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sabato 1 agosto 2015

Onde

[Nella speranza che la prossima cosa abbia una trama]

Le capitava sempre più spesso di perdere la concentrazione. Se provava a spiegarlo, usava l’immagine delle onde che alteravano la superficie del mare. Diceva che era come iniziare a scrivere su un foglio partendo non dall’angolo in alto a sinistra ma dal centro, come se le parole vi si disperdessero attorno, si allontanassero in varie direzioni diverse, come se lo stesso foglio si increspasse nel momento in cui poggiava la penna e la carta cominciasse ad oscillare, uno specchio bianco in cui le sue parole sbiadivano e annegavano. Perdeva la capacità di sintesi; perdeva la messa a fuoco. Per esempio non sapeva che cosa stesse facendo lì.

Se l’albero di Natale che faceva capolino dallo scatolone rettangolare avesse preso un microfono e le avesse domandato: 
«Che stai facendo qui, Marta?»

Lei avrebbe risposto: «Non lo so che cosa sto facendo.»

«Pensi di fermarti per molto?»

«Il tempo necessario a calmarmi.»

«D’accordo, ma sei agitata per qualcosa?»


Questo riconduceva alle increspature al centro del foglio. Prima di fissare i rami dell’albero di Natale si trovava alla sua scrivania a controllare documenti, nella stanza che assieme a Maride avevano sistemato perché entrambe potessero usarla quando avevano bisogno di tranquillità. La scrivania era appartenuta al nonno di Maride; di suo c’erano le carte, i libri, le penne lasciate senza tappo e l’abat-jour comprata al supermercato. Aveva sentito il bisogno di alzarsi e si era alzata. Aveva fatto due passi avanti coprendo la distanza che separava gli angoli del tappeto – anche quello era suo. Di sua madre, per meglio dire. Era stato un regalo gradito, senza quel tappeto dal gusto classico la stanza sembrava un po’ ridicola, pretenziosa: non all’altezza di essere una stanza in cui lei o Maride potevano chiudersi per trovare la giusta concentrazione. Con quel tappeto si riusciva a credere che fosse uno studio vero e proprio, nonostante fosse a fianco della cucina.

martedì 3 febbraio 2015

Educazione

Michele entrò in cucina, luogo in cui di solito non era ammesso, perché si era sentito chiamare. Non ebbe neanche il tempo di guardarsi intorno, fra i vapori dei fornelli, e chiedersi chi mai poteva aver bisogno di lui, che sua nonna gli aveva già afferrato il braccio. Aveva la mano umida e Michele un po’ si dispiacque per la sorte toccata al suo maglione.

«Sono finte le olive, devi scendere nel sottano e prenderne altre scatole.»

Un’informazione confidenziale sussurratagli all’orecchio, un compito importante, assegnato proprio a lui. Michele annuì e chinò la testa per passare oltre sua zia Rosa, che reggeva una pirofila all’apparenza pesante. Zia Anna era l’addetta alla carne – che a lui non piaceva e quindi snobbava – e stava chiedendo se per favore si poteva aprire un po’ la finestra, perché stava impazzendo. Era tutta rossa in viso e si era tirata su le maniche del golf, in effetti. Qualcuna fece notare:

«L’aria fa male alla schiena di mamma.»

Zia Anna ebbe una pronta e secca risposta:

«E infatti mamma non dovrebbe stare lì.»

«Vero, non dovrebbe neanche cucinare.»

«Sì mamma, vai a sederti.»

Presagendo la colluttazione (verbale e non) che sarebbe seguita, Michele sgattaiolò verso la porta, giusto prima che sua nonna cominciasse ad alzare la voce. Non aveva fatto due passi che ricordò di non aver domandato se le olive bisognava prenderle di colore nero o di colore verde. Era un dettaglio importante, fece dietrofront. Facevano ancora proclami circa il fatto che la mamma non dovesse star lì a cucinare, che ci avrebbero pensato loro, ma di fatto nessuna aveva abbandonato la propria postazione.
Per ottenere l’attenzione di sua nonna dovette andarle vicino e così respirare l’odore dei cavoli che stava pelando.

«Di che colore devo prenderle, le olive?»

«Sullo scaffale in alto a destra.»

Perplesso, ma intuendo che non era il momento di fare domande, lasciò la cucina. Fosse dipeso da lui, sarebbe anche tornato di nuovo a chiedere precisamente quanti barattoli servivano e – magari in quel caso avrebbe alzato il tono della voce – se ci volevano le olive nere o le olive verdi, ma non voleva che sua nonna pensasse che era un incapace senza spirito d’iniziativa. Pensò che avrebbe deciso sul momento, in base alla disponibilità delle risorse.


giovedì 11 dicembre 2014

Se questo fosse un racconto consequenziale

Se questo fosse un racconto consequenziale le cose accadrebbero in maniera ordinata. Con la parola cose intendo eventi semplici, come può essere l’ andare da A a B: dal punto A ci si può muovere soltanto verso B, non esiste che si vada a finire sulla Z, così come da B si arriva a C e da C si va a finire a D. Un diagramma di flusso, un esercizio di logica. Una serie di eventi concatenati. Ho fame quindi mangio, ho sonno quindi dormo. Voglio una cosa, quindi me la prendo.

Recarsi in bagno per lavarsi i capelli può ancora rientrare nella sfera della consequenzialità: ho i capelli sporchi, li lavo; anche indossare gli orecchini e passarsi il rossetto sulle labbra (devo uscire di casa, mi rendo presentabile), meno spruzzarsi addosso il profumo delle grandi occasioni, quello che fa la sua bella figura nella confezione esposta nella vetrinetta del bagno. Un profumo da collezione; questo è più difficile da incastrare nella scaletta. Si suppone che la fermata al fornaio faccia parte delle premesse, il sacchetto con i pezzi di focaccia caldi si inserisce bene nello spazio fra “stavo facendo una passeggiata” e “ti ho pensato mentre ascoltavo il telegiornale”; ci sta proprio comodo, in effetti.

A questo punto tocca inserire un elemento casuale, un bivio. If-then, in programmazione. Se la porta del palazzo è aperta proseguiamo, se la porta del palazzo è chiusa tiriamo dritto facendo finta di niente e poi dietrofront. Tra cento metri svoltare l’angolo. Se questo fosse un racconto consequenziale non avrei nessuna preferenza e compirei quest’ultimo tragitto a passo regolare, nella più totale pace dei sensi. Ma si dà il caso che questo non sia un racconto consequenziale. Fa’ che la porta sia aperta.

La trappola è credere che per un meccanicismo superiore le cose vadano da sé; o più volgarmente convincersi che sì, deve accadere per forza, le premesse ci sono. È logica. Ad ogni livello la convinzione si rafforza sempre più, così il trovare la porta aperta fa nascere una potentissima bolla di sicurezza proprio al centro del petto, dove tengo il sacchetto, e da lì questa si spande tutt’intorno, al punto che nel salire le scale del primo piano non ho paura di formulare il bivio successivo.

Tre piani di scale, un palazzo verniciato di giallino – giallo senape, alquanto appropriato al tono della visita: macchie color senape suona certo meglio di macchie color crema. Nessuno si sognerebbe mai di dire macchie color crema, sarebbero al massimo degli screzi color crema, dei riflessi color crema. Se non c’è nessuno in casa giro i tacchi e torno sui miei passi, se è in casa mi fermerò a parlare, entrerò con nonchalance e offrirò le focacce che ho comprato per strada.

Terza porta a sinistra, oltre il quadro con le barchette in riva al mare, zerbino rettangolare con la cornice rossa. Se questo fosse un racconto consequenziale non avrei nessuna paura di premere il pulsante sopra il nome “Gallo” e non trovare nessuno in casa. Non starei lì per un po’, ferma, per ascoltare cosa succede al di là della porta, capire se c’è qualcuno in casa; dondolarsi sui tacchi; decidere se bussare o suonare il campanello. Il campanello è più formale e questa non è una visita formale. Questa è una visita che necessita di giustificazioni, di conseguenze logiche, di essere legittimata – agli occhi di chi, poi? – e di solito le visite formali non necessitano di questo tipo di cose. Se questo fosse un racconto consequenziale, se avessi accumulato sufficienti premesse da legittimare quello che sto facendo, se fossi cioè sicura di essere esattamente al posto giusto e che nessuno seduto nelle ultime file possa alzarsi e interrompere la dimostrazione dicendo “non è possibile!”, busserei con le nocche un paio di volte e sarei sicura che la porta mi verrebbe aperta senza bisogno di domandare chi è. Suono il campanello.

Eccola qui la consequenzialità, il primum movens di tutta la catena, il motivo per cui bisogna costruire premesse e cercare d’indirizzare le conseguenze. In tutta la sua bellezza androgina, completo di pantofole da casa invernali, grigie. La solita maglietta nera di una taglia più grande, i soliti jeans, le solite braccia ossute. Specialmente – e lì vanno i miei occhi – i soliti capelli senza capo né coda. Prossima mossa: giustificare la visita e spiegare perché sto occupando lo zerbino.

«Ho visto che il Torino vince tre a uno, si qualifica per l’Europa.»

Annuisce con aria grave, oserei dire con partecipazione. Lo sa già, ha passato il pomeriggio a guardare la partita, sappiamo tutti che non ha smesso di fissare il televisore finché l’arbitro non ha sancito la fine. Potrebbe persino aver partecipato all’euforia collettiva del quartiere. Non ha oltrepassato la soglia della porta, perciò non mi sta ricacciando indietro; non ha fatto una piega circa le focacce, perciò non si sta chiedendo cosa diavolo stia facendo lì – o non ritiene legittimo domandarlo ad alta voce. Si tira indietro per farmi passare, vedo che storce il naso quando lo sorpasso. Del resto si sapeva che il profumo sarebbe stato più difficile da far quadrare.

Se questo fosse un racconto consequenziale arrivati a questo punto non ci sarebbe bisogno di spiegare in che modo si giunge al successivo, cosa sottendono le ore successive, cosa succede dopo che le focacce sono state apprezzate, dopo che ci si è detti due parole. Invece non importa che cosa blatera lo studente dell’ultima fila col suo quaderno in mano, tutte le premesse, tutte le menate –chiamiamo le cose col loro nome – sulla legittimità e la logica e la progressione obbligata delle cose non spiegano come mai in questo momento, in questo esatto momento ed in questo luogo preciso qualcuno ha deciso di dire che sì, è giusto comunque, ha deciso di lasciar perdere le dimostrazioni, ha deciso che non gli importa se la strada per passare da F a G prevedeva un’altra sequenza, ha deciso di arrivarci comunque. Se questo fosse un racconto consequenziale la sua camera e il suo cuscino non avrebbero lo stesso profumo della boccetta da collezione che ho tirato fuori prima di uscire.

Ma qual era allora il significato dei tentennamenti davanti alla porta, delle riflessioni sul colore dei muri del palazzo, insomma di tutte le insicurezze che hanno preceduto questo slancio di passione, questa fiducia nell’altro non pienamente legittimata?

Comincio a domandarmelo dopo le prime quarantotto ore, nelle quali non segue nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna comparsata sul mio pianerottolo. Nessuna zazzera di capelli oltre lo spioncino della porta, nessun vassoio di pasticcini sorretto dalle dita più pallide che abbia mai visto. Mi dico che è questione di tempo perché ha scelto di ignorare i motivi per cui non avrei dovuto essere lì, quel giorno, a casa sua, tutte le obiezioni, le circostanze, il fatto che nella sua vita ci fosse una persona con un profumo diverso.

Il quarto giorno, vincendo l’impulso di correre di nuovo sul quel pianerottolo e bussare alla porta, ripercorro gli eventi, mi chiedo cosa ho sbagliato. Dove sta l’errore, nelle premesse o nella valutazione delle conseguenze? D’improvviso la scintilla, l’intuizione, il cambio di prospettiva. La risposta sta dall’altra parte della porta, in quella maglietta informe e nei calzini a righe spaiati, nel vedersi comparire davanti una ragazza in cerca di affetto, mendicante, non doversi sforzare nel costruire delle premesse, accontentarsi di quelle che lei ha messo su in maniera goffa e raffazzonata. Gettare in quel momento, nello stesso istante in cui infili la mano nel sacchetto per prendere il pezzo di focaccia bianca, nuove premesse, mascherarle ai suoi occhi. Farle credere di essere uscito fuori dallo schema. Lei che non riesce a passare da G ad H e tu che già vedi la fine della strada.

In effetti questo è un racconto consequenziale, dopotutto.

giovedì 31 luglio 2014

Restiamo a casa

Michele Nardella è un buono a nulla, pensò Giacinta. Non c’era niente da fare, la macchia d’umidità era lì, sul soffitto; la vedeva anche solo grazie alla luce della luna, sommata a quella proveniente dall’abat-jour; senza contare poi i problemi agli occhi che si portava dietro da almeno vent’anni. Miopia, astigmatismo, ipermetropia, uno valeva l’altro… il succo era che senza occhiali vedeva poco e niente, ed era comunque abbastanza per riconoscerne il contorno. Vernice professionale un corno, trattamento antimuffa dei miei stivali. La fissava da almeno un quarto d’ora, stesa a pancia in su; non sapeva che ore fossero e si stava convincendo che anche quella notte sarebbe passata così: un quarto d’ora il soffitto, mezz’ora di rosario, di nuovo il soffitto e poi cosa? La coroncina alla Divina Misericordia, quella al Pane Eucaristico, nella speranza di essere talmente stanca da cadere nel sonno per sfinimento.

sabato 29 marzo 2014

Antigene

[Perché la sindrome pre-mestruale è una cosa seria]


Questa storia è cominciata due mesi fa, diciamo. Posso indicare con molta lucidità anche il momento preciso: una sera in cui avevamo ospiti e non vedevamo l’ora che se ne andassero.
Abbiamo aspettato che i nostri amici oltrepassassero la porta di casa, poi ci siamo guardate negli occhi come a dire “lo facciamo?”, per darci coraggio. Marta si vergognava, così come si vergognava da morire quella volta che in un negozio di abbigliamento 0-12 anni ha dovuto chiedere alla commessa: «Una tutina, per favore.»
Ha dei problemi con i vezzeggiativi e in generale con le parole un po’ sdolcinate, te ne accorgerai. Per lo meno, all’epoca ne aveva.

giovedì 6 febbraio 2014

Diluvio


Non è che l’idea mi convincesse molto, ma quali altre possibilità avevamo? I suoi occhi mi chiedevano questo e i miei ammettevano: nessuna. Così siamo entrate, ed eccoci qui. Lei ha coperto in pochi passi la distanza fra la panca e la porta, io ho lasciato a terra l’ombrello e mi sono guardata intorno in cerca di un posto per me. Avevo l’imbarazzo della scelta: non c’era nessuno, giusto due o tre persone. Così, desolata e buia, aveva un’aria anche più solenne.
Da fuori sentivamo venire giù l’acqua con tanta forza che credevo fosse lì lì per infrangere le vetrate e sommergerci tutti; i rumori, poi, rimbalzavano da una parete all’altra e questo certo non aiutava. Nessun problema, comunque: bisognava soltanto aspettare.
Pensai che forse non era il caso di lasciare il mio ombrello, ormai zuppo e inutile, per terra, come fosse un volgare ingresso qualunque, così mi alzai per riprenderlo. La gomma sotto la suola delle mie scarpe faceva un rumore ridicolo, del tutto fuori luogo. Nel tragitto di ritorno saltellai quasi sulle punte per evitare la frizione, anche se nessuno diede l’impressione di avermi notato. Mi lasciai cadere sull’ultima sedia dell’ultima fila, rigirandomi il manico dell’ombrello fra le gambe.
Ero sempre più stanca, non mi sforzavo nemmeno di tenere le spalle dritte, nonostante fossimo in un luogo pubblico; aspettavo, mogia e in silenzio. Una donna si voltò. Forse si chiedeva, come me, che senso avesse rimanere lì, ma anche lei si rassegnò alla risposta che mi era stata data prima: non ci sono altre possibilità. Nessuna che valesse un viaggio là fuori, con l’inferno che c’era.
Come ho detto prima, quando entrammo non c’era nessuno, ma piano piano i posti cominciarono a riempirsi. Ogni volta che arrivava qualcuno lo guardavo bene in faccia, dritto negli occhi, per capire cosa l’avesse portato lì e più o meno avevano tutti la stessa risposta da darmi: meglio crepare qua dentro che tornare fuori. Meglio un evento altamente improbabile che il nulla assoluto. Mi colpì un uomo che entrò di corsa, schizzando acqua dappertutto – aveva i capelli, il cappotto e le scarpe fradici – con gli occhi sgranati, circa la stessa espressione che dovevo aver avuto io; pensai che forse lui un motivo vero ce l’aveva, per essere entrato. Ma poi lo vidi darsi un tono e avanzare nella fila centrale con fare sicuro, come un generale che raccoglie gli onori; mi aspettavo che si voltasse verso di noi, battesse le mani e dicesse qualche cosa ispirata e incoraggiante da un momento all’altro, per come si muoveva. Lasciai perdere la gente che entrava.
Non sapevo neanche che ore fossero, quanto tempo fosse passato e questo pensiero mi innervosiva un po’. Alzai la testa in cerca della ragazza con cui ero entrata ma non riuscii a rintracciarla, chissà dove s’era seduta. Avanti, mi dissi. O forse se n’era andata senza di me, mi aveva ingannata. Non avevo la forza di alzarmi e cercarla. Che cosa avrebbero letto le persone sedute nei miei occhi? Un bel niente, ecco che cosa.
Pioveva più forte, o almeno mi sembrava. Mollai l’ombrello a terra e nessuno se ne accorse. Cominciavano ad agitarsi. Ci siamo, dicevano i loro occhi – le loro nuche  e i profili, in verità, per quello che vedevo –, ci siamo. Ebbi paura anche io, tutto a un tratto. Forse perché ero seduta vicino alla porta. Pensai che sarebbe stato bello poter dividere quella paura con qualcuno, ma niente, non riuscivo a mettermi in piedi e a nessuno era venuto in mente di sedersi all’ultima fila.
La prima vetrata a sinistra si ruppe cogliendoci tutti di sorpresa. Ci fu un po’ di scompiglio, nessuno voleva essere il primo ad andarsene; vidi la fila corrispondente travolta dall’acqua, da una statua e dalla porticina del confessionale. C’era un casino tremendo per terra e io cominciavo a sentire i calzini zuppi e le dita dei piedi ghiacciate. Non ebbi il riflesso di correre via. Una donna allungò una mano verso di me, i suoi occhi dicevano: alzati, vieni via da lì!

Urlavano tutti ormai. Vidi il mio ombrello seguire la scia dei banchi e schiantarsi assieme a loro contro la parete. Probabilmente anche io mi stavo muovendo. Di sicuro la donna non riusciva a guardarmi in faccia, con tutto quello che stava venendo giù. Non posso, le gridai, non posso.

sabato 7 dicembre 2013

Malum coram te feci

Nicola sobbalzò nel sentire il rumore di qualcosa che cadeva; era soltanto il suo telefonino che vibrava, nessuno gli stava tendendo un agguato, nessuno lo stava spiando. Ignorò il suo rumoreggiare finché non si sfracellò contro il pavimento. Meglio così, si disse, non lo avrebbe più seccato. Erano due giorni di fila che Gaia lo tempestava di messaggi e chiamate a cui lui non aveva alcuna intenzione di rispondere. Neanche un segno di vita, non uno, nemmeno un sms per dirle di lasciarlo in pace. Un po’ si vergognava, però pensava che fosse meglio così e che prima o poi la ragazza si sarebbe stancata, tanto non c’erano altre possibilità e lui non aveva niente da dire.

Aveva provato a spiegarsi, quell’unica volta in cui avevano parlato seriamente della grande confessione, e ne era uscito qualcosa del genere:

«Allora, ci hai pensato?»

«Sì, non so…»

«Come non sai?»

«Forse non è il caso.»

«Mi stai dicendo di no?»

«Non ho detto di no, ho detto che è meglio di no.»

«Ma che cazzo significa che è meglio di no?»

«Meglio di no… non puoi capire.»

sabato 30 novembre 2013

E il sale?

[Con la bellezza di sette mesi e ventisette giorni (ma potrei sbagliarmi, perché lo sanno tutti che non so contare) questo si classifica come il racconto dal periodo di gestazione più lungo! E non vuol dire che sia un granché, ma non l'ho abbandonato per strada ed è assai, direi]


E l’amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo
E il tuo sentimento non riesce a fiorire.
(S.Esenin)


Giancarlo si svegliò accerchiato dalla luce del sole e dal ronzio della televisione. Era in ritardo e si precipitò giù dal letto alla ricerca di qualcosa da mettere addosso; scese in cucina con una camicia stretta fra le mani e la cintura che penzolava dai passanti del jeans.

«Buongiorno, pa’.»

«Che fai alzato a quest’ora?» borbottò Giancarlo.

Suo figlio minore, capelli castani e un paio di orecchie a sventola, fissava la televisione appollaiato su una sedia. Era sempre il primo a svegliarsi, per correre a guardare i cartoni prima di andare a scuola. Marco non sopportava che suo padre e suo fratello lo privassero di quel piacere mattutino e diventava una lagna se lo disturbavano.

«Ti ho fatto il caffè.»

Mostrò al padre l’angoletto di tavolo su cui aveva spiegato un tovagliolo rosso. Era il suo modo per evitare i rimproveri: suo padre non avrebbe mai rinunciato alla tazza di caffè mattutino bell’e pronta. Quando Marco avvertiva un nervosismo particolare, poi, aggiungeva quattro biscotti e il piattino. Quella mattina si era limitato a una galletta.

Giancarlo miscelò lo zucchero con la camicia ancora sbottonata. Odiava essere in ritardo; calcolò che avrebbe perso altri dieci minuti per mettere in moto il taxi e andare a chiamare Carola.

«Spegni la televisione, vai a vestirti!»

Come se incitare il figlio a darsi una mossa lo facesse sentire a posto con la propria coscienza. Marco non si mosse di un millimetro; guardare Hello! Spank prima di andare a scuola era un’abitudine consolidata tanto quanto il lavarsi i denti. Giancarlo si pulì i baffi con un tovagliolo.

«Hai sentito? Spegni!»

Stavolta Marco, infastidito, cambiò il ginocchio su cui poggiava il mento.

«È presto ancora» obiettò.

lunedì 18 novembre 2013

Promemoria n.3

I fatti sono questi: l'anatomia si presta molto bene a farmi da epifania, oppure la vista delle tavole del Sobotta scatena una depolarizzazione selvaggia sulle membrane delle mie sinapsi, dipende da come si vuol vedere il mondo.
Prendiamo il post di Settembre, mettiamolo da parte. C'è questa raccolta di racconti - o una storia a più capitoli (sì, a più capitoli, sul serio) non s'è capito bene - che mette tutti i propositi d'accordo. Se tutto va bene, potrei scriverne un capitolo al mese.


Current mood: Sinfonia di Leningrado, primo movimento

martedì 22 ottobre 2013

Aiutomatto

[Ho sempre saputo che avrei scritto una cosa del genere. Di più, volevo scriverla da secoli, ma non avevo mai l'idea giusta, la motivazione, il coraggio. Per questo regalo a me stessa devo ringraziare l'ansa duodenale e il pancreas che sono stati la mia epifania joyciana. Alla fine non è niente di che, sempre le stesse cose, ma stavolta speriamo davvero di averla finita.]


Problema: il Nero muove e il Bianco matta.


«Io esco, vado a prendere delle verdure al supermercato», ho detto.

«D’accordo», ha detto lei, ancora un po’ intontita. Mi sono chiusa il portone di casa alle spalle e mi è scivolato un peso dal cuore, sono sollevata. Finalmente, finalmente svincolata, finalmente libera!

Ho fatto la mia mossa, miss Fischer, e ora tocca a te. Sei libera di agire come ti pare, io ho fatto quel che dovevo fare e mi sono comportata bene, una vera gentildonna, sissignori. Ti lascio la mossa finale, lo scacco. Perché ti ho fatta vincere, io, Kasparov dei poveri? Perché è giusto così.

Ho messo la partita nelle tue mani. Cosa aspetti, su, è un colpo troppo semplice, non puoi sbagliare. Non fare quella faccia, non provare a fare la samaritana con me, non è nella tua natura. Fa’ la tua mossa: tornatene a casa. Accidenti, non sto dicendo mica che non m’importa, che mi lascia indifferente… voglio dire che lo capisco.

venerdì 13 settembre 2013

Fa' la cosa giusta

(Un racconto, finalmente un racconto, ué!)



Ho detto a Lavinia che non sono fidanzato, ma non so perché l’ho fatto. Lavinia è una bella donna, anche se non quanto Claudia; si starà chiedendo chi sia la ragazza con cui mi ha visto l’ultima volta, mi ha guardato con una faccia… Sono in ritardo. Chiudo la porta dell’ufficio, do un’occhiata veloce al corridoio e scendo le scale.

Sono tutto sudato, accidenti se fa caldo. Ho lasciato l’auto nel parcheggio dietro l’ASL – un po’ più nascosta del solito – e faccio gli ultimi passi che mi separano da lei quasi di corsa. Apro lo sportello, mi siedo, chiudo gli occhi; mentre aspetto che l’aria condizionata si diffonda mi sbottono i polsini della camicia e arrotolo le maniche fino ai gomiti. Ho i vestiti appiccicati alla pelle e la faccia tutta sudata, i jeans mi stanno facendo morire. Sono quasi le nove. Fra cinque minuti dovrei essere in un’aula ad ascoltare uno dei medici del dipartimento di igiene pubblica parlare del depuratore che dà sul nostro litorale, uno dei soliti corsi di formazione cui nessuno presta mai attenzione. 


Faranno a meno di me per questa volta.

sabato 15 giugno 2013

Alba di perla

La luce rosata a metà fra notte e giorno parlava chiaro: era giunta l’ora di alzarsi e tagliare la corda. La prima cosa che pensò Paloma fu che per l’ennesima volta si era ritrovata con un braccio indolenzito; approfittò dei pochi spiragli di luce per mettere a fuoco la stanza e, mossa audace e preventiva, disinnescò la sveglia digitale: non era il caso che si mettesse a suonare e svegliasse la ragazza accanto a lei, non dopo tutta la premura che stava usando per scivolare via dalle lenzuola. 

Poggiò i piedi nudi sulle mattonelle fredde e andò alla ricerca dei suoi vestiti; recuperò i jeans acquattati sul pavimento, prese i calzini appallottolati e li svolse per infilarli; compì tutte quelle operazioni di abbigliamento con molta cura, nel tentativo di minimizzare il fruscio degli abiti. Mentre s’infilava le scarpe le diede un’occhiata. La tizia stava dormendo e il suo respiro non tradiva alcuno stato cosciente. Non sapeva un bel niente di lei e non aveva alcun motivo valido per restare in quella stanza.

sabato 11 maggio 2013

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FUMARE

Per una sigaretta nel cortile, di notte, bisogna inerpicarsi sulla ringhiera e badare che la cenere non finisca sulla camicia da notte. Ora è chiaro che la cinta di separazione dal campo sportivo non è altro che un muretto assediato dall’edera, il ceppo del pino l’ha seppellito la rena, manca la bombola di metano e le scritte sul muro – Rachele ama Ciro B. – sono sbiadite. Le volute di fumo espirate contro l’aria afosa sono le stesse di qualche anno fa, ma i compagni sono come i gatti: passeggiano senza fermarsi. Gettare il filtro inservibile a terra vuol dire: tutto finito!



COMUNISMO 

Tina fa un respiro contro il collo di Lele, che fissa le pagine del libro; il bacio non la smuove.
«Non ti ci porto alla mostra, fa troppo caldo. Chiedilo a Luci.»
«Dorme!»
«Finge. Si alza prestissimo, fa colazione e torna nel letto.»
«È sempre così disordinata.»
Tina abbraccia Luci, che ha scomposto le lenzuola e monopolizzato un cuscino.
«Mi accompagni?»
Il mugugno che ne viene fuori suona come: «Non so guidare.»
Lele ride, Tina prova con le carezze ma viene respinta.
«Insomma, vi siete coalizzate? Se fate così divento…»
«Ah-ah, attenta Tina.»
Qui gelosia è una parola che non si può dire.



TANGO

Quel giorno imparai che cosa significasse avere le palle.
Lo sapevano tutti che Carmelo era proprio scarso nel gioco del calcio e nessuno gli passava la palla; poverino, trotterellava a centrocampo rincorrendoci. Mi fece pena e gli diedi una possibilità.
Sbagliai: tirò una sventola scoordinata e potente che andò dritta contro una finestra. Il tempo di udire il crash del vetro ed erano già tutti corsi via, lasciandomi lì come un cretino. Mi tremavano le gambe e forse per questo non scappai. Mi beccai le urla e assistetti alla barbara scuoiatura del pallone, ma che importava? Ero rimasto lì, a prendermi la colpa. Praticamente un eroe.







UN SEGRETO


Durante la salita verso il paese, fra una curva e l’altra, lui non dice una parola e lei è preoccupata; infine non si trattiene più e domanda:
«Sei proprio sicuro?»
«Hai alternative?»
Lei sa che quella fermezza cela soltanto delusione.
«A me non importa nulla di quello che fai, lo sai?»
La sincerità non lo smuove.
«Ai miei sì. Hai intenzione di fare la spia?» domanda, colto da un presentimento.
«No.»
«So che pensi, non dovrei mentire. Ma non ne parliamo più.»
Lei ammutolisce, sconfitta; a un tratto sporge la testa fuori dal finestrino e grida:
«Mio marito fa il contadino, va bene? Ridete? Chissenefrega!»




LA PALUDE

Alle tre del pomeriggio Matteo passa davanti al bivio dello scalone. Fa molto caldo e in giro non c’è nessuno se non si conta zio Pietrino, che sta sempre seduto lì.
«Zi’ Pietrino, che fate?»
«Niente.»
«Aspettate qualcuno?»
«Forse passa la corriera. Io controllo e se si ferma ti chiamo.»
Matteo compie la stessa strada a ritroso ogni sera per tornare a casa.
«Zi’ Pietrino, che fate?»
«Niente.»
«È passata la corriera?»
«Eh, no. Mi sono addormentato e non l’ho vista. Domani, quando passa, ti chiamo.»
Matteo sa che l’autobus non riuscirà mai a passare attraverso una via così piccola.

mercoledì 10 aprile 2013

Dietro la porta

Lucrezia sta tentando di scrivere quella lettera da ormai troppo tempo e in cuor suo sa che non la finirà mai e le sue parole invecchieranno nel cestino. È inutile perdere altro tempo a scervellarsi: una volta recapitata verrebbe comunque stracciata, lanciata nel fuoco, mangiucchiata fra le lacrime.

L’idea le era piaciuta, per qualche ora; metterlo per iscritto l’avrebbe reso più reale, avrebbe dato al tutto un languore romantico, lo avrebbe purificato. Non può scrivere perché le trema la mano. Dopotutto non è ancora successo niente e imprimerlo sul foglio con la penna sarebbe come emettere un’amara e prematura sentenza; il Caro Francesco in alto a sinistra sa di presa in giro e anche le due righe successive le risultano estranee: non può scrivere altro perché non ha niente da dire e infiocchettare quella lettera venefica con piccole concessioni e aneddoti affettuosi non ha alcun senso. Sono tutte cose che Francesco scoprirebbe per la prima volta da un pezzo di carta, piuttosto che dalla bocca di sua moglie.

giovedì 4 aprile 2013

L'ultima settimana di Alice Maas


La prima cosa che Alice Maas faceva ogni mattina, dopo essersi alzata e aver spalmato il gel idratante sulle guance e sulla fronte, era pensare ad un nuovo modo per uccidere suo padre. Ci pensava nell’arco di tempo fra le otto e il mezzogiorno – il periodo in cui restava a casa assieme a lui – affinando mano a mano la tecnica e aggiungendo dettagli su dettagli; dopo qualche settimana di rodaggio aveva già ideato ben sei modi differenti per commettere il delitto, uno per ogni giorno della settimana – eccezion fatta per la domenica, ma su questo c’era ancora da lavorare.

giovedì 21 marzo 2013

Siesta


Tommaso rientrò in camera con le braccia cariche di asciugamani e una borsa di vimini in spalla. Lo scroscio dell’acqua si sovrapponeva al basso lavorio del condizionatore; sul letto giaceva un marasma di indumenti, pronti per essere spostati nel cesto dei panni sporchi. Lisa, sotto la doccia, aveva sentito la serratura scattare e domandò:
«Tommaso, sei tu?»
«Sì, sono io» rispose lui. Si fermò a fissare i sandali della moglie, abbandonati sulla moquette. «Stai facendo la doccia?»
«Sì.»
Tommaso aggiunse la borsa al mucchio di abiti; si sentì subito sollevato: il peso degli asciugamani e il manico rinforzato gli avevano procurato un segno rosso sulla spalla. Andò alla ricerca del suo accappatoio e della biancheria intima pulita, per poi occupare una poltrona di velluto.
Aveva desiderato con insistenza quella vacanza: prenotata in anticipo una settimana di ferie a metà Luglio, messa da parte una somma discreta, senza contare l’aver passato tutta la primavera a cercare di convincere sua moglie.
«Vedrai che ci farà bene» aveva detto, «farà bene a entrambi un po’ di riposo, staccare dal tran tran di tutti i giorni – ufficio, casa, casa, ufficio.»
«Ma sentiti! Smetti di dire sciocchezze.»
«Non dico sciocchezze! Sono serissimo.»
Era chiaro che a sua moglie l’idea della vacanza non andava giù e perciò non si sarebbe mai occupata della ricerca di un albergo e della preparazione dei bagagli.

venerdì 8 marzo 2013

La birra la danno a 1,99

Il supermercato Ennegì è situato nella zona periferica, accanto alla tangenziale che circonda la città e conduce all’ospedale. Angelo va sempre a far la spesa lì quando può permetterselo, perché è il supermercato che ha la roba buona e continua ad essere rifornito, a differenza dell’altra catena che, ormai in fallimento, non conta più nemmeno una decina di macchine alla volta nel parcheggio. Angelo è fuggito a bordo della sua utilitaria per farsi un giro. In tasca ha una banconota da venti euro. Il tempo è brutto: ci sono le solite nuvole scure a circondare i palazzi e l’aria si fa sempre più pesante e afosa ogni secondo che passa.
I cambiamenti metereologici lo hanno sempre scombussolato, non è la prima volta che sente venirgli addosso una sensazione di soffocamento; si è sentito costretto a scaraventarsi fuori di casa, lasciando sua madre addormentata davanti alla televisione.

lunedì 18 febbraio 2013

Idillio alla Bomboniera



Toni si era preso la sua verginità, sotto un albero di olive nella masseria del padre, senza alcun merito; ogni volta che si trovava davanti il suo volto abbronzato e quel suo vizio di pizzicarsi il lobo dell’orecchio, Micaela si ricordava di quel pomeriggio di Giugno passato in campagna e di tutta la terra che le era rimasta attaccata sui jeans e sulla schiena, ma soprattutto si chiedeva se ne era valsa davvero la pena, farsi trattare in quel modo da un ragazzo più grande per sentirsi finalmente capace in qualcosa.

giovedì 31 gennaio 2013

La differenza



La grondaia stillava acqua in una pozza, una delle tante che tappezzavano la strada e rendevano il cortile, non del tutto asfaltato, sdrucciolevole. Postumi di un temporale estivo, di quelli che terminano di buttar giù la pioggia prima ancora che tu possa imprecargli contro.

A una finestra del palazzo numero tre c’era una ragazzina che se ne stava col naso e le mani incollate al vetro, mentre sua madre se la prendeva col maltempo passeggero. A Marianna non interessava che la pioggia avesse infierito sul bucato di sua madre: fissava il balcone del numero quattro e appannava la finestra col suo respiro. Era in quel momento centosessanta centimetri per cinquanta chili, accumulati in quasi tredici anni di vita, di pura malinconia.


sabato 26 gennaio 2013

Il punto è che

Visto che sono passate quasi ventiquattro ore e l'istinto di premere il pulsante "Elimina" non ha avuto la meglio, passiamo alla lista dei propositi. In ordine sparso: 


  • Finire Bollicine
  • Pubblicare un primo racconto prima dell'esame di chimica
  • Pubblicare tutte le altre Faculae rivedute e corrette
  • Mettere per iscritto -magari, sarebbe ora!- l'ultima idea per quella raccolta, così non se ne parla più
  • Armarsi di tanto coraggio e affrontare l'orrore di un racconto scritto cent'anni fa, ma che forse si può recuperare  
  • Scegliere quali minchiatstorielle vale la pena riesumare e quali no
  • Scrivere finalmente QUELLA DANNATA COSA che non vuole piantarla di girovagare per la mia mente, ma nemmeno farsi inchiodare da qualche parte o farsi guardare meglio
  • Decidere il titolo per la storia del padre e del figlio e dell'affitto
  • Dare una possibilità a "Lavoro, lavoro, lavoro!"


Non è Settembre e la mia scrivania non è così ordinata
(fonte: qui)



C'era un tempo in cui scrivevo una minchiata al mese, più o meno. Proviamo con "entro sei mesi".