Paesaggio
Ci sarà la luna.
Ce ne sta
già un po'.
Eccola che pende piena nell'aria.
È Dio, probabilmente,
che con un meraviglioso
cucchiaio d'argento
rimesta la zuppa di pesce delle stelle.
[1916]
Vladimir V. Majakovskij, Poesie, BUR Rizzoli
Visualizzazione post con etichetta letteratura russa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura russa. Mostra tutti i post
venerdì 14 novembre 2014
mercoledì 19 febbraio 2014
Tu non tormentarmi con la freddezza
Tu non tormentarmi con la freddezza
e non chiedermi, quanti anni ho,
ossessionato da una pesante epilessia,
sono stanco nell'anima, come uno scheletro giallo.
C'è stato un tempo, quando dai sobborghi
io sognavo infantilmente - fumosamente,
che sarei diventato ricco e famoso
e che tutti mi avrebbero amato.
Sì! Io sono ricco, e ricco di troppo.
Avevo un cilindro, e adesso non l'ho più
mi è rimasta solo una pettìna
e un paio di scarpe a punta alla moda scalcagnate.
E la mia fama non è peggiore, -
da Mosca fino ai barboni di Parigi
il mio nome incute orrore,
come una bestemmia grossa, da barboni.
E l'amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo,
e il tuo sentimento non riesce a fiorire.
Per rattristarmi adesso è ancora presto,
Ma, anche se c'è la tristezza - non è un guaio!
Più dorata delle tue trecce la giovane atrepice
fruscia sui kurgany.
Vorrei ritornare in quei luoghi,
in modo che al mormorio della giovane atrepice
potessi affondare per sempre in una incertezza
e sognare come un ragazzino - in un fumo.
Ma sognare qualcosa d'altro, di nuovo,
incompreso alla terra e all'erba,
che il cuore non possa esprimere a parole
e l'uomo non sappia dargli un nome.
1923
Sergej A. Esenin, Poemi e poemetti, BUR
e non chiedermi, quanti anni ho,
ossessionato da una pesante epilessia,
sono stanco nell'anima, come uno scheletro giallo.
C'è stato un tempo, quando dai sobborghi
io sognavo infantilmente - fumosamente,
che sarei diventato ricco e famoso
e che tutti mi avrebbero amato.
Sì! Io sono ricco, e ricco di troppo.
Avevo un cilindro, e adesso non l'ho più
mi è rimasta solo una pettìna
e un paio di scarpe a punta alla moda scalcagnate.
E la mia fama non è peggiore, -
da Mosca fino ai barboni di Parigi
il mio nome incute orrore,
come una bestemmia grossa, da barboni.
E l'amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo,
e il tuo sentimento non riesce a fiorire.
Per rattristarmi adesso è ancora presto,
Ma, anche se c'è la tristezza - non è un guaio!
Più dorata delle tue trecce la giovane atrepice
fruscia sui kurgany.
Vorrei ritornare in quei luoghi,
in modo che al mormorio della giovane atrepice
potessi affondare per sempre in una incertezza
e sognare come un ragazzino - in un fumo.
Ma sognare qualcosa d'altro, di nuovo,
incompreso alla terra e all'erba,
che il cuore non possa esprimere a parole
e l'uomo non sappia dargli un nome.
1923
Sergej A. Esenin, Poemi e poemetti, BUR
sabato 25 gennaio 2014
All'amato se stesso dedica queste righe l'autore
Quattro.
Pesanti come un colpo.
«A Cesare quel che è di Cesare, a
Dio quel che è di Dio».
Ma uno
Come me
Dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S’io fossi
Piccolo
Come il Grande Oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi
delle onde,
con l’alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un’amata
Uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per
contenerla!
Oh, s’io fossi povero!
Come un miliardario!
Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile si annida in
essa.
All’orda sfrenata dei miei desideri
Non basta l’oro di tutte le
Californie.
S’io fossi balbuziente
Come Dante
O Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di struggersi in
cenere!
E le parole
E il mio amore
Sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi
passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.
Oh, s’io fossi
Silenzioso
Come il tuono,
gemerei,
stringendo con un brivido il
decrepito eremo della terra.
Se urlerò a squarciagola
Io
Con la mia voce immensa,
le comete torceranno le braccia
fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla
malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei
le notti
Se fossi
Appannato
Come il sole!
Che bisogno ho io
Di abbeverare col mio splendore
Il grembo dimagrato della terra!
Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
Delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
così grande
e così inutile?
1916
Vladimir V. Majakovskij
venerdì 10 gennaio 2014
Notte d'inverno
Tormenta, tormenta su tutta la terra
fino agli ultimi confini.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Come uno svolio di moscerini,
d'estate, su una fiamma,
così i fiocchi da fuori irrompevano
sul telaio della finestra.
La tormenta imprimeva sul vetro
circoli e frecce.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Sul soffitto illuminato
si coricavano le ombre.
Incroci di braccia, incroci di gambe,
incrocio di destini.
E due scarpette cadevano
con un colpo sul pavimento,
e dal lume la cera a lagrime
gocciolava sull'abito.
E tutto in una caligine di neve
canuta e bianca si perdeva.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Da un angolo sulla candela un alito,
e la febbre della tentazione
come un angelo alzava due ali
a forma di croce.
La tormenta durò tutto febbraio,
e ininterrottamente
una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Boris Pasternak, Il dottor Živago, trad. Mario Socrate
fino agli ultimi confini.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Come uno svolio di moscerini,
d'estate, su una fiamma,
così i fiocchi da fuori irrompevano
sul telaio della finestra.
La tormenta imprimeva sul vetro
circoli e frecce.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Sul soffitto illuminato
si coricavano le ombre.
Incroci di braccia, incroci di gambe,
incrocio di destini.
E due scarpette cadevano
con un colpo sul pavimento,
e dal lume la cera a lagrime
gocciolava sull'abito.
E tutto in una caligine di neve
canuta e bianca si perdeva.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Da un angolo sulla candela un alito,
e la febbre della tentazione
come un angelo alzava due ali
a forma di croce.
La tormenta durò tutto febbraio,
e ininterrottamente
una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.
Boris Pasternak, Il dottor Živago, trad. Mario Socrate
venerdì 27 dicembre 2013
Distanze: verste, miglia...
a Boris Pasternak
Distanze:
verste, miglia…
Ci
hanno divisi, dispersi, costretti
a
vivere dimessi, muti, buoni,
ai
confini opposti della terra.
Distacco:
strada, versta…
Mani
scollate e disgiunte
hanno
mandato al supplizio dei chiodi
ignari
che il disastro è lega
d’estri
e tendini. Di ossa. Volevano:
dissidio
– hanno il disagio
di
chi ha perso dimora.
Muro e
fosso.
Ci
hanno divisi come aquile con-
giurate:
miglia, strade, verste…
E
non disperazione, ma – sconcerto.
Per
asili e tuguri terrestri –
come
orfani, smarriti.
E
quale, quale Marzo è oggi?
Ci
hanno smazzato. Come carte.
Marina I. Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
mercoledì 11 dicembre 2013
Vai pure avanti, tu, per la tua strada
Vai pure avanti, tu, per la tua strada,
la tua mano non la sfioro.
Ma troppo eterna era l'angoscia in me,
perché per me tu fossi una qualunque.
Il cuore tutt'un colpo disse: "Cara!"
Tutto io a te, a casaccio, ho perdonato,
senza saper di te nemmeno il nome! -
Oh, amami, tu, amami!
Poso lo sguardo sulle labbra - meandro,
sulla loro incrollabile alterigia,
sugli aspri aggetti delle sopracciglia:
e il cuore mi si piglia - un coccolone!
La veste è una corazza in seta nera,
la voce, appena roca, d'una zingara,
tutto mi piace da morire in te, -
perfino il fatto che non sei uno schianto!
Non sfiorirai, bellezza, con l'estate!
Non un fiore - uno stelo sei, d'acciacio,
più cattivo del male, più appuntito
d'un ago - da che isola importato?
Fai meraviglie col ventaglio, tu,
o con la canna da passeggio, -
in ogni tua venuzza ed ossicino,
nel garbo d'ogni tuo tristo ditino,
la tenerezza della donna, c'è,
e l'insolenza del ragazzo.
Col verso respingendo ogni sogghigno,
rivelo a te e al mondo ciò che a noi
fu in te predestinato, sconosciuta
dalla fronte di Beethoven.
14 Gennaio 1915
Marina I. Cvetaeva, dal ciclo L'amica
la tua mano non la sfioro.
Ma troppo eterna era l'angoscia in me,
perché per me tu fossi una qualunque.
Il cuore tutt'un colpo disse: "Cara!"
Tutto io a te, a casaccio, ho perdonato,
senza saper di te nemmeno il nome! -
Oh, amami, tu, amami!
Poso lo sguardo sulle labbra - meandro,
sulla loro incrollabile alterigia,
sugli aspri aggetti delle sopracciglia:
e il cuore mi si piglia - un coccolone!
La veste è una corazza in seta nera,
la voce, appena roca, d'una zingara,
tutto mi piace da morire in te, -
perfino il fatto che non sei uno schianto!
Non sfiorirai, bellezza, con l'estate!
Non un fiore - uno stelo sei, d'acciacio,
più cattivo del male, più appuntito
d'un ago - da che isola importato?
Fai meraviglie col ventaglio, tu,
o con la canna da passeggio, -
in ogni tua venuzza ed ossicino,
nel garbo d'ogni tuo tristo ditino,
la tenerezza della donna, c'è,
e l'insolenza del ragazzo.
Col verso respingendo ogni sogghigno,
rivelo a te e al mondo ciò che a noi
fu in te predestinato, sconosciuta
dalla fronte di Beethoven.
14 Gennaio 1915
Marina I. Cvetaeva, dal ciclo L'amica
mercoledì 4 dicembre 2013
La spensieratezza è un caro peccato
La
spensieratezza è un caro peccato,
caro
compagno di strada e nemico mio caro!
Tu
negli occhi m’hai spruzzato il riso
e
la mazurca mi hai spruzzato nelle vene.
Poiché
mi hai insegnato a non serbare l’anello,
con
chiunque la vita mi sposasse.
A
cominciare dalla ventura – dalla fine,
e
a finire – ancor prima di cominciare.
A
essere come uno stelo, ed essere come l’acciaio.
Nella
vita, in cui così poco possiamo,
a
curare la tristezza con la cioccolata
e
a ridere in faccia ai passanti.
Marina Cvetaeva, Poesie
giovedì 28 novembre 2013
Poco, mi serve
Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.
Velimir Chlebnikov, 47 Poesie facili e una difficile, Quodilibet
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.
Velimir Chlebnikov, 47 Poesie facili e una difficile, Quodilibet
venerdì 18 ottobre 2013
Poema della fine [14]
Pendio. Per pavidi sentieri
di pecore – al fragore
della città. Tre ragazze in salita.
Sfrontate. Ridenti. Di te
Ridono – col trionfale mezzogiorno
del ventre. Risate come
creste d’onda. Ridono per le tue
– maschili, superflue, ignominiose –
Lacrime. Risibili, visibili
anche nella pioggia. Due lune.
Due fiumi. Gemme infamanti
sul bronzo del campione.
Per le tue estreme
e prime – oh, continua! –
lacrime: perle
del mio diadema.
Non abbasso la testa.
Tra buio e rovesci
le fisso. Guardate, bevete,
marionette di Venere!
Il nostro legame è il più stretto
dei talami nuziali!
E il Cantico dei Cantici
lascia a noi la parola – a noi,
creature senza storia.
E Salomone si commuove: quanto
più alto del giacere insieme
è il comune pianto!
E nelle cave onde di nebbia
vai – la schiena curva, il passo uguale –
senza tracce, muto,
come affonda una nave.
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
giovedì 17 ottobre 2013
Poema della fine [13]
Così si
affilano i coltelli
Sulla pietra,
così si spazza via
La segatura.
Sotto i miei palmi
Qualcosa
di fradicio, gonfio.
Dov’è la
celebrata coppia: forza virile, secca forza!
Sotto il
mio palmo fiotti
Di lacrime
– non pioggia!
Di quali
seduzioni ormai parlare?
Ogni mio
avere – in lacrime!
Dopo i
tuoi occhi-diamanti,
dopo
questi torrenti nei palmi
nono
resta più nulla
da
perdere. E solo
carezze,
carezze,
carezze
sul volto.
Siamo
tutte così noi Marine,
polacche:
superbe.
Dopo i
tuoi occhi d’aquila
Che grondano
nelle mie mani…
Piangi?
Caro,
prendo
io tutto il peso! Perdona!
Qualcosa
di caldo, di grande
– Salato,
indifeso – nel palmo!
Tremende
lacrime maschili:
mazzate
sulla nuca! Piangi!
Ritroverai
con altre
Il pudore
smarrito.
Noi? Due
gocce
Della stessa
acqua…
Morta conchiglia
–
Labbra su
labbra.
Bagnate.
Di
atrepice
Sanno.
«Ma
dimmi, e domani
Quando
Mi sveglio?...»
M. Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
domenica 13 ottobre 2013
Poesia n.38
Sì! Ora
è deciso. Senza ritorno
Ho
lasciato i campi nativi.
Ormai
non più con l’alato fogliame
Canteranno
su di me i pioppi.
La bassa
casa senza di me si ingobbirà,
Il mio
vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle
tortuose vie di Mosca
Dio ha
deciso, si vede, che io morirò.
Amo
questa città intricata,
Non mi
importa se è flaccida o decrepita.
La
sonnolenta Asia d’oro
Riposa
sulle sue cupole.
E quando
di notte splende la luna,
Quando
splende… Lo sa il diavolo come!
Vedo,
con la testa penzolante,
Per un
vicolo verso la solita bettola.
Rumore e
fracasso nell’orribile tana,
Per
tutta l’intera notte, fino all’alba,
Io leggo
poesie alle prostitute
E mi do all’alcool
con i banditi.
Il cuore
batte più spesso e più spesso,
E già io
parlo a sproposito:
«Io
sono, come voi, uno rovinato,
Ormai non
posso più tornare indietro.»
La bassa
casa senza di me si ingobbirà,
Il mio
vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle
tortuose vie di Mosca
Dio ha
deciso, si vede, che io morirò.
(1922)
S. Esenin, Poesie e poemetti, BUR
Etichette:
Esenin,
letteratura russa,
menate,
poesie,
San Marco
mercoledì 9 ottobre 2013
Poema della fine [12]
Fitta criniera sugli occhi
la pioggia. Colline. Alle spalle
i sobborghi. Siamo
fuori città.
C'è la città, ma non per noi.
Matrigna - non madre!
Bisogna fermarsi: oltre
non si può andare. Qui
bisogna crepare. Campi.
Steccati. La vita è sobborgo.
Costruite casette felici
con fiori, con orti!
Causa perduta
in partenza, signori:
chi è che resiste
così fuori mano?
E sotto i rovesci, gli scrosci
di un acquazzone impazzito,
ci separiamo: la prima cosa
che facciamo insieme!
Anche a Giobbe, Signore,
chiedevi tanto in cambio?
Ti è andata male: noi siamo
fuori città...
Fuori città! Oltre - bastioni
e barriere. La vita è dove
nulla si può. Prigione.
Quartiere di ebrei.
Erranti? È mille volte
più degno. Giacché
ai non serpenti la vita
è pogróm. Viva
di rinnegati soltanto,
di Giuda! Meglio
di un lebbrosario!
O all'inferno! Purché
non nella vita:
pascolo di agnelli
per il boia! Dormitorio
di apostati e marrani!
Straccio con le mie mani
il fogli di residenza
nell'esistenza. Vendetta
per lo scudo di Davide.
Ghetto. Fossato.
Non aspettarti pietà! Nel nostro,
nel più cristiano dei mondi -
ogni poeta è giudeo!
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
la pioggia. Colline. Alle spalle
i sobborghi. Siamo
fuori città.
C'è la città, ma non per noi.
Matrigna - non madre!
Bisogna fermarsi: oltre
non si può andare. Qui
bisogna crepare. Campi.
Steccati. La vita è sobborgo.
Costruite casette felici
con fiori, con orti!
Causa perduta
in partenza, signori:
chi è che resiste
così fuori mano?
E sotto i rovesci, gli scrosci
di un acquazzone impazzito,
ci separiamo: la prima cosa
che facciamo insieme!
Anche a Giobbe, Signore,
chiedevi tanto in cambio?
Ti è andata male: noi siamo
fuori città...
Fuori città! Oltre - bastioni
e barriere. La vita è dove
nulla si può. Prigione.
Quartiere di ebrei.
Erranti? È mille volte
più degno. Giacché
ai non serpenti la vita
è pogróm. Viva
di rinnegati soltanto,
di Giuda! Meglio
di un lebbrosario!
O all'inferno! Purché
non nella vita:
pascolo di agnelli
per il boia! Dormitorio
di apostati e marrani!
Straccio con le mie mani
il fogli di residenza
nell'esistenza. Vendetta
per lo scudo di Davide.
Ghetto. Fossato.
Non aspettarti pietà! Nel nostro,
nel più cristiano dei mondi -
ogni poeta è giudeo!
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
martedì 8 ottobre 2013
Poema della fine [11]
Perdere tutto in un colpo:
niente di più pulito...
Sobborghi. Confini
di giorni, ferite,
carezze (carcasse
di corpi e di case).
Rispetto le villette vuote
come una vecchia madre.
Perché è già fare - svuotarsi!
Chi è deserto non può.
(Case per villeggianti
e amanti. Case di - assenti.)
Solo non trasalire
quando il coltello apre.
Periferia: per i feriti
squarcio di cicatrici.
Giacché - bando a parole
sontuose - l'amore è sutura,
non benda. Non scudo - sutura.
Ah, non chiedere aiuto!
È lo stesso filo che inchioda i morti
alla terra, il punto che mi lega
a te: e lo dirà il tempo:
se scempio, se doppio.
In ogni modo, caro: per orli, per bordi, per
cuciture, stracci, brandelli...
Di buono c'è che si è aperta
da sola: di colpo, senza sfilacci.
E nelle pieghe c'è carne
viva -non marcio.
Oh, non perde chi strappa!
È vittoria lo squarcio.
Sobborghi - divorzi
di fronti, memorie.
Vento di esecuzioni capitali.
Verdetto di periferie.
Oh, non perde chi scappa
quando si accende l'aurora.
Io ti ho cucito una vita intera -
di notte, senza imbastirla.
Non arrabbiarti se ora la trovi
un po' storta... Sobborghi:
laceri bordi di anime
sfilate dal corpo,
scucite... Violento,
feroce è il passo
dei sobborghi. Lo senti, sull'argilla
fradicia: stivale del destino?
... I miei punti alla buona giudica tu,
caro, e il vivo filo tenace
perdona... Guarda:
l'ultimo lampione!
"Qui?" sguardo come
congiura. Sguardo di razze
inferiori. "Andiamo sulla montagna -
per l'ultima volta?"...
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
niente di più pulito...
Sobborghi. Confini
di giorni, ferite,
carezze (carcasse
di corpi e di case).
Rispetto le villette vuote
come una vecchia madre.
Perché è già fare - svuotarsi!
Chi è deserto non può.
(Case per villeggianti
e amanti. Case di - assenti.)
Solo non trasalire
quando il coltello apre.
Periferia: per i feriti
squarcio di cicatrici.
Giacché - bando a parole
sontuose - l'amore è sutura,
non benda. Non scudo - sutura.
Ah, non chiedere aiuto!
È lo stesso filo che inchioda i morti
alla terra, il punto che mi lega
a te: e lo dirà il tempo:
se scempio, se doppio.
In ogni modo, caro: per orli, per bordi, per
cuciture, stracci, brandelli...
Di buono c'è che si è aperta
da sola: di colpo, senza sfilacci.
E nelle pieghe c'è carne
viva -non marcio.
Oh, non perde chi strappa!
È vittoria lo squarcio.
Sobborghi - divorzi
di fronti, memorie.
Vento di esecuzioni capitali.
Verdetto di periferie.
Oh, non perde chi scappa
quando si accende l'aurora.
Io ti ho cucito una vita intera -
di notte, senza imbastirla.
Non arrabbiarti se ora la trovi
un po' storta... Sobborghi:
laceri bordi di anime
sfilate dal corpo,
scucite... Violento,
feroce è il passo
dei sobborghi. Lo senti, sull'argilla
fradicia: stivale del destino?
... I miei punti alla buona giudica tu,
caro, e il vivo filo tenace
perdona... Guarda:
l'ultimo lampione!
"Qui?" sguardo come
congiura. Sguardo di razze
inferiori. "Andiamo sulla montagna -
per l'ultima volta?"...
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
sabato 7 settembre 2013
La sentenza
Ed è caduta la parola di pietra
Sul mio petto ancor vivo.
Non è nulla, vi ero preparata,
Ne verrò a capo in qualche modo.
Ho molto da fare, oggi:
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,
Bisogna che l'anima si pietrifichi,
Bisogna di nuovo imparare a vivere,
Se no... l'ardente stormire dell'estate,
Come una festa oltre la finestra.
Da tempo avevo presentito questo
Giorno radioso e la casa vuota.
1939. Estate.
Anna Achmatova, Requiem
Sul mio petto ancor vivo.
Non è nulla, vi ero preparata,
Ne verrò a capo in qualche modo.
Ho molto da fare, oggi:
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,
Bisogna che l'anima si pietrifichi,
Bisogna di nuovo imparare a vivere,
Se no... l'ardente stormire dell'estate,
Come una festa oltre la finestra.
Da tempo avevo presentito questo
Giorno radioso e la casa vuota.
1939. Estate.
Anna Achmatova, Requiem
venerdì 6 settembre 2013
Le ragazze, quelle che camminano
Le ragazze, quelle che camminano,
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che hanno abbassato le lance
sul lago delle proprie ciglia.
Le ragazze, che si lavano i piedi
nel lago delle mie parole.
Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile, Quodlibet
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che hanno abbassato le lance
sul lago delle proprie ciglia.
Le ragazze, che si lavano i piedi
nel lago delle mie parole.
Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile, Quodlibet
sabato 13 luglio 2013
Poema della montagna
POSTFAZIONE
La memoria ha cedimenti, qualcosa
appanna gli occhi: sette veli.
Io non ti ricordo - a parte.
Dov'era il volto - bianco vuoto.
Senza lineamenti. Una lacuna, tu:
tutto. (L'anima fitta di ferite -
un solo squarcio.) Marcare i dettagli
con il gesso - ai sarti!
La volta celeste fu creata intera.
Il mare è forse somma degli spruzzi?
Senza segni. In verità, particolare, tu:
tutto. È legame l'amore, non elenco.
Capelli scuri o chiari -
lo dica il tuo vicino - vede, lui.
Si divide la passione - a pezzi?
Non sono né macellaio né chirurgo.
Sei come un cerchio, pieno e intero.
Turbine intero, pieno stordimento.
Non ti ricordo separato
dall'amore. Segno di uguaglianza.
(Nei mucchi piumosi del sogno
- colline, cascate di schiuma! -
non io - nuova, strana all'udito,
la maestà del plurale: noi!)
In compenso, nella stretta, bassa
vita - "la vita così com'è..." -
io non ti vedo insieme
con nessuna:
Vendetta del ricordo.
Marina I. Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale
La memoria ha cedimenti, qualcosa
appanna gli occhi: sette veli.
Io non ti ricordo - a parte.
Dov'era il volto - bianco vuoto.
Senza lineamenti. Una lacuna, tu:
tutto. (L'anima fitta di ferite -
un solo squarcio.) Marcare i dettagli
con il gesso - ai sarti!
La volta celeste fu creata intera.
Il mare è forse somma degli spruzzi?
Senza segni. In verità, particolare, tu:
tutto. È legame l'amore, non elenco.
Capelli scuri o chiari -
lo dica il tuo vicino - vede, lui.
Si divide la passione - a pezzi?
Non sono né macellaio né chirurgo.
Sei come un cerchio, pieno e intero.
Turbine intero, pieno stordimento.
Non ti ricordo separato
dall'amore. Segno di uguaglianza.
(Nei mucchi piumosi del sogno
- colline, cascate di schiuma! -
non io - nuova, strana all'udito,
la maestà del plurale: noi!)
In compenso, nella stretta, bassa
vita - "la vita così com'è..." -
io non ti vedo insieme
con nessuna:
Vendetta del ricordo.
Marina I. Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale
martedì 25 giugno 2013
Il treno della vita
Zanna o zampillo, raffica, baleno -
c'è ogni ora un treno per l'eterno.
Arrivo e so solo: stazione.
Non è il caso di sciogliere i fagotti.
Su tutto e tutti: occhi senza sguardo,
indifferenti. Fuori! in salvo!
in terza classe, via dall'afa soffocante
delle sale d'attesa per signore, dall'odore
di polpette riscaldate, guance
intorpidite... Più in là, anima,
avanti, pure nel fango, solo - via!
Via da questa fatale falsità:
di bigodini, pannolini,
calamistri arroventati,
capelli bruciacchiati,
cappelli, cuffiette,
eau-de-toilette,
di felicità volgari,
coniugali (klein wenig!)
- "Dov'è la caffettiera?" -
di biscotti, cuscini, matrone,
di balie, bagni, bonnes.
Non voglio aspettare l'ultima mia ora
in questa scatola di copri femminili.
Voglio che il treno rida e corra:
anche la morte non ha classe!
Allo sbaraglio, a rompicollo, a vuoto, - fino
a stordirsi! "Dio, questa gentaglia!..."
E al pellegrino che racconta: "All'altro mondo..."
senza sapere cosa, urlare: "Meglio!"
c'è ogni ora un treno per l'eterno.
Arrivo e so solo: stazione.
Non è il caso di sciogliere i fagotti.
Su tutto e tutti: occhi senza sguardo,
indifferenti. Fuori! in salvo!
in terza classe, via dall'afa soffocante
delle sale d'attesa per signore, dall'odore
di polpette riscaldate, guance
intorpidite... Più in là, anima,
avanti, pure nel fango, solo - via!
Via da questa fatale falsità:
di bigodini, pannolini,
calamistri arroventati,
capelli bruciacchiati,
cappelli, cuffiette,
eau-de-toilette,
di felicità volgari,
coniugali (klein wenig!)
- "Dov'è la caffettiera?" -
di biscotti, cuscini, matrone,
di balie, bagni, bonnes.
Non voglio aspettare l'ultima mia ora
in questa scatola di copri femminili.
Voglio che il treno rida e corra:
anche la morte non ha classe!
Allo sbaraglio, a rompicollo, a vuoto, - fino
a stordirsi! "Dio, questa gentaglia!..."
E al pellegrino che racconta: "All'altro mondo..."
senza sapere cosa, urlare: "Meglio!"
***
Piattaforma. Traversine. Ultimo ramo
tra le mani. Lo lascio. Tardi
per tenersi. Traverse. Rotaie. Di troppe
labbra esausta. E stelle.
Oltre la luce di tutti i pianeti
ormai scomparsi - chi li ha mai contati? -
vedo soltanto: fine della corsa.
Non è il caso di sciogliersi in singhiozzi.
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, traduzione di Serena Vitale
venerdì 21 giugno 2013
Ascoltate!
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha
bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che
esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle
questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere
meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa
tortura senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
"Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Si?!".
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha
bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
V. Majakovskij
mercoledì 12 giugno 2013
Raskòl'nikov e sua madre
Qui Pul'chèrija Aleksàndrovna si mise d'un tratto a piangere.
- Daccapo! Non guardami, sciocca che sono! Ah, Signore, che sto a fare seduta? - esclamò, balzando su, - c'è del caffè, e io non te n'offro! Ecco che cosa vuol dire l'egoismo dei vecchi. Subito, subito!
-Mammina, lasciate stare, vado via subito. Non venuto per questo. Fate il piacere di ascoltarmi.
Pul'chèrija Aleksàndrovna gli si accostò timidamente.
-Mammina, qualunque cosa accada, qualunque cosa sentiate sul conto mio, qualunque cosa vi dicano di me, mi vorrete sempre bene come adesso? - egli domandò improvvisamente nella piena del cuore, come se non badasse alle sue parole e non stesse a pesarlo.
- Rodja, Rodja, che hai? Ma come mi puoi fare di queste domande? Ma chi mi dirà qualcosa di te? Ma io non crederei a nessuno, chiunque venisse da me, lo scaccerei senz'altro.
martedì 21 maggio 2013
L'uomo nero
Amico mio, amico mio,
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.
La mia testa agita le orecchie
come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.
La mia testa agita le orecchie
come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.
Iscriviti a:
Post (Atom)