Tu non tormentarmi con la freddezza
e non chiedermi, quanti anni ho,
ossessionato da una pesante epilessia,
sono stanco nell'anima, come uno scheletro giallo.
C'è stato un tempo, quando dai sobborghi
io sognavo infantilmente - fumosamente,
che sarei diventato ricco e famoso
e che tutti mi avrebbero amato.
Sì! Io sono ricco, e ricco di troppo.
Avevo un cilindro, e adesso non l'ho più
mi è rimasta solo una pettìna
e un paio di scarpe a punta alla moda scalcagnate.
E la mia fama non è peggiore, -
da Mosca fino ai barboni di Parigi
il mio nome incute orrore,
come una bestemmia grossa, da barboni.
E l'amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo,
e il tuo sentimento non riesce a fiorire.
Per rattristarmi adesso è ancora presto,
Ma, anche se c'è la tristezza - non è un guaio!
Più dorata delle tue trecce la giovane atrepice
fruscia sui kurgany.
Vorrei ritornare in quei luoghi,
in modo che al mormorio della giovane atrepice
potessi affondare per sempre in una incertezza
e sognare come un ragazzino - in un fumo.
Ma sognare qualcosa d'altro, di nuovo,
incompreso alla terra e all'erba,
che il cuore non possa esprimere a parole
e l'uomo non sappia dargli un nome.
1923
Sergej A. Esenin, Poemi e poemetti, BUR
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mercoledì 19 febbraio 2014
domenica 13 ottobre 2013
Poesia n.38
Sì! Ora
è deciso. Senza ritorno
Ho
lasciato i campi nativi.
Ormai
non più con l’alato fogliame
Canteranno
su di me i pioppi.
La bassa
casa senza di me si ingobbirà,
Il mio
vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle
tortuose vie di Mosca
Dio ha
deciso, si vede, che io morirò.
Amo
questa città intricata,
Non mi
importa se è flaccida o decrepita.
La
sonnolenta Asia d’oro
Riposa
sulle sue cupole.
E quando
di notte splende la luna,
Quando
splende… Lo sa il diavolo come!
Vedo,
con la testa penzolante,
Per un
vicolo verso la solita bettola.
Rumore e
fracasso nell’orribile tana,
Per
tutta l’intera notte, fino all’alba,
Io leggo
poesie alle prostitute
E mi do all’alcool
con i banditi.
Il cuore
batte più spesso e più spesso,
E già io
parlo a sproposito:
«Io
sono, come voi, uno rovinato,
Ormai non
posso più tornare indietro.»
La bassa
casa senza di me si ingobbirà,
Il mio
vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle
tortuose vie di Mosca
Dio ha
deciso, si vede, che io morirò.
(1922)
S. Esenin, Poesie e poemetti, BUR
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martedì 21 maggio 2013
L'uomo nero
Amico mio, amico mio,
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.
La mia testa agita le orecchie
come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.
La mia testa agita le orecchie
come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.
martedì 29 gennaio 2013
Ritorno al paese nativo
Ho visitato i luoghi nativi,
La mia campagna, con la sua gente,
Dove sono vissuto da ragazzino,
Dove, come una torretta
Con piattaforma di betulla
Si innalzava un campanile senza croce.
Quante cose si sono cambiate laggiù,
Nella loro quotidianità, povera e squallida.
Quale moltitudine di scoperte
È venuta dietro ai miei calcagni.
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