Non è che l’idea
mi convincesse molto, ma quali altre possibilità avevamo? I suoi occhi mi
chiedevano questo e i miei ammettevano: nessuna. Così siamo entrate, ed eccoci
qui. Lei ha coperto in pochi passi la distanza fra la panca e la porta, io ho
lasciato a terra l’ombrello e mi sono guardata intorno in cerca di un posto per
me. Avevo l’imbarazzo della scelta: non c’era nessuno, giusto due o tre
persone. Così, desolata e buia, aveva un’aria anche più solenne.
Da fuori
sentivamo venire giù l’acqua con tanta forza che credevo fosse lì lì per
infrangere le vetrate e sommergerci tutti; i rumori, poi, rimbalzavano da una
parete all’altra e questo certo non aiutava. Nessun problema, comunque:
bisognava soltanto aspettare.
Pensai che forse
non era il caso di lasciare il mio ombrello, ormai zuppo e inutile, per terra,
come fosse un volgare ingresso qualunque, così mi alzai per riprenderlo. La
gomma sotto la suola delle mie scarpe faceva un rumore ridicolo, del tutto
fuori luogo. Nel tragitto di ritorno saltellai quasi sulle punte per evitare la
frizione, anche se nessuno diede l’impressione di avermi notato. Mi lasciai
cadere sull’ultima sedia dell’ultima fila, rigirandomi il manico dell’ombrello
fra le gambe.
Ero sempre più
stanca, non mi sforzavo nemmeno di tenere le spalle dritte, nonostante fossimo
in un luogo pubblico; aspettavo, mogia e in silenzio. Una donna si voltò. Forse
si chiedeva, come me, che senso avesse rimanere lì, ma anche lei si rassegnò alla
risposta che mi era stata data prima: non ci sono altre possibilità. Nessuna
che valesse un viaggio là fuori, con l’inferno che c’era.
Come ho detto
prima, quando entrammo non c’era nessuno, ma piano piano i posti cominciarono a
riempirsi. Ogni volta che arrivava qualcuno lo guardavo bene in faccia, dritto
negli occhi, per capire cosa l’avesse portato lì e più o meno avevano tutti la
stessa risposta da darmi: meglio crepare qua dentro che tornare fuori. Meglio
un evento altamente improbabile che il nulla assoluto. Mi colpì un uomo che
entrò di corsa, schizzando acqua dappertutto – aveva i capelli, il cappotto e
le scarpe fradici – con gli occhi sgranati, circa la stessa espressione che
dovevo aver avuto io; pensai che forse lui un motivo vero ce l’aveva, per
essere entrato. Ma poi lo vidi darsi un tono e avanzare nella fila centrale con
fare sicuro, come un generale che raccoglie gli onori; mi aspettavo che si
voltasse verso di noi, battesse le mani e dicesse qualche cosa ispirata e
incoraggiante da un momento all’altro, per come si muoveva. Lasciai perdere la
gente che entrava.
Non sapevo
neanche che ore fossero, quanto tempo fosse passato e questo pensiero mi innervosiva
un po’. Alzai la testa in cerca della ragazza con cui ero entrata ma non
riuscii a rintracciarla, chissà dove s’era seduta. Avanti, mi dissi. O forse se
n’era andata senza di me, mi aveva ingannata. Non avevo la forza di alzarmi e
cercarla. Che cosa avrebbero letto le persone sedute nei miei occhi? Un bel
niente, ecco che cosa.
Pioveva più
forte, o almeno mi sembrava. Mollai l’ombrello a terra e nessuno se ne accorse.
Cominciavano ad agitarsi. Ci siamo, dicevano i loro occhi – le loro nuche e i profili, in verità, per quello che vedevo
–, ci siamo. Ebbi paura anche io, tutto a un tratto. Forse perché ero seduta
vicino alla porta. Pensai che sarebbe stato bello poter dividere quella paura
con qualcuno, ma niente, non riuscivo a mettermi in piedi e a nessuno era
venuto in mente di sedersi all’ultima fila.
La prima vetrata
a sinistra si ruppe cogliendoci tutti di sorpresa. Ci fu un po’ di scompiglio,
nessuno voleva essere il primo ad andarsene; vidi la fila corrispondente
travolta dall’acqua, da una statua e dalla porticina del confessionale. C’era
un casino tremendo per terra e io cominciavo a sentire i calzini zuppi e le
dita dei piedi ghiacciate. Non ebbi il riflesso di correre via. Una donna
allungò una mano verso di me, i suoi occhi dicevano: alzati, vieni via da lì!
Urlavano tutti
ormai. Vidi il mio ombrello seguire la scia dei banchi e schiantarsi assieme a
loro contro la parete. Probabilmente anche io mi stavo muovendo. Di sicuro la
donna non riusciva a guardarmi in faccia, con tutto quello che stava venendo
giù. Non posso, le gridai, non posso.
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