sabato 7 dicembre 2013

Malum coram te feci

Nicola sobbalzò nel sentire il rumore di qualcosa che cadeva; era soltanto il suo telefonino che vibrava, nessuno gli stava tendendo un agguato, nessuno lo stava spiando. Ignorò il suo rumoreggiare finché non si sfracellò contro il pavimento. Meglio così, si disse, non lo avrebbe più seccato. Erano due giorni di fila che Gaia lo tempestava di messaggi e chiamate a cui lui non aveva alcuna intenzione di rispondere. Neanche un segno di vita, non uno, nemmeno un sms per dirle di lasciarlo in pace. Un po’ si vergognava, però pensava che fosse meglio così e che prima o poi la ragazza si sarebbe stancata, tanto non c’erano altre possibilità e lui non aveva niente da dire.

Aveva provato a spiegarsi, quell’unica volta in cui avevano parlato seriamente della grande confessione, e ne era uscito qualcosa del genere:

«Allora, ci hai pensato?»

«Sì, non so…»

«Come non sai?»

«Forse non è il caso.»

«Mi stai dicendo di no?»

«Non ho detto di no, ho detto che è meglio di no.»

«Ma che cazzo significa che è meglio di no?»

«Meglio di no… non puoi capire.»

«Capire che cosa? Non vuoi stare con me, bastava dirmelo! Sei senza palle.»

«Non ho detto questo…»

«Ma allora sei proprio stupido.»

«Oh senti, tu non capisci.»

Adesso Gaia era più arrabbiata che mai e i suoi sms erano sul tono di “brutto pezzo di merda non hai le palle di dirmi che non ti piaccio” e “lo so che ti sei fatto fare un pompino da Valeria della 2C, stronzo”. A Gaia piaceva usare le parolacce. Nicola aveva avuto un fremito nel leggere la parola pompino ed era stato lì lì per risponderle, curioso di sapere che altre storie avrebbe tirato fuori.

Davvero lo considerava il tipo di ragazzo che si faceva fare pompini? Allora perché non dire che nel suo telefonino c’erano foto di Simona Gargiulo con le mutandine abbassate nel bagno del secondo piano, sarebbe stato più plausibile; anche perché, dopo aver lottato contro una serie di rimorsi, stava contrattando per avere quelle foto.

Bisogna pure capire la povera Gaia: contravvenendo al luogo comune che vuole che sia il ragazzo a fare la prima mossa, all’uscita di scuola era andata da Nicola e l’aveva tampinato per tutta la strada verso casa finché non gli aveva chiesto se gli andava di mettersi con lei. Nicola non se l’aspettava e le aveva detto che ci avrebbe pensato, lasciando la ragazza sotto il portone di casa sua, triste e respinta, colma di frustrazione per un primo bacio che le era rimasto sulle labbra.

Lungo le scale verso il suo appartamento, nella testa di Nicola si era scatenata una lotta fra il bel visino di Gaia e i suoi capelli ricci e le tette della pin-up che un suo compagno di classe aveva come sfondo del cellulare e che a lui non è che piacessero, ma continuavano a ronzargli in testa e non ci poteva fare niente. Sua madre si era accorta che c’era qualcosa che non andava – e se ne era accorta dal petto di pollo lasciato a metà, che donna perspicace – e dopo pranzo l’aveva chiamato nella sua camera da letto con aria molto solenne.

Seduti entrambi sul lettone, l’aveva pregato di dirle che cos’aveva, se a scuola era successo qualcosa, se un’interrogazione era andata male, se gli era di nuovo capitato di avere quel prurito in mezzo alle gambe. Nicola ormai sapeva che una volta entrato in quella camera ne sarebbe uscito con qualche nozione in più e centomila cose da segnare nella lista “assolutamente da non fare”. Era frustrante oltre ogni dire. Una volta aveva domandato, con tutta l’ingenuità di un ragazzino di undici anni cresciuto in un mondo un po’ ovattato, se il preservativo fosse una parte del reggiseno; si era immaginato che fosse il nome tecnico per una parte dell’imbracatura, chissà perché. Quando aveva scoperto che il preservativo era un palloncino che alcuni uomini mettevano sul loro coso ma che lui non doveva farlo assolutamente perché non era una cosa naturale e lei glielo stava dicendo solo perché era giusto informarlo, era rimasto un po’ scioccato; non per la faccenda dei bambini e dell’amore – non è che avesse seguito più di tanto quel discorso – ma per l’idea che qualcuno volesse infilarsi un palloncino lì. Ma proprio lì? Sua madre gli domandava se aveva capito, con l’aria di chi ha appena comunicato al prescelto di essere l’unico essere umano in grado di riportare la pace e l’armonia del mondo, l’unica cosa che lui voleva sapere era se, ecco, non creava qualche problema con il sudore. Se non restava tutto appiccicato. Aveva l’idea che mettersi del lattice sul pene non fosse il massimo; sentiva molto il problema del sudore, lo reputava una faccenda primaria. Non aveva osato farne parola, temeva che anche quello fosse relegato tra le cose da-non-fare-assolutamente-per-carità ed era preoccupato, dato che gli succedeva praticamente sempre di svegliarsi con i pantaloni del pigiama macchiati; in realtà un minimo accenno alla faccenda c’era stato, anche se non si era parlato proprio di sudore; ci si era limitati ad un generico prurito in ore non sospette della giornata.

«Mamma mi viene da grattare, non è colpa mia.»

«Ma anche a scuola?»

«Sì.»

«E come fai quando ti viene a scuola?»

«Vado in bagno.»

Lì c’era stata l’occhiata da “se proprio ne dobbiamo parlare facciamolo una volta per tutte e poi basta” ed era tremendo, perché significava che sarebbero state fornite molte più informazioni del solito – che avevano sempre l’aria di essere dei codici di massima sicurezza – e un po’ di cose per la famosa lista. Da quel giorno in casa non era più vista una copia di riviste come Io Donna, Novella2000, Grazia e così via (nemmeno i numeri di Famiglia Cristiana con le ragazze acqua e sapone in copertina), o almeno se circolavano lui non ne sapeva nulla. La galleria d’immagini del suo cellulare era stata decimata e dopo varie ipotesi Nicola arrivò anche a sospettare che fosse stata sua madre a cancellare qualche foto; per sbaglio, certo. Comunque ora gli toccava trattare per avere le foto di Simona Gargiulo ed era una gran seccatura, perché era sicuro che si sarebbe sparsa la voce e lui non voleva passare per uno che andava appresso a quelle cose.

Quel pomeriggio invece sua madre era stata di poche parole.

«Mamma, Gaia mi ha chiesto se voglio diventare il suo fidanzato. Che devo rispondere?»

Era stata in silenzio per un po’, in riflessione. Aveva sempre quell’aria da custode del sapere, come se in quei loro colloqui si discutesse di faccende decisive per le sorti dell’umanità.

«Secondo me è ancora troppo presto. Sei piccolo. Quando sarai più grande avrai tutto il tempo di pensare a queste cose.»

Detto fatto, Gaia era stata liquidata senza troppe spiegazioni, perché dire “non voglio essere il tuo fidanzato perché mia madre ha detto che è meglio di no” suonava un po’ troppo stupido, se ne rendeva conto. Non che evitare chiamate e messaggi fosse un’idea migliore, in effetti.

Lasciò quindi la batteria e il corpo del telefono per terra e tornò ad infilarsi nel letto – quel giorno niente scuola, non stava molto bene. Aveva lasciato arretrato un capitolo da leggere della Bibbia, la sera prima gli era venuto un colpo di sonno e non ce l’aveva fatta a resistere; ora doveva recuperare e possibilmente portarsi avanti con la lettura di quel giorno.

Tempo addietro sua madre gli aveva posato una Bibbia sul comodino – quanto tempo fa? C’era stato un tempo in cui non ricordava il rumore che si produceva sfogliando quelle pagine sottili? – e lo aveva invogliato a leggerne qualche passo ogni sera. Nicola aveva seguito il consiglio e in verità lo faceva con grande entusiasmo, non lo viveva come una costrizione. Anzi, lo faceva sentire meglio. Aveva preso quattro al compito di francese? Ecco la storia del profeta Samuele chiamato da Dio nel sonno. Una volta nel letto gli tornava in mente Luana, la sua compagna di classe, che aveva messo una maglietta attraverso cui si vedeva il reggiseno e, di tanto in tanto, i capezzoli? E Noè raccolse un esemplare maschio e uno femmina per ogni specie e li chiuse tutti dentro un’arca. La parola capezzoli aveva in sé qualcosa di sbagliato, forse erano le due zeta, fatto sta che un capitolo solo non era sufficiente a farlo sentire a posto con la propria coscienza.

Stanco del Vecchio testamento aveva deciso di saltare fino ai vangeli ed aveva raggiunto il capitolo quindici di Marco, in cui Gesù viene torturato e poi condannato a morte; era al punto in cui sul Golgota è tutto pronto e bisogna inchiodare i condannati sulla croce. Quella parte gli faceva ribrezzo e al contempo lo eccitava da morire: l’idea dei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi non era una cosa che si sentiva tutti i giorni, era un’immagine potente; certe cose non si vedevano nemmeno in televisione, o perlomeno non nella sua. I soldati si divisero le sue vesti tirandole a sorte e Nicola poggiò il libro sulla pancia. Oh merda, stava succedendo di nuovo. Strinse le gambe e riprese la lettura.

I sommi sacerdoti e gli scribi sfottevano Cristo perché non era in grado di salvare se stesso e lui teneva le ginocchia serrate e la bocca stretta. Che avrebbe detto sua madre? L’evangelista Marco? No, non ce la faceva, non ce la faceva; ormai era troppo tardi. Venuto mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Eloì, Eloì, lemà sabactàni?

Nicola scattò a sedere e sollevò il libro per evitare che si sporcasse – per evitare ogni contaminazione. Oh cazzo, era proprio un bel guaio. Non sarebbero bastate tutte le lettere di San Paolo per rimediare a questo.

«Nicola? Come ti senti?»

Sua madre lo trovò a gambe allargate, con la Bibbia tenuta alta sopra la testa. Nicola si coprì il grembo con il piumone; magari non si era accorta di nulla, ma il rossore sulle guance lo tradiva. Fregato: neanche l’intera Apocalisse avrebbe potuto mettere in pari le cose.

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