giovedì 6 febbraio 2014

Diluvio


Non è che l’idea mi convincesse molto, ma quali altre possibilità avevamo? I suoi occhi mi chiedevano questo e i miei ammettevano: nessuna. Così siamo entrate, ed eccoci qui. Lei ha coperto in pochi passi la distanza fra la panca e la porta, io ho lasciato a terra l’ombrello e mi sono guardata intorno in cerca di un posto per me. Avevo l’imbarazzo della scelta: non c’era nessuno, giusto due o tre persone. Così, desolata e buia, aveva un’aria anche più solenne.
Da fuori sentivamo venire giù l’acqua con tanta forza che credevo fosse lì lì per infrangere le vetrate e sommergerci tutti; i rumori, poi, rimbalzavano da una parete all’altra e questo certo non aiutava. Nessun problema, comunque: bisognava soltanto aspettare.
Pensai che forse non era il caso di lasciare il mio ombrello, ormai zuppo e inutile, per terra, come fosse un volgare ingresso qualunque, così mi alzai per riprenderlo. La gomma sotto la suola delle mie scarpe faceva un rumore ridicolo, del tutto fuori luogo. Nel tragitto di ritorno saltellai quasi sulle punte per evitare la frizione, anche se nessuno diede l’impressione di avermi notato. Mi lasciai cadere sull’ultima sedia dell’ultima fila, rigirandomi il manico dell’ombrello fra le gambe.
Ero sempre più stanca, non mi sforzavo nemmeno di tenere le spalle dritte, nonostante fossimo in un luogo pubblico; aspettavo, mogia e in silenzio. Una donna si voltò. Forse si chiedeva, come me, che senso avesse rimanere lì, ma anche lei si rassegnò alla risposta che mi era stata data prima: non ci sono altre possibilità. Nessuna che valesse un viaggio là fuori, con l’inferno che c’era.
Come ho detto prima, quando entrammo non c’era nessuno, ma piano piano i posti cominciarono a riempirsi. Ogni volta che arrivava qualcuno lo guardavo bene in faccia, dritto negli occhi, per capire cosa l’avesse portato lì e più o meno avevano tutti la stessa risposta da darmi: meglio crepare qua dentro che tornare fuori. Meglio un evento altamente improbabile che il nulla assoluto. Mi colpì un uomo che entrò di corsa, schizzando acqua dappertutto – aveva i capelli, il cappotto e le scarpe fradici – con gli occhi sgranati, circa la stessa espressione che dovevo aver avuto io; pensai che forse lui un motivo vero ce l’aveva, per essere entrato. Ma poi lo vidi darsi un tono e avanzare nella fila centrale con fare sicuro, come un generale che raccoglie gli onori; mi aspettavo che si voltasse verso di noi, battesse le mani e dicesse qualche cosa ispirata e incoraggiante da un momento all’altro, per come si muoveva. Lasciai perdere la gente che entrava.
Non sapevo neanche che ore fossero, quanto tempo fosse passato e questo pensiero mi innervosiva un po’. Alzai la testa in cerca della ragazza con cui ero entrata ma non riuscii a rintracciarla, chissà dove s’era seduta. Avanti, mi dissi. O forse se n’era andata senza di me, mi aveva ingannata. Non avevo la forza di alzarmi e cercarla. Che cosa avrebbero letto le persone sedute nei miei occhi? Un bel niente, ecco che cosa.
Pioveva più forte, o almeno mi sembrava. Mollai l’ombrello a terra e nessuno se ne accorse. Cominciavano ad agitarsi. Ci siamo, dicevano i loro occhi – le loro nuche  e i profili, in verità, per quello che vedevo –, ci siamo. Ebbi paura anche io, tutto a un tratto. Forse perché ero seduta vicino alla porta. Pensai che sarebbe stato bello poter dividere quella paura con qualcuno, ma niente, non riuscivo a mettermi in piedi e a nessuno era venuto in mente di sedersi all’ultima fila.
La prima vetrata a sinistra si ruppe cogliendoci tutti di sorpresa. Ci fu un po’ di scompiglio, nessuno voleva essere il primo ad andarsene; vidi la fila corrispondente travolta dall’acqua, da una statua e dalla porticina del confessionale. C’era un casino tremendo per terra e io cominciavo a sentire i calzini zuppi e le dita dei piedi ghiacciate. Non ebbi il riflesso di correre via. Una donna allungò una mano verso di me, i suoi occhi dicevano: alzati, vieni via da lì!

Urlavano tutti ormai. Vidi il mio ombrello seguire la scia dei banchi e schiantarsi assieme a loro contro la parete. Probabilmente anche io mi stavo muovendo. Di sicuro la donna non riusciva a guardarmi in faccia, con tutto quello che stava venendo giù. Non posso, le gridai, non posso.

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