camicia e arrotolo le maniche fino ai gomiti. Ho i vestiti appiccicati alla pelle e la faccia tutta sudata, i jeans mi stanno facendo morire. Sono quasi le nove. Fra cinque minuti dovrei essere in un’aula ad ascoltare uno dei medici del dipartimento di igiene pubblica parlare del depuratore che dà sul nostro litorale, uno dei soliti corsi di formazione cui nessuno presta mai attenzione. 


Faranno a meno di me per questa volta.

sabato 15 giugno 2013

Alba di perla

La luce rosata a metà fra notte e giorno parlava chiaro: era giunta l’ora di alzarsi e tagliare la corda. La prima cosa che pensò Paloma fu che per l’ennesima volta si era ritrovata con un braccio indolenzito; approfittò dei pochi spiragli di luce per mettere a fuoco la stanza e, mossa audace e preventiva, disinnescò la sveglia digitale: non era il caso che si mettesse a suonare e svegliasse la ragazza accanto a lei, non dopo tutta la premura che stava usando per scivolare via dalle lenzuola. 

Poggiò i piedi nudi sulle mattonelle fredde e andò alla ricerca dei suoi vestiti; recuperò i jeans acquattati sul pavimento, prese i calzini appallottolati e li svolse per infilarli; compì tutte quelle operazioni di abbigliamento con molta cura, nel tentativo di minimizzare il fruscio degli abiti. Mentre s’infilava le scarpe le diede un’occhiata. La tizia stava dormendo e il suo respiro non tradiva alcuno stato cosciente. Non sapeva un bel niente di lei e non aveva alcun motivo valido per restare in quella stanza.

giovedì 21 marzo 2013

Siesta


Tommaso rientrò in camera con le braccia cariche di asciugamani e una borsa di vimini in spalla. Lo scroscio dell’acqua si sovrapponeva al basso lavorio del condizionatore; sul letto giaceva un marasma di indumenti, pronti per essere spostati nel cesto dei panni sporchi. Lisa, sotto la doccia, aveva sentito la serratura scattare e domandò:
«Tommaso, sei tu?»
«Sì, sono io» rispose lui. Si fermò a fissare i sandali della moglie, abbandonati sulla moquette. «Stai facendo la doccia?»
«Sì.»
Tommaso aggiunse la borsa al mucchio di abiti; si sentì subito sollevato: il peso degli asciugamani e il manico rinforzato gli avevano procurato un segno rosso sulla spalla. Andò alla ricerca del suo accappatoio e della biancheria intima pulita, per poi occupare una poltrona di velluto.
Aveva desiderato con insistenza quella vacanza: prenotata in anticipo una settimana di ferie a metà Luglio, messa da parte una somma discreta, senza contare l’aver passato tutta la primavera a cercare di convincere sua moglie.
«Vedrai che ci farà bene» aveva detto, «farà bene a entrambi un po’ di riposo, staccare dal tran tran di tutti i giorni – ufficio, casa, casa, ufficio.»
«Ma sentiti! Smetti di dire sciocchezze.»
«Non dico sciocchezze! Sono serissimo.»
Era chiaro che a sua moglie l’idea della vacanza non andava giù e perciò non si sarebbe mai occupata della ricerca di un albergo e della preparazione dei bagagli.