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sabato 1 agosto 2015

Onde

[Nella speranza che la prossima cosa abbia una trama]

Le capitava sempre più spesso di perdere la concentrazione. Se provava a spiegarlo, usava l’immagine delle onde che alteravano la superficie del mare. Diceva che era come iniziare a scrivere su un foglio partendo non dall’angolo in alto a sinistra ma dal centro, come se le parole vi si disperdessero attorno, si allontanassero in varie direzioni diverse, come se lo stesso foglio si increspasse nel momento in cui poggiava la penna e la carta cominciasse ad oscillare, uno specchio bianco in cui le sue parole sbiadivano e annegavano. Perdeva la capacità di sintesi; perdeva la messa a fuoco. Per esempio non sapeva che cosa stesse facendo lì.

Se l’albero di Natale che faceva capolino dallo scatolone rettangolare avesse preso un microfono e le avesse domandato: 
«Che stai facendo qui, Marta?»

Lei avrebbe risposto: «Non lo so che cosa sto facendo.»

«Pensi di fermarti per molto?»

«Il tempo necessario a calmarmi.»

«D’accordo, ma sei agitata per qualcosa?»


Questo riconduceva alle increspature al centro del foglio. Prima di fissare i rami dell’albero di Natale si trovava alla sua scrivania a controllare documenti, nella stanza che assieme a Maride avevano sistemato perché entrambe potessero usarla quando avevano bisogno di tranquillità. La scrivania era appartenuta al nonno di Maride; di suo c’erano le carte, i libri, le penne lasciate senza tappo e l’abat-jour comprata al supermercato. Aveva sentito il bisogno di alzarsi e si era alzata. Aveva fatto due passi avanti coprendo la distanza che separava gli angoli del tappeto – anche quello era suo. Di sua madre, per meglio dire. Era stato un regalo gradito, senza quel tappeto dal gusto classico la stanza sembrava un po’ ridicola, pretenziosa: non all’altezza di essere una stanza in cui lei o Maride potevano chiudersi per trovare la giusta concentrazione. Con quel tappeto si riusciva a credere che fosse uno studio vero e proprio, nonostante fosse a fianco della cucina.

martedì 3 febbraio 2015

Educazione

Michele entrò in cucina, luogo in cui di solito non era ammesso, perché si era sentito chiamare. Non ebbe neanche il tempo di guardarsi intorno, fra i vapori dei fornelli, e chiedersi chi mai poteva aver bisogno di lui, che sua nonna gli aveva già afferrato il braccio. Aveva la mano umida e Michele un po’ si dispiacque per la sorte toccata al suo maglione.

«Sono finte le olive, devi scendere nel sottano e prenderne altre scatole.»

Un’informazione confidenziale sussurratagli all’orecchio, un compito importante, assegnato proprio a lui. Michele annuì e chinò la testa per passare oltre sua zia Rosa, che reggeva una pirofila all’apparenza pesante. Zia Anna era l’addetta alla carne – che a lui non piaceva e quindi snobbava – e stava chiedendo se per favore si poteva aprire un po’ la finestra, perché stava impazzendo. Era tutta rossa in viso e si era tirata su le maniche del golf, in effetti. Qualcuna fece notare:

«L’aria fa male alla schiena di mamma.»

Zia Anna ebbe una pronta e secca risposta:

«E infatti mamma non dovrebbe stare lì.»

«Vero, non dovrebbe neanche cucinare.»

«Sì mamma, vai a sederti.»

Presagendo la colluttazione (verbale e non) che sarebbe seguita, Michele sgattaiolò verso la porta, giusto prima che sua nonna cominciasse ad alzare la voce. Non aveva fatto due passi che ricordò di non aver domandato se le olive bisognava prenderle di colore nero o di colore verde. Era un dettaglio importante, fece dietrofront. Facevano ancora proclami circa il fatto che la mamma non dovesse star lì a cucinare, che ci avrebbero pensato loro, ma di fatto nessuna aveva abbandonato la propria postazione.
Per ottenere l’attenzione di sua nonna dovette andarle vicino e così respirare l’odore dei cavoli che stava pelando.

«Di che colore devo prenderle, le olive?»

«Sullo scaffale in alto a destra.»

Perplesso, ma intuendo che non era il momento di fare domande, lasciò la cucina. Fosse dipeso da lui, sarebbe anche tornato di nuovo a chiedere precisamente quanti barattoli servivano e – magari in quel caso avrebbe alzato il tono della voce – se ci volevano le olive nere o le olive verdi, ma non voleva che sua nonna pensasse che era un incapace senza spirito d’iniziativa. Pensò che avrebbe deciso sul momento, in base alla disponibilità delle risorse.


giovedì 31 luglio 2014

Restiamo a casa

Michele Nardella è un buono a nulla, pensò Giacinta. Non c’era niente da fare, la macchia d’umidità era lì, sul soffitto; la vedeva anche solo grazie alla luce della luna, sommata a quella proveniente dall’abat-jour; senza contare poi i problemi agli occhi che si portava dietro da almeno vent’anni. Miopia, astigmatismo, ipermetropia, uno valeva l’altro… il succo era che senza occhiali vedeva poco e niente, ed era comunque abbastanza per riconoscerne il contorno. Vernice professionale un corno, trattamento antimuffa dei miei stivali. La fissava da almeno un quarto d’ora, stesa a pancia in su; non sapeva che ore fossero e si stava convincendo che anche quella notte sarebbe passata così: un quarto d’ora il soffitto, mezz’ora di rosario, di nuovo il soffitto e poi cosa? La coroncina alla Divina Misericordia, quella al Pane Eucaristico, nella speranza di essere talmente stanca da cadere nel sonno per sfinimento.

sabato 7 dicembre 2013

Malum coram te feci

Nicola sobbalzò nel sentire il rumore di qualcosa che cadeva; era soltanto il suo telefonino che vibrava, nessuno gli stava tendendo un agguato, nessuno lo stava spiando. Ignorò il suo rumoreggiare finché non si sfracellò contro il pavimento. Meglio così, si disse, non lo avrebbe più seccato. Erano due giorni di fila che Gaia lo tempestava di messaggi e chiamate a cui lui non aveva alcuna intenzione di rispondere. Neanche un segno di vita, non uno, nemmeno un sms per dirle di lasciarlo in pace. Un po’ si vergognava, però pensava che fosse meglio così e che prima o poi la ragazza si sarebbe stancata, tanto non c’erano altre possibilità e lui non aveva niente da dire.

Aveva provato a spiegarsi, quell’unica volta in cui avevano parlato seriamente della grande confessione, e ne era uscito qualcosa del genere:

«Allora, ci hai pensato?»

«Sì, non so…»

«Come non sai?»

«Forse non è il caso.»

«Mi stai dicendo di no?»

«Non ho detto di no, ho detto che è meglio di no.»

«Ma che cazzo significa che è meglio di no?»

«Meglio di no… non puoi capire.»

sabato 30 novembre 2013

E il sale?

[Con la bellezza di sette mesi e ventisette giorni (ma potrei sbagliarmi, perché lo sanno tutti che non so contare) questo si classifica come il racconto dal periodo di gestazione più lungo! E non vuol dire che sia un granché, ma non l'ho abbandonato per strada ed è assai, direi]


E l’amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo
E il tuo sentimento non riesce a fiorire.
(S.Esenin)


Giancarlo si svegliò accerchiato dalla luce del sole e dal ronzio della televisione. Era in ritardo e si precipitò giù dal letto alla ricerca di qualcosa da mettere addosso; scese in cucina con una camicia stretta fra le mani e la cintura che penzolava dai passanti del jeans.

«Buongiorno, pa’.»

«Che fai alzato a quest’ora?» borbottò Giancarlo.

Suo figlio minore, capelli castani e un paio di orecchie a sventola, fissava la televisione appollaiato su una sedia. Era sempre il primo a svegliarsi, per correre a guardare i cartoni prima di andare a scuola. Marco non sopportava che suo padre e suo fratello lo privassero di quel piacere mattutino e diventava una lagna se lo disturbavano.

«Ti ho fatto il caffè.»

Mostrò al padre l’angoletto di tavolo su cui aveva spiegato un tovagliolo rosso. Era il suo modo per evitare i rimproveri: suo padre non avrebbe mai rinunciato alla tazza di caffè mattutino bell’e pronta. Quando Marco avvertiva un nervosismo particolare, poi, aggiungeva quattro biscotti e il piattino. Quella mattina si era limitato a una galletta.

Giancarlo miscelò lo zucchero con la camicia ancora sbottonata. Odiava essere in ritardo; calcolò che avrebbe perso altri dieci minuti per mettere in moto il taxi e andare a chiamare Carola.

«Spegni la televisione, vai a vestirti!»

Come se incitare il figlio a darsi una mossa lo facesse sentire a posto con la propria coscienza. Marco non si mosse di un millimetro; guardare Hello! Spank prima di andare a scuola era un’abitudine consolidata tanto quanto il lavarsi i denti. Giancarlo si pulì i baffi con un tovagliolo.

«Hai sentito? Spegni!»

Stavolta Marco, infastidito, cambiò il ginocchio su cui poggiava il mento.

«È presto ancora» obiettò.

sabato 15 giugno 2013

Alba di perla

La luce rosata a metà fra notte e giorno parlava chiaro: era giunta l’ora di alzarsi e tagliare la corda. La prima cosa che pensò Paloma fu che per l’ennesima volta si era ritrovata con un braccio indolenzito; approfittò dei pochi spiragli di luce per mettere a fuoco la stanza e, mossa audace e preventiva, disinnescò la sveglia digitale: non era il caso che si mettesse a suonare e svegliasse la ragazza accanto a lei, non dopo tutta la premura che stava usando per scivolare via dalle lenzuola. 

Poggiò i piedi nudi sulle mattonelle fredde e andò alla ricerca dei suoi vestiti; recuperò i jeans acquattati sul pavimento, prese i calzini appallottolati e li svolse per infilarli; compì tutte quelle operazioni di abbigliamento con molta cura, nel tentativo di minimizzare il fruscio degli abiti. Mentre s’infilava le scarpe le diede un’occhiata. La tizia stava dormendo e il suo respiro non tradiva alcuno stato cosciente. Non sapeva un bel niente di lei e non aveva alcun motivo valido per restare in quella stanza.

giovedì 4 aprile 2013

L'ultima settimana di Alice Maas


La prima cosa che Alice Maas faceva ogni mattina, dopo essersi alzata e aver spalmato il gel idratante sulle guance e sulla fronte, era pensare ad un nuovo modo per uccidere suo padre. Ci pensava nell’arco di tempo fra le otto e il mezzogiorno – il periodo in cui restava a casa assieme a lui – affinando mano a mano la tecnica e aggiungendo dettagli su dettagli; dopo qualche settimana di rodaggio aveva già ideato ben sei modi differenti per commettere il delitto, uno per ogni giorno della settimana – eccezion fatta per la domenica, ma su questo c’era ancora da lavorare.

giovedì 21 marzo 2013

Siesta


Tommaso rientrò in camera con le braccia cariche di asciugamani e una borsa di vimini in spalla. Lo scroscio dell’acqua si sovrapponeva al basso lavorio del condizionatore; sul letto giaceva un marasma di indumenti, pronti per essere spostati nel cesto dei panni sporchi. Lisa, sotto la doccia, aveva sentito la serratura scattare e domandò:
«Tommaso, sei tu?»
«Sì, sono io» rispose lui. Si fermò a fissare i sandali della moglie, abbandonati sulla moquette. «Stai facendo la doccia?»
«Sì.»
Tommaso aggiunse la borsa al mucchio di abiti; si sentì subito sollevato: il peso degli asciugamani e il manico rinforzato gli avevano procurato un segno rosso sulla spalla. Andò alla ricerca del suo accappatoio e della biancheria intima pulita, per poi occupare una poltrona di velluto.
Aveva desiderato con insistenza quella vacanza: prenotata in anticipo una settimana di ferie a metà Luglio, messa da parte una somma discreta, senza contare l’aver passato tutta la primavera a cercare di convincere sua moglie.
«Vedrai che ci farà bene» aveva detto, «farà bene a entrambi un po’ di riposo, staccare dal tran tran di tutti i giorni – ufficio, casa, casa, ufficio.»
«Ma sentiti! Smetti di dire sciocchezze.»
«Non dico sciocchezze! Sono serissimo.»
Era chiaro che a sua moglie l’idea della vacanza non andava giù e perciò non si sarebbe mai occupata della ricerca di un albergo e della preparazione dei bagagli.

venerdì 8 marzo 2013

La birra la danno a 1,99

Il supermercato Ennegì è situato nella zona periferica, accanto alla tangenziale che circonda la città e conduce all’ospedale. Angelo va sempre a far la spesa lì quando può permetterselo, perché è il supermercato che ha la roba buona e continua ad essere rifornito, a differenza dell’altra catena che, ormai in fallimento, non conta più nemmeno una decina di macchine alla volta nel parcheggio. Angelo è fuggito a bordo della sua utilitaria per farsi un giro. In tasca ha una banconota da venti euro. Il tempo è brutto: ci sono le solite nuvole scure a circondare i palazzi e l’aria si fa sempre più pesante e afosa ogni secondo che passa.
I cambiamenti metereologici lo hanno sempre scombussolato, non è la prima volta che sente venirgli addosso una sensazione di soffocamento; si è sentito costretto a scaraventarsi fuori di casa, lasciando sua madre addormentata davanti alla televisione.

lunedì 18 febbraio 2013

Idillio alla Bomboniera



Toni si era preso la sua verginità, sotto un albero di olive nella masseria del padre, senza alcun merito; ogni volta che si trovava davanti il suo volto abbronzato e quel suo vizio di pizzicarsi il lobo dell’orecchio, Micaela si ricordava di quel pomeriggio di Giugno passato in campagna e di tutta la terra che le era rimasta attaccata sui jeans e sulla schiena, ma soprattutto si chiedeva se ne era valsa davvero la pena, farsi trattare in quel modo da un ragazzo più grande per sentirsi finalmente capace in qualcosa.

giovedì 31 gennaio 2013

La differenza



La grondaia stillava acqua in una pozza, una delle tante che tappezzavano la strada e rendevano il cortile, non del tutto asfaltato, sdrucciolevole. Postumi di un temporale estivo, di quelli che terminano di buttar giù la pioggia prima ancora che tu possa imprecargli contro.

A una finestra del palazzo numero tre c’era una ragazzina che se ne stava col naso e le mani incollate al vetro, mentre sua madre se la prendeva col maltempo passeggero. A Marianna non interessava che la pioggia avesse infierito sul bucato di sua madre: fissava il balcone del numero quattro e appannava la finestra col suo respiro. Era in quel momento centosessanta centimetri per cinquanta chili, accumulati in quasi tredici anni di vita, di pura malinconia.