martedì 29 gennaio 2013
Ritorno al paese nativo
Ho visitato i luoghi nativi,
La mia campagna, con la sua gente,
Dove sono vissuto da ragazzino,
Dove, come una torretta
Con piattaforma di betulla
Si innalzava un campanile senza croce.
Quante cose si sono cambiate laggiù,
Nella loro quotidianità, povera e squallida.
Quale moltitudine di scoperte
È venuta dietro ai miei calcagni.
La casa del padre
Non la potevo riconoscere
Ormai il vistoso acero sotto la finestra non si agita,
E sul piccolo kryl'co non si siede più mia madre,
A dar da mangiare ai pulcini la kaša di granaglia.
Si vede che è diventata vecchia...
Sì, vecchia.
Con tristezza mi guardo intorno:
Che luogo ormai sconosciuto per me!
Biancheggia un'altura, sola, come prima
E presso il monte
Un'alta pietra grigia.
Qui c'è il cimitero!
Le croci un po' marcite,
Sembrano morti in combattimento all'arma bianca,
Irrigiditi con le braccia spalancate.
Sul sentiero, appoggiandosi a un bastone,
Viene un vecchio, scuote via la polvere dall'erbaccia.
«Passante!
Indicami, amico,
Dove abita qui Esenina Tat'jana?»
«Tat'jana... Uhm...
Ecco dietro quella izba.
E tu che vuoi da lei?
Sei un suo parente?
O, forse, il figlio scomparso?»
«Sì, sono il figlio.
E, che ti succede, vecchio?
Dimmi,
Perché mi guardi con tanta tristezza?»
«Ma bene, nipote mio,
Va proprio bene, che non hai riconosciuto il nonno!...»
«Ah, nonnino, sei proprio tu?»
E fluì la triste conversazione
Con lacrime calde sui fiori pieni di polvere.
«Tu, credo, avrai presto trent'anni...
E io ne ho già novanta...
Presto sarò nella bara.
Sarebbe da tempo il momento di ritornare».
Egli parla, e corruga la fronte.
«Sì!... Il tempo!...»
«Per caso sei comunista?»
«No!...»
«E le tue sorelle, invece, sono komsomolki.
Che schifo! Meglio impiccarsi!
Ieri hanno buttato via dall'angolo sacro le icone,
E dalla chiesa il commissario ha tolto la croce.
Ora non c'è più dove pregare Dio.
Già adesso vado di nascosto nel bosco,
A pregare le tremule...
Magari può essere utile...
Andiamo a casa -
Lo vedrai tu stesso».
Così camminiamo per un solco di erba veronica.
Io sorrido ai campi e ai boschi,
E il nonno guarda con angoscia il campanile.
«Salute, madre! Salute!» -
Io di nuovo mi porto agli occhi il fazzoletto.
Qui può singhiozzare anche la mucca,
Guardando questa povera piccola dimora.
Al muro un Lenin da calendario.
Questa è la vita delle sorelle,
Delle sorelle, non la mia, -
Ma tuttavia sono pronto a cadere in ginocchio,
Per aver visto voi, luoghi nativi.
Sono venuti i vicini...
Una donna con un bambino,
Ormai nessuno mi riconosce.
Il nostro cagnolino mi ha accolto
Abbaiando alla Byron presso il portone.
Ah, amato paese!
Tu non sei più come prima,
Non lo sei più.
E certo neanch'io sono quello di prima.
Quanto più la madre e il nonno sono tristi e disperati,
Tanto più allegra ride la bocca della sorella.
Certo, per me Lenin non è un'icona,
Io conosco il mondo...
Amo la mia famiglia...
Ma non so perché con un inchino
Mi siedo sulla panca di legno.
«Su, sorella, parla»
Ed ecco che la sorella si dilunga,
Apre, come una Bibbia, un panciuto volume del "Capitale",
Parla di Marx,
Di Engels...
Neanche con il più brutto tempo
Tali libri, certamente, non li ho letti.
E mi vien da ridere,
Che una vispa ragazzotta
Mi prenda tutto per il bavero...
E il nostro cagnolino mi ha accolto
Abbaiando alla Byron presso il portone.
(Poesie e Poemetti, Sergej A. Esenin, BUR Rizzoli)
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