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venerdì 14 novembre 2014

Notte di luna

Paesaggio
Ci sarà la luna.
Ce ne sta
già un po'.
Eccola che pende piena nell'aria.
È Dio, probabilmente,
che con un meraviglioso
cucchiaio d'argento
rimesta la zuppa di pesce delle stelle.

[1916]

Vladimir V. Majakovskij, Poesie, BUR Rizzoli

mercoledì 19 febbraio 2014

Tu non tormentarmi con la freddezza

Tu non tormentarmi con la freddezza
e non chiedermi, quanti anni ho,
ossessionato da una pesante epilessia,
sono stanco nell'anima, come uno scheletro giallo.

C'è stato un tempo, quando dai sobborghi
io sognavo infantilmente - fumosamente,
che sarei diventato ricco e famoso
e che tutti mi avrebbero amato.

Sì! Io sono ricco, e ricco di troppo.
Avevo un cilindro, e adesso  non l'ho più
mi è rimasta solo una pettìna
e un paio di scarpe a punta alla moda scalcagnate.

E la mia fama non è peggiore, -
da Mosca fino ai barboni di Parigi
il mio nome incute orrore,
come una bestemmia grossa, da barboni.

E l'amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo,
e il tuo sentimento non riesce a fiorire.

Per rattristarmi adesso è ancora presto,
Ma, anche se c'è la tristezza - non è un guaio!
Più dorata delle tue trecce la giovane atrepice
fruscia sui kurgany.

Vorrei ritornare in quei luoghi,
in modo che al mormorio della  giovane atrepice
potessi affondare per sempre in una incertezza
e sognare come un ragazzino - in un fumo.

Ma sognare qualcosa d'altro, di nuovo, 
incompreso alla terra e all'erba,
che il cuore non possa esprimere a parole
e l'uomo non sappia dargli un nome.

1923


Sergej A. Esenin, Poemi e poemetti, BUR

sabato 25 gennaio 2014

All'amato se stesso dedica queste righe l'autore

Quattro.
Pesanti come un colpo.
«A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio».
Ma uno
Come me
Dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi
Piccolo
Come il Grande Oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l’alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un’amata
Uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

Oh, s’io fossi povero!
Come un miliardario!
Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All’orda sfrenata dei miei desideri
Non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
Come Dante
O Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di struggersi in cenere!
E le parole
E il mio amore
Sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

Oh, s’io fossi
Silenzioso
Come il tuono,
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito eremo della terra.
Se urlerò a squarciagola
Io
Con la mia voce immensa,
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
Se fossi
Appannato
Come il sole!
Che bisogno ho io
Di abbeverare col mio splendore
Il grembo dimagrato della terra!

Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
Delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
così grande
e così inutile?


1916

Vladimir V. Majakovskij

venerdì 10 gennaio 2014

Notte d'inverno

Tormenta, tormenta su tutta la terra
fino agli ultimi confini.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.

Come uno svolio di moscerini, 
d'estate, su una fiamma,
così i fiocchi da fuori irrompevano
sul telaio della finestra.

La tormenta imprimeva sul vetro
circoli e frecce.
Una candela bruciava sul tavolo, 
una candela bruciava.

Sul soffitto illuminato
si coricavano le ombre.
Incroci di braccia, incroci di gambe,
incrocio di destini.

E due scarpette cadevano
con un colpo sul pavimento, 
e dal lume la cera a lagrime
gocciolava sull'abito.

E tutto in una caligine di neve
canuta e bianca si perdeva.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.

Da un angolo sulla candela un alito,
e la febbre della tentazione
come un angelo alzava due ali
a forma di croce.

La tormenta durò tutto febbraio,
e ininterrottamente
una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.


Boris Pasternak, Il dottor Živago, trad. Mario Socrate

venerdì 27 dicembre 2013

Distanze: verste, miglia...

a Boris Pasternak

Distanze: verste, miglia…
Ci hanno divisi, dispersi, costretti
a vivere dimessi, muti, buoni,
ai confini opposti della terra.

Distacco: strada, versta…
Mani scollate e disgiunte
hanno mandato al supplizio dei chiodi
ignari che il disastro è lega

d’estri e tendini. Di ossa. Volevano:
dissidio – hanno il disagio
di chi ha perso dimora.
                                      Muro e fosso.
Ci hanno divisi come aquile con-

giurate: miglia, strade, verste…
E non disperazione, ma – sconcerto.
Per asili e tuguri terrestri –
come orfani, smarriti.

E quale, quale Marzo è oggi?
Ci hanno smazzato. Come carte.


Marina I. Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale

mercoledì 11 dicembre 2013

Vai pure avanti, tu, per la tua strada

Vai pure avanti, tu, per la tua strada,
la tua mano non la sfioro.
Ma troppo eterna era l'angoscia in me,
perché per me tu fossi una qualunque.

Il cuore tutt'un colpo disse: "Cara!"
Tutto io a te, a casaccio, ho perdonato,
senza saper di te nemmeno il nome! -
Oh, amami, tu, amami!

Poso lo sguardo sulle labbra - meandro,
sulla loro incrollabile alterigia,
sugli aspri aggetti delle sopracciglia:
e il cuore mi si piglia - un coccolone!

La veste è una corazza in seta nera,
la voce, appena roca, d'una zingara,
tutto mi piace da morire in te, -
perfino il fatto che non sei uno schianto!

Non sfiorirai, bellezza, con l'estate!
Non un fiore - uno stelo sei, d'acciacio,
più cattivo del male, più appuntito
d'un ago - da che isola importato?

Fai meraviglie col ventaglio, tu,
o con la canna da passeggio, -
in ogni tua venuzza ed ossicino,
nel garbo d'ogni tuo tristo ditino, 
la tenerezza della donna, c'è,
e l'insolenza del ragazzo.

Col verso respingendo ogni sogghigno,
rivelo a te e al mondo ciò che a noi
fu in te predestinato, sconosciuta
dalla fronte di Beethoven.

14 Gennaio 1915

Marina I. Cvetaeva, dal ciclo L'amica 

mercoledì 4 dicembre 2013

La spensieratezza è un caro peccato

La spensieratezza è un caro peccato,
caro compagno di strada e nemico mio caro!
Tu negli occhi m’hai spruzzato il riso
e la mazurca mi hai spruzzato nelle vene.
Poiché mi hai insegnato a non serbare l’anello,
con chiunque la vita mi sposasse.
A cominciare dalla ventura – dalla fine,
e a finire – ancor prima di cominciare.
A essere come uno stelo, ed essere come l’acciaio.
Nella vita, in cui così poco possiamo,
a curare la tristezza con la cioccolata
e a ridere in faccia ai passanti.

Marina Cvetaeva, Poesie

giovedì 28 novembre 2013

Poco, mi serve

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

Velimir Chlebnikov, 47 Poesie facili e una difficile, Quodilibet

venerdì 18 ottobre 2013

Poema della fine [14]

Pendio. Per pavidi sentieri
di pecore – al fragore
della città. Tre ragazze in salita.
Sfrontate. Ridenti. Di te

Ridono – col trionfale mezzogiorno
del ventre. Risate come
creste d’onda. Ridono per le tue
 maschili, superflue, ignominiose –

Lacrime. Risibili, visibili
anche nella pioggia. Due lune.
Due fiumi. Gemme infamanti
sul bronzo del campione.

Per le tue estreme
e prime – oh, continua! –
lacrime: perle
del mio diadema.

Non abbasso la testa.
Tra buio e rovesci
le fisso. Guardate, bevete,
marionette di Venere!

Il nostro legame è il più stretto
dei talami nuziali!
E il Cantico dei Cantici
lascia a noi la parola – a noi,

creature senza storia.
E Salomone si commuove: quanto
più alto del giacere insieme
è il comune pianto!

E nelle cave onde di nebbia
vai – la schiena curva, il passo uguale –
senza tracce, muto,

come affonda una nave.


Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale

giovedì 17 ottobre 2013

Poema della fine [13]

Così si affilano i coltelli
Sulla pietra, così si spazza via
La segatura. Sotto i miei palmi
Qualcosa di fradicio, gonfio.

Dov’è la celebrata coppia: forza virile, secca forza!
Sotto il mio palmo fiotti
Di lacrime – non pioggia!

Di quali seduzioni ormai parlare?
Ogni mio avere – in lacrime!
Dopo i tuoi occhi-diamanti,
dopo questi torrenti nei palmi

nono resta più nulla
da perdere. E solo
carezze, carezze,
carezze sul volto.

Siamo tutte così noi Marine,
polacche: superbe.
Dopo i tuoi occhi d’aquila
Che grondano nelle mie mani…

Piangi? Caro,
prendo io tutto il peso! Perdona!
Qualcosa di caldo, di grande
– Salato, indifeso – nel palmo!

Tremende lacrime maschili:
mazzate sulla nuca! Piangi!
Ritroverai con altre
Il pudore smarrito.

Noi? Due gocce
Della stessa acqua…
Morta conchiglia –
Labbra su labbra.

Bagnate.
Di atrepice
Sanno.
«Ma dimmi, e domani
Quando

Mi sveglio?...»


M. Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale

domenica 13 ottobre 2013

Poesia n.38

Sì! Ora è deciso. Senza ritorno
Ho lasciato i campi nativi.
Ormai non più con l’alato fogliame
Canteranno su di me i pioppi.

La bassa casa senza di me si ingobbirà,
Il mio vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle tortuose vie di Mosca
Dio ha deciso, si vede, che io morirò.

Amo questa città intricata,
Non mi importa se è flaccida o decrepita.
La sonnolenta Asia d’oro
Riposa sulle sue cupole.

E quando di notte splende la luna,
Quando splende… Lo sa il diavolo come!
Vedo, con la testa penzolante,
Per un vicolo verso la solita bettola.

Rumore e fracasso nell’orribile tana,
Per tutta l’intera notte, fino all’alba,
Io leggo poesie alle prostitute
E mi do all’alcool con i banditi.

Il cuore batte più spesso e più spesso,
E già io parlo a sproposito:
«Io sono, come voi, uno rovinato,
Ormai non posso più tornare indietro.»

La bassa casa senza di me si ingobbirà,
Il mio vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle tortuose vie di Mosca
Dio ha deciso, si vede, che io morirò.

(1922)


S. Esenin, Poesie e poemetti, BUR


mercoledì 9 ottobre 2013

Poema della fine [12]

Fitta criniera sugli occhi
la pioggia. Colline. Alle spalle
i sobborghi. Siamo
fuori città.

C'è la città, ma non per noi.
Matrigna - non madre!
Bisogna fermarsi: oltre
non si può andare. Qui

bisogna crepare. Campi.
Steccati. La vita è sobborgo.
Costruite casette felici
con fiori, con orti!

Causa perduta
in partenza, signori:
chi è che resiste
così fuori mano?

E sotto i rovesci, gli scrosci
di un acquazzone impazzito,
ci separiamo: la prima cosa
che facciamo insieme!

Anche a Giobbe, Signore,
chiedevi tanto in cambio?
Ti è andata male: noi siamo
fuori città...

Fuori città! Oltre - bastioni
e barriere. La vita è dove
nulla si può. Prigione.
Quartiere di ebrei.

Erranti? È mille volte
più degno. Giacché
ai non serpenti la vita
è pogróm. Viva

di rinnegati soltanto,
di Giuda! Meglio
di un lebbrosario!
O all'inferno! Purché

non nella vita:
pascolo di agnelli
per il boia! Dormitorio
di apostati e marrani!

Straccio con le mie mani
il fogli di residenza
nell'esistenza. Vendetta
per lo scudo di Davide.

Ghetto. Fossato.
Non aspettarti pietà! Nel nostro, 
nel più cristiano dei mondi - 
ogni poeta è giudeo!


Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale

martedì 8 ottobre 2013

Poema della fine [11]

Perdere tutto in un colpo:
niente di più pulito...
Sobborghi. Confini
di giorni, ferite,

carezze (carcasse
di corpi e di case).

Rispetto le villette vuote
come una vecchia madre.
Perché è già fare - svuotarsi!
Chi è deserto non può.

(Case per villeggianti
e amanti. Case di - assenti.)

Solo non trasalire 
quando il coltello apre.
Periferia: per i feriti 
squarcio di cicatrici.

Giacché - bando a parole
sontuose - l'amore è sutura,

non benda. Non scudo - sutura.
Ah, non chiedere aiuto!
È lo stesso filo che inchioda i morti
alla terra, il punto che mi lega

a te: e lo dirà il tempo:
se scempio, se doppio.

In ogni modo, caro: per orli, per bordi, per
cuciture, stracci, brandelli...
Di buono c'è che si è aperta
da sola: di colpo, senza sfilacci.

E nelle pieghe c'è carne
viva -non marcio.

Oh, non perde chi strappa!
È vittoria lo squarcio.
Sobborghi - divorzi
di fronti, memorie.

Vento di esecuzioni capitali.
Verdetto di periferie.

Oh, non perde chi scappa
quando si accende l'aurora.
Io ti ho cucito una vita intera -
di notte, senza imbastirla.
Non arrabbiarti se ora la trovi 
un po' storta... Sobborghi:

laceri bordi di anime
sfilate dal corpo,
scucite... Violento,
feroce è il passo

dei sobborghi. Lo senti, sull'argilla
fradicia: stivale del destino?
... I miei punti alla buona giudica tu,
caro, e il vivo filo tenace

perdona... Guarda:
l'ultimo lampione!

"Qui?" sguardo come
congiura. Sguardo di razze
inferiori. "Andiamo sulla montagna -
per l'ultima volta?"...



Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale

sabato 7 settembre 2013

La sentenza

Ed è caduta la parola di pietra
Sul mio petto ancor vivo.
Non è nulla, vi ero preparata,
Ne verrò a capo in qualche modo.

Ho molto da fare, oggi:
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,
Bisogna che l'anima si pietrifichi,
Bisogna di nuovo imparare a vivere,

Se no... l'ardente stormire dell'estate,
Come una festa oltre la finestra.
Da tempo avevo presentito questo
Giorno radioso e la casa vuota.

1939. Estate.


Anna Achmatova, Requiem

venerdì 6 settembre 2013

Le ragazze, quelle che camminano

Le ragazze, quelle che camminano,
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che hanno abbassato le lance
sul lago delle proprie ciglia.
Le ragazze, che si lavano i piedi
nel lago delle mie parole.


Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile, Quodlibet

sabato 13 luglio 2013

Poema della montagna

POSTFAZIONE

La memoria ha cedimenti, qualcosa
appanna gli occhi: sette veli.
Io non ti ricordo - a parte.
Dov'era il volto - bianco vuoto.

Senza lineamenti. Una lacuna, tu:
tutto. (L'anima fitta di ferite -
un solo squarcio.) Marcare i dettagli
con il gesso - ai sarti!

La volta celeste fu creata intera.
Il mare è forse somma degli spruzzi?
Senza segni. In verità, particolare, tu:
tutto. È legame l'amore, non elenco.

Capelli scuri o chiari -
lo dica il tuo vicino - vede, lui.
Si divide la passione - a pezzi?
Non sono né macellaio né chirurgo.

Sei come un cerchio, pieno e intero.
Turbine intero, pieno stordimento.
Non ti ricordo separato
dall'amore. Segno di uguaglianza.

(Nei mucchi piumosi del sogno
- colline, cascate di schiuma! -
non io - nuova, strana all'udito,
la maestà del plurale: noi!)

In compenso, nella stretta, bassa
vita - "la vita così com'è..." -
io non ti vedo insieme
con nessuna:
                   Vendetta del ricordo.


Marina I. Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale

martedì 25 giugno 2013

Il treno della vita

Zanna o zampillo, raffica, baleno -
c'è ogni ora un treno per l'eterno.
Arrivo e so solo: stazione.
Non è il caso di sciogliere i fagotti.

Su tutto e tutti: occhi senza sguardo,
indifferenti. Fuori! in salvo!
in terza classe, via dall'afa soffocante
delle sale d'attesa per signore, dall'odore

di polpette riscaldate, guance
intorpidite... Più in là, anima,
avanti, pure nel fango, solo - via!

Via da questa fatale falsità:

di bigodini, pannolini,
calamistri arroventati,
capelli bruciacchiati,
cappelli, cuffiette,
eau-de-toilette,
di felicità volgari,
coniugali (klein wenig!)
- "Dov'è la caffettiera?" -
di biscotti, cuscini, matrone,
di balie, bagni, bonnes.

Non voglio aspettare l'ultima mia ora
in questa scatola di copri femminili.
Voglio che il treno rida e corra:
anche la morte non ha classe!

Allo sbaraglio, a rompicollo, a vuoto, - fino
a stordirsi! "Dio, questa gentaglia!..."
E al pellegrino che racconta: "All'altro mondo..."
senza sapere cosa, urlare: "Meglio!"

***

Piattaforma. Traversine. Ultimo ramo
tra le mani. Lo lascio. Tardi
per tenersi. Traverse. Rotaie. Di troppe
labbra esausta. E stelle.

Oltre la luce di tutti i pianeti 
ormai scomparsi - chi li ha mai contati? -
vedo soltanto: fine della corsa.
Non è il caso di sciogliersi in singhiozzi.



Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale

venerdì 21 giugno 2013

Ascoltate!

Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
"Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Si?!".
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?


V. Majakovskij

mercoledì 12 giugno 2013

Raskòl'nikov e sua madre

Qui Pul'chèrija Aleksàndrovna si mise d'un tratto a piangere.
- Daccapo! Non guardami, sciocca che sono! Ah, Signore, che sto a fare seduta? - esclamò, balzando su, - c'è del caffè, e io non te n'offro! Ecco che cosa vuol dire l'egoismo dei vecchi. Subito, subito!
-Mammina, lasciate stare, vado via subito. Non venuto per questo. Fate il piacere di ascoltarmi.
Pul'chèrija Aleksàndrovna gli si accostò timidamente.
-Mammina, qualunque cosa accada, qualunque cosa sentiate sul conto mio, qualunque cosa vi dicano di me, mi vorrete sempre bene come adesso? - egli domandò improvvisamente nella piena del cuore, come se non badasse alle sue parole e non stesse a pesarlo.
- Rodja, Rodja, che hai? Ma come mi puoi fare di queste domande? Ma chi mi dirà qualcosa di te? Ma io non crederei a nessuno, chiunque venisse da me, lo scaccerei senz'altro.

martedì 21 maggio 2013

L'uomo nero

Amico mio, amico mio,
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.


La mia testa agita le orecchie
come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.