Nicola sobbalzò nel sentire il rumore di qualcosa
che cadeva; era soltanto il suo telefonino che vibrava, nessuno gli stava tendendo un agguato, nessuno lo stava spiando. Ignorò il suo rumoreggiare finché non si sfracellò contro
il pavimento. Meglio così, si disse, non lo avrebbe più seccato. Erano due
giorni di fila che Gaia lo tempestava di messaggi e chiamate a cui lui non
aveva alcuna intenzione di rispondere. Neanche un segno di vita, non uno, nemmeno
un sms per dirle di lasciarlo in pace. Un po’ si vergognava, però pensava che
fosse meglio così e che prima o poi la ragazza si sarebbe stancata, tanto non
c’erano altre possibilità e lui non aveva niente da dire.
Aveva provato a spiegarsi, quell’unica volta in cui
avevano parlato seriamente della grande confessione, e ne era uscito qualcosa
del genere:
«Allora, ci hai pensato?»
«Sì, non so…»
«Come non sai?»
«Forse non è il caso.»
«Mi stai dicendo di no?»
«Non ho detto di no, ho detto che è meglio di no.»
«Ma che cazzo significa che è meglio di no?»
«Meglio di no… non puoi capire.»
«Capire che cosa? Non vuoi stare con me, bastava
dirmelo! Sei senza palle.»
«Non ho detto questo…»
«Ma allora sei proprio stupido.»
«Oh senti, tu non capisci.»
Adesso Gaia era più arrabbiata che mai e i suoi sms
erano sul tono di “brutto pezzo di merda non hai le palle di dirmi che non ti
piaccio” e “lo so che ti sei fatto fare un pompino da Valeria della 2C, stronzo”.
A Gaia piaceva usare le parolacce. Nicola aveva avuto un fremito nel leggere la
parola pompino ed era stato lì lì per risponderle, curioso di sapere che altre
storie avrebbe tirato fuori.
Davvero lo considerava il tipo di ragazzo che si
faceva fare pompini? Allora perché non dire che nel suo telefonino c’erano foto
di Simona Gargiulo con le mutandine abbassate nel bagno del secondo piano,
sarebbe stato più plausibile; anche perché, dopo aver lottato contro una serie
di rimorsi, stava contrattando per avere quelle foto.
Bisogna pure capire la povera Gaia: contravvenendo
al luogo comune che vuole che sia il ragazzo a fare la prima mossa, all’uscita
di scuola era andata da Nicola e l’aveva tampinato per tutta la strada verso
casa finché non gli aveva chiesto se gli andava di mettersi con lei. Nicola non
se l’aspettava e le aveva detto che ci avrebbe pensato, lasciando la ragazza
sotto il portone di casa sua, triste e respinta, colma di frustrazione per un primo
bacio che le era rimasto sulle labbra.
Lungo le scale verso il suo appartamento, nella
testa di Nicola si era scatenata una lotta fra il bel visino di Gaia e i suoi
capelli ricci e le tette della pin-up che un suo compagno di classe aveva come
sfondo del cellulare e che a lui non è che piacessero, ma continuavano a
ronzargli in testa e non ci poteva fare niente. Sua madre si era accorta che c’era
qualcosa che non andava – e se ne era accorta dal petto di pollo lasciato a
metà, che donna perspicace – e dopo pranzo l’aveva chiamato nella sua camera da
letto con aria molto solenne.
Seduti entrambi sul lettone, l’aveva pregato di
dirle che cos’aveva, se a scuola era successo qualcosa, se un’interrogazione
era andata male, se gli era di nuovo capitato di avere quel prurito in mezzo
alle gambe. Nicola ormai sapeva che una volta entrato in quella camera ne
sarebbe uscito con qualche nozione in più e centomila cose da segnare nella
lista “assolutamente da non fare”. Era frustrante oltre ogni dire. Una volta
aveva domandato, con tutta l’ingenuità di un ragazzino di undici anni cresciuto
in un mondo un po’ ovattato, se il preservativo fosse una parte del reggiseno;
si era immaginato che fosse il nome tecnico per una parte dell’imbracatura,
chissà perché. Quando aveva scoperto che il preservativo era un palloncino che
alcuni uomini mettevano sul loro coso ma che lui non doveva farlo assolutamente
perché non era una cosa naturale e lei glielo stava dicendo solo perché era
giusto informarlo, era rimasto un po’ scioccato; non per la faccenda dei
bambini e dell’amore – non è che avesse seguito più di tanto quel discorso – ma
per l’idea che qualcuno volesse infilarsi un palloncino lì. Ma proprio lì? Sua
madre gli domandava se aveva capito, con l’aria di chi ha appena comunicato al
prescelto di essere l’unico essere umano in grado di riportare la pace e
l’armonia del mondo, l’unica cosa che lui voleva sapere era se, ecco, non creava
qualche problema con il sudore. Se non restava tutto appiccicato. Aveva l’idea che
mettersi del lattice sul pene non fosse il massimo; sentiva molto il problema
del sudore, lo reputava una faccenda primaria. Non aveva osato farne parola,
temeva che anche quello fosse relegato tra le cose da-non-fare-assolutamente-per-carità
ed era preoccupato, dato che gli succedeva praticamente sempre di svegliarsi
con i pantaloni del pigiama macchiati; in realtà un minimo accenno alla
faccenda c’era stato, anche se non si era parlato proprio di sudore; ci si era
limitati ad un generico prurito in ore non sospette della giornata.
«Mamma mi viene da grattare, non è colpa mia.»
«Ma anche a scuola?»
«Sì.»
«E come fai quando ti viene a scuola?»
«Vado in bagno.»
Lì c’era stata l’occhiata da “se proprio ne dobbiamo
parlare facciamolo una volta per tutte e poi basta” ed era tremendo, perché
significava che sarebbero state fornite molte più informazioni del solito – che
avevano sempre l’aria di essere dei codici di massima sicurezza – e un po’ di
cose per la famosa lista. Da quel giorno in casa non era più vista una copia di
riviste come Io Donna, Novella2000, Grazia e così via (nemmeno i numeri di
Famiglia Cristiana con le ragazze acqua e sapone in copertina), o almeno se
circolavano lui non ne sapeva nulla. La galleria d’immagini del suo cellulare
era stata decimata e dopo varie ipotesi Nicola arrivò anche a sospettare che
fosse stata sua madre a cancellare qualche foto; per sbaglio, certo. Comunque
ora gli toccava trattare per avere le foto di Simona Gargiulo ed era una gran
seccatura, perché era sicuro che si sarebbe sparsa la voce e lui non voleva
passare per uno che andava appresso a quelle cose.
Quel pomeriggio invece sua madre era stata di poche parole.
«Mamma, Gaia mi ha chiesto se voglio diventare il
suo fidanzato. Che devo rispondere?»
Era stata in silenzio per un po’, in
riflessione. Aveva sempre quell’aria da custode del sapere, come se in quei
loro colloqui si discutesse di faccende decisive per le sorti dell’umanità.
«Secondo me è ancora troppo presto. Sei piccolo.
Quando sarai più grande avrai tutto il tempo di pensare a queste cose.»
Detto fatto, Gaia era stata liquidata senza troppe
spiegazioni, perché dire “non voglio essere il tuo fidanzato perché mia madre
ha detto che è meglio di no” suonava un po’ troppo stupido, se ne rendeva
conto. Non che evitare chiamate e messaggi fosse un’idea migliore, in effetti.
Lasciò quindi la batteria e il corpo del telefono
per terra e tornò ad infilarsi nel letto – quel giorno niente scuola, non stava
molto bene. Aveva lasciato arretrato un capitolo da leggere della Bibbia, la
sera prima gli era venuto un colpo di sonno e non ce l’aveva fatta a resistere;
ora doveva recuperare e possibilmente portarsi avanti con la lettura di quel
giorno.
Tempo addietro sua madre gli aveva posato una Bibbia
sul comodino – quanto tempo fa? C’era stato un tempo in cui non ricordava il
rumore che si produceva sfogliando quelle pagine sottili? – e lo aveva
invogliato a leggerne qualche passo ogni sera. Nicola aveva seguito il
consiglio e in verità lo faceva con grande entusiasmo, non lo viveva come una costrizione.
Anzi, lo faceva sentire meglio. Aveva preso quattro al compito di francese? Ecco
la storia del profeta Samuele chiamato da Dio nel sonno. Una volta nel letto
gli tornava in mente Luana, la sua compagna di classe, che aveva messo una
maglietta attraverso cui si vedeva il reggiseno e, di tanto in tanto, i
capezzoli? E Noè raccolse un esemplare maschio e uno femmina per ogni specie e
li chiuse tutti dentro un’arca. La parola capezzoli aveva in sé qualcosa di
sbagliato, forse erano le due zeta, fatto sta che un capitolo solo non era
sufficiente a farlo sentire a posto con la propria coscienza.
Stanco del Vecchio testamento aveva deciso di
saltare fino ai vangeli ed aveva raggiunto il capitolo quindici di Marco, in
cui Gesù viene torturato e poi condannato a morte; era al punto in cui sul
Golgota è tutto pronto e bisogna inchiodare i condannati sulla croce. Quella
parte gli faceva ribrezzo e al contempo lo eccitava da morire: l’idea dei
chiodi conficcati nelle mani e nei piedi non era una cosa che si sentiva tutti
i giorni, era un’immagine potente; certe cose non si vedevano nemmeno in
televisione, o perlomeno non nella sua. I soldati si divisero le sue vesti
tirandole a sorte e Nicola poggiò il libro sulla pancia. Oh merda, stava
succedendo di nuovo. Strinse le gambe e riprese la lettura.
I sommi sacerdoti e gli scribi sfottevano Cristo
perché non era in grado di salvare se stesso e lui teneva le ginocchia serrate
e la bocca stretta. Che avrebbe detto sua madre? L’evangelista Marco? No, non
ce la faceva, non ce la faceva; ormai era troppo tardi. Venuto mezzogiorno si
fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Eloì, Eloì, lemà
sabactàni?
Nicola scattò a sedere e sollevò il libro per
evitare che si sporcasse – per evitare ogni contaminazione. Oh cazzo, era
proprio un bel guaio. Non sarebbero bastate tutte le lettere di San Paolo per
rimediare a questo.
«Nicola? Come ti senti?»
Sua madre lo trovò a gambe allargate, con la Bibbia
tenuta alta sopra la testa. Nicola si coprì il grembo con il piumone; magari
non si era accorta di nulla, ma il rossore sulle guance lo tradiva. Fregato: neanche l’intera
Apocalisse avrebbe potuto mettere in pari le cose.
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