martedì 21 maggio 2013

L'uomo nero

Amico mio, amico mio,
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.


La mia testa agita le orecchie
come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.



L'uomo nero
scorre il dito su un libro schifoso
e, col canto nasale su di me,
come un monaco su un morto,
mi legge la vita
di un certo mascalzone e furfante,
cacciando nell'anima angoscia e paura.
L'uomo nero,
nero, nero!


«Ascolta, ascolta,
mi borbotta,
nel libro ci sono molti bellissimi
pensieri e piani.
Quest'uomo
viveva in un paese
dei più ripugnanti
teppisti e ciarlatani.


In dicembre in questo paese
la neve è pura fino al diavolo,
e le bufere muovono
le più allegre conocchie.
Quell'uomo era un avventuriero,
ma della marca migliore
più alta.



Egli era elegante,
e per di più poeta,
anche se piccola
la sua forza afferrava,
e una certa donna,
che aveva più di quarant'anni,
lui la chiamava bambina cattiva,
e la sua amata.»


«La felicità, - diceva, -
è la destrezza della mente e delle mani.
Tutte le anime goffe
sono note per la loro infelicità.
Non importa
se molti tormenti
apportino i gesti
deformi e menzogneri.


Nelle tempeste, nei temporali,
nella gelida vita,
nelle perdite gravi
e quando sei triste
sembrare sorridente e semplice -
è l'arte più alta al mondo».


«Uomo nero!
Non puoi osarlo!
Tu difatti non vivi in servizio
come un palombaro.
Che m'importa della vita
di un poeta scandaloso.
Per favore, ad altri
leggi e racconta».



L'uomo nero
mi guarda fisso.
E gli occhi si coprono
di un rigurgito azzurro, -
come se volesse dire,
che io sono un farabutto e un ladro,
che in modo svergognato e sfacciato
ho derubato qualcuno.


......................................................

Amico mio, amico mio,
io sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che fischia
sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
è l'alcool che sfronda il cervello.


Notte di gelo.
La pace dell'incrocio è silente.
Sono solo presso la finestra,
non aspetto né amico, né ospite.
Tutta la pianura è ricoperta
da una calcina friabile e molle,
e gli alberi, come cavalieri,
sono venuti nel nostro giardino.


Da qualche parte piange
un uccello notturno malefico.
I cavalieri di legno
seminano un rumore di zoccoli.
Ecco di nuovo questo nero
che siede sulla mia poltrona,
innalza un po' il suo cilindro
e non curante butta all'indietro le falde della finanziera.


«Ascolta, ascolta! -
MI fa con voce stridula, guardandomi in faccia,
sempre più vicino
sempre più vicino mi si inchina. -
Non avevo mai visto che un qualche
furfante
in modo così inutile e stupido
soffrisse di insonnia,


Beh, forse mi sono sbagliato!
Perché adesso c'è la luna.
Di che cosa ancora ha bisogno
questo piccolo mondo in dormiveglia?
forse, con le sue grosse cosce
"Lei" verrà segretamente,
e tu le leggerai
la tua languida lirica ormai decrepita?


Ah, sì io amo i poeti!
Gente divertente.
In loro io trovo sempre
una storia nota al cuore, -
come a una studentessa piena di brufoli
un mostro dai capelli lunghi
le parla dei cosmi,
tutto bavoso di desiderio sessuale.


Non so, non ricordo,
in un villaggio,
forse, in quel di Kaluga,
o forse, in quel di Rjazan',
c'era un ragazzo
di una semplice famiglia contadina,
con i capelli gialli,
con gli occhi azzurri...


Ed ecco che divenne un adulto,
e per di più poeta,
anche se piccola,
la sua forza afferrava,
e una certa donna,
che aveva più di quarant'anni,
lui la chiamava bambina cattiva,
e la sua amata».


«Uomo nero!
Tu sei un pessimo ospite.
Questa fama di te
da molto tempo corre in giro».
Sono furibondo, imbelvito,
e volta il mio bastone
giusto addirittura contro il suo muso,
alla radice del naso...


....................................................
... La luna è morta,
azzurreggia alla finestra l'alba.
Ahi tu, notte!
Ma che cos'hai combinato, notte?
Io sto in piedi qui col mio cilindro.
Con me non c'è nessuno.
Io sono solo...
E uno specchio rotto...


14 Novembre 1925


Sergej A. Esenin, Poesie e poemetti, BUR


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