Pendio. Per pavidi sentieri
di pecore – al fragore
della città. Tre ragazze in salita.
Sfrontate. Ridenti. Di te
Ridono – col trionfale mezzogiorno
del ventre. Risate come
creste d’onda. Ridono per le tue
– maschili, superflue, ignominiose –
Lacrime. Risibili, visibili
anche nella pioggia. Due lune.
Due fiumi. Gemme infamanti
sul bronzo del campione.
Per le tue estreme
e prime – oh, continua! –
lacrime: perle
del mio diadema.
Non abbasso la testa.
Tra buio e rovesci
le fisso. Guardate, bevete,
marionette di Venere!
Il nostro legame è il più stretto
dei talami nuziali!
E il Cantico dei Cantici
lascia a noi la parola – a noi,
creature senza storia.
E Salomone si commuove: quanto
più alto del giacere insieme
è il comune pianto!
E nelle cave onde di nebbia
vai – la schiena curva, il passo uguale –
senza tracce, muto,
come affonda una nave.
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, trad. Serena Vitale
Nessun commento:
Posta un commento