La grondaia stillava acqua in una pozza, una delle tante che tappezzavano la strada e rendevano il cortile, non del tutto asfaltato, sdrucciolevole. Postumi di un temporale estivo, di quelli che terminano di buttar giù la pioggia prima ancora che tu possa imprecargli contro.
A una finestra del palazzo numero tre c’era una ragazzina che se ne stava col naso e le mani incollate al vetro, mentre sua madre se la prendeva col maltempo passeggero. A Marianna non interessava che la pioggia avesse infierito sul bucato di sua madre: fissava il balcone del numero quattro e appannava la finestra col suo respiro. Era in quel momento centosessanta centimetri per cinquanta chili, accumulati in quasi tredici anni di vita, di pura malinconia.
Se ne stava lì già da un po’ e per ogni minuto che trascorreva in quella posizione accumulava un grammo di tristezza in più.
«Questo è tempo di Marzo, non Luglio! Marzo!»
Sua madre uscì a controllare lo stato dei panni.
«Ehi!» si rivolse poi alla figlia, «devi andare a comprare il pane e i biscotti, prima che finiscono.»
«Mmm, sì»
Marianna non si voltò nemmeno. Si mosse soltanto quando vide oltre l’altra finestra un paio di occhi e una fila di denti disposti in un sorriso, da lei presto ricambiato.
«Dammi i soldi, che vado!»
Raccolse in una mano la manciata di spiccioli, si precipitò fuori dalla porta e poi giù per le scale. Ad attenderla trovò un’altra ragazzina, all’incirca della sua stessa altezza.
«Mi accompagni a comprare delle cose?»
«Certo!»
La madre di Marianna non aveva avuto vita facile nello scegliere il nome della figlia: avrebbe optato per Anna, ma le resistenze del marito, che premeva per Maria, erano state convincenti al punto che, per mettersi d’accordo, erano giunti ad un compromesso. Così le era toccato chiamarsi Marianna, che era sempre meglio di Annamaria, pensava la diretta interessata, ma non meno banale; la sua migliore amica, invece, aveva il nome più bello e originale che avesse mai potuto concepire: Virginia. A fronte di un’anonima Marianna, una Virginia risaltava molto di più.
«Non hai tasche dove mettere i soldi?» domandò Virginia, notando che l’altra si tastava i pantaloncini.
«No.»
«Mettili qui.»
Le offrì uno spazio nella borsetta color blu con le cuciture rosse che portava orgogliosamente a tracolla. Marianna notò la presenza, oltre al portafoglio e ad un pacco di fazzoletti, di una scatola nera, in pelle.
«Che cos’è?»
Virginia la estrasse e l’aprì con uno scatto; le mostrò un paio di occhiali da sole neri, dalle lenti enormi, poi li indossò. Erano tanto grandi da non lasciar quasi intravedere le sopracciglia.
«Wow» commentò Marianna.
«Regalo di compleanno» spiegò Virginia, riponendoli nella custodia.
Poi le sorrise, la prese per mano e non la lasciò fino a che non furono costrette a reggere insieme la busta della spesa per il troppo peso. Quel distacco forzato non piacque a Marianna.
Vivendo nello stesso quartiere ed avendo la stessa età era stato quasi naturale per loro stringere amicizia. Avevano frequentato la stessa scuola, la stessa classe, passato i pomeriggi l’una a casa dell’altra, partecipato a partite di nascondino e palla avvelenata giocando sempre in squadra, tanto da guadagnarsi il titolo di sorelle. Ma le sorelle si assomigliano, possedendo un patrimonio genetico in parte simile, e Marianna di una cosa era sempre stata certa: lei e Virginia non si assomigliavano affatto.
Mentre lei aiutava la madre a preparare la salsa di pomodoro durante la prima settimana di Agosto, Virginia andava in vacanza con i suoi genitori in posti che lei si rappresentava soltanto attraverso le parole dell’amica; d’inverno Marianna aspettava che Virginia terminasse la lezione di pianoforte e fosse libera di uscire con lei; Virginia aveva anche accolto l’arrivo del menarca ben cinque mesi prima di lei, aveva raggiunto la sua statura e, le sembrava, diventava ogni giorno più simile a sua sorella maggiore, che si chiudeva in camera per non essere disturbata e si truccava di nascosto dalla mamma.
Marianna era anche sicura del fatto che non avrebbe mai indossato quei bei reggiseni colorati che fasciavano il seno precoce della sua amica, perché pareva che il suo corpo non volesse partorire null’altro da aggiungere a quelle due punte striminzite che si ritrovava.
Eppure non per questo la invidiava, trovava anzi naturale che Virginia la superasse in tutto. Ultimamente, tuttavia, c’erano un paio di problemi che la turbavano: una sorta d’ansia, sconosciuta e dispettosa, che la faceva saltellare da un piede all’altro mentre aspettava che Virginia fosse pronta per uscire con lei e che si placava solo quando l’amica le correva incontro e poi l’altro, che si chiamava invece Francesco Del Mastro e non sembrava disposto a farsi da parte di sua spontanea volontà.
Da qualche settimana Virginia insisteva, durante il tragitto per tornare a casa, nel passare davanti al campo sportivo.
«Ma perché facciamo sempre questa strada?» domandava Marianna, mentre ansimava per la difficoltà di percorrere la salita.
Virginia era già qualche metro più su, ferma sul marciapiede; aguzzava la vista in direzione di una finestra illuminata. Marianna la osservava e non capiva.
«Allora?» la incalzò, facendo passi più lunghi per raggiungerla.
Virginia non le rispondeva, intenta a fissare quell'unica luce accesa. Quando l’ebbe raggiunta, Marianna notò una certa agitazione sul suo viso, non fastidiosa come quella che provava lei ma entusiasta, trepidante; fremeva per qualcosa che lei non capiva.
Si decise anche lei a dare un’occhiata a quella finestra, ma ci trovò nulla d’interessante; ad un certo punto un ragazzo si affacciò e diede un’occhiata alla stradina sottostante. Virginia trattenne il respiro e trasalì a quell'apparizione.
«Vieni!»
Afferrò un polso di Marianna e la trascinò via. Corsero e non si fermarono finché non giunsero alla rampa che introduceva il loro quartiere; lì si arrestarono bruscamente, riprendendo fiato. Virginia era una figura esile e aggraziata con le mani poggiate sul muretto e i capelli impreziositi da un fermaglio che rifletteva la luce del lampione; era emozionata e fra una boccata e l’altra comparve un accenno di sorriso. Allora Marianna capì perché volesse percorrere quella strada tutte le sere.
«Perché sei corsa via?» chiese.
«Così» rispose lei, senza trattenere quel sorriso.
Marianna non fece più domande e quando fu il momento di congedarsi non le riservò che un saluto molto freddo.
Una volta che fu sola nell’androne del palazzo imboccò le scale che conducevano al seminterrato. La porta cigolò e rivelò un corridoio basso e stretto, che percorse fino ad arrivare all’ultima coppia di stanze. Rabbrividì: lì sotto faceva sempre freddo e per questo era un luogo molto appetibile durante i pomeriggi estivi. Avanzò nel buio, orientandosi grazie alla poca luce lunare che attraversava una grata, così da aprire la porta della cantina.
Subito un odore di chiuso le investì le narici, ma non vi badò, cercando piuttosto l’interruttore della luce. Una volta che la lampadina penzolante illuminò l’ambiente comparvero ai suoi occhi cianfrusaglie di ogni tipo: uno scaffale posto a destra fungeva da sostegno per scatoloni etichettati come “indumenti 0-3 anni” e così via, oltre che per alcuni pneumatici, un vecchio ed ingombrante televisore e barattoli di salsa al pomodoro; un lungo specchio incrinato ornava un’altra parete, accompagnato da una motocicletta, mentre un frigorifero guasto era stato sistemato in un angolo. Marianna si districò fra le buste, i barattoli e i cesti impilati l’uno sull’altro per trovare posto su un bancone in legno.
La cosa peggiore di quella serata era stata sentirsi esclusa da quei suoi nuovi sentimenti. Cominciava ad essere quasi arrabbiata, anche se non capiva perché. Virginia non le aveva fatto nulla di male, ma c’era quello stupido sorriso che non le dava pace. Più tentava di scacciarlo dalla sua mente, più quello si ripresentava e la innervosiva. Quella sera andò a dormire piena di pensieri.
Imparò ben presto a convivere anche con quel nuovo sentimento. Lo sentiva tornare alla carica ogni volta che Virginia si fermava a parlare con Francesco, il ragazzo che abitava vicino al campo sportivo, per qualche minuto in più del necessario. A volte si mettevano da parte, sui gradini dei palazzi, e discutevano a voce bassa. Marianna vedeva comparire sul volto dell’amica sorrisi e risate che invece di rallegrarla la incupivano; non sopportava quei due e aveva una gran voglia di irrompere fra loro separarli.
Marianna non era gelosa. L’unica cosa che proprio non capiva era che cosa trovasse Virginia di così divertente nello stare insieme a lui. Non sapeva spiegarsene il motivo, ma qualcosa dentro di lei le suggeriva di non renderla partecipe della rabbia e dell’agitazione che la pervadevano quando veniva nominato Francesco.
Seguendo l’esempio della sua amica, Marianna aveva dato il suo primo bacio ad un ragazzino del quartiere ed aveva passato le ultime settimane della quinta elementare a tenersi per mano con lui e dividere il panino all’intervallo. Era stato naturale che, una volta compiuto il passaggio alle scuole medie, quella simpatia svanisse senza alcun danno da parte di entrambi. Non c’era stata ansia nel vederlo pomiciare con una sua compagna di classe, niente di quello che Marianna sperimentò un pomeriggio non molto diverso dal solito.
«Dai, sbrigati!» le aveva detto Virginia, già sparita sotto la rampa di scale.
«Arrivo.»
Marianna le aveva aperto la porta della cantina ed insieme le due ragazze si erano chiuse all’interno, trovando riparo dalla canicola ed un luogo tranquillo dove poter parlare indisturbate; quel pomeriggio Virginia le era corsa incontro, più sovreccitata del solito, e le aveva detto di volerle mostrare una cosa. Ora si era sistemata sul sellino della motocicletta e stava cercando qualcosa nella borsetta.
«Tieni qua» le porse un accendino color arancione e tirò fuori un pacchetto piccolo di sigarette, già consumato per metà.
Marianna non disse nulla mentre Virginia tirava la prima boccata ed espirava il fumo; ben presto la cantina fu pregna di nicotina. Marianna percepì quell’odore intenso e prepotente; non le piaceva, ma cercò di abituare pian piano le sue narici a sopportarlo, perché sapeva che dopo sarebbe toccato a lei.
Osservò Virginia; quel giorno aveva indossato un paio di orecchini lunghi corredati da una pietra azzurra ben lavorata; Marianna s’incantò a fissare il modo in cui il bagliore argenteo guizzava di tanto in tanto fra il castano scuro dei suoi capelli, la sigaretta che Virginia teneva fra indice e medio e che poggiava sulle labbra, facendola scorrere sul bordo, insalivandola, chiudendoci la bocca attorno.
Virginia allungò la mano verso di lei, porgendole la parte restante perché la terminasse. Nell’afferrare la sigaretta la ragazza avvertì un piacevole brivido sulla schiena: ciò che stava avvenendo nella cantina apparteneva solo a loro, a lei e Virginia, senza che vi fossero intromissioni indesiderate.
Quando Marianna poggiò la sigaretta sulle proprie labbra ed avvertì i residui della saliva dell’amica, provò di nuovo la sensazione di un brivido che l’attraversava da capo a piedi e desiderò allungare una mano verso di lei, per toccarla.
Virginia osservava attenta la reazione di Marianna, il respiro quasi trattenuto; liberò una risata quando la vide tossire ripetutamente con aria disgustata. Marianna ebbe quasi voglia di vomitare al sentire quel sapore amarognolo in bocca e lasciò cadere il mozzicone per terra, alzandosi in piedi.
«Succede così a tutti, la prima volta» le spiegò Virginia,«anche a me.»
Marianna le voltò le spalle per allargare lo spazio fra la grata ed il muro e lasciar entrare aria pulita. Così non era un’esperienza riservata solo a loro, quella; Virginia era già stata iniziata da qualcun altro e non dovette lavorare molto di fantasia per capire di chi si trattasse.
Dopo qualche minuto l’aria si era fatta più respirabile, ma Marianna avvertiva ancora un peso fastidioso opprimerle i polmoni, come se d’un tratto le si fosse ristretta la gabbia toracica e non ci fosse più spazio per permettere loro di espandersi.
«Chi te l’ha dato?» domandò, alludendo al pacchetto e sentendo montare la rabbia.
«I ragazzi.»
Il generico plurale era una debolissima copertura per qualcosa che entrambe sapevano.
«Tu e Francesco del Mastro siete fidanzati?» domandò a bruciapelo.
Virginia trasalì e diventò rossa come l’amica non l’aveva mai vista; poi abbassò lo sguardo e rispose:
«No, che dici!»
Ma sulle labbra premeva ancora quel sorriso compiaciuto, nonostante si sforzasse di nasconderlo; la rabbia che le faceva salire quel sorriso le avrebbe dato la forza di fare qualsiasi cosa, pensò Marianna, e continuò:
«Sì che è vero. Tu gli piaci.»
Era quella la verità, ma Marianna aveva sperato fino all’ultimo che Virginia negasse, che ridesse, che dimostrasse in qualche modo l’assurdità di tale affermazione. Lei invece non disse nulla ed evitò di guardarla, preferendo giocherellare con un orecchino; Marianna allora sentì le mura della cantina, insieme a tutte le cianfrusaglie che contenevano, crollarle addosso e dovette risedersi. Avrebbe sempre associato l’odore del fumo all’opprimente sensazione di quella delusione cocente.
Per qualche tempo ebbe la sensazione di soffocare accanto a Virginia. Sembrava lo stato terminale di una malattia, cui era giunta attraverso le fasi dell’ansia e della rabbia, per trovare microscopici conforti in brividi piacevoli ed infine sprofondare nella delusione più totale. Marianna si domandava da quando in qua le amicizie implicassero questo genere di cose.
«Non mi va di uscire, fai andare Francesca» rispose a sua madre quando questa la pregò di farle una commissione.
«Tua sorella non mi ascolta mai. Vai con Virginia, no?»
«No, non mi va.»
Sapeva di avere su di sé lo sguardo stupito della madre e, sentendosi un po’ in colpa, le propose di aiutarla a stendere il bucato; in casa c’era sempre una tornata di panni da stendere e non voleva che il suo umore altalenante la condizionasse troppo: le avrebbe procurato domande cui non avrebbe saputo rispondere. Si sentiva anche piuttosto ridicola: un momento era felice, quello dopo si arrabbiava, poi faceva finta di niente e infine l’assaliva una tristezza insostenibile.
A volte ripensava a quell’orribile pomeriggio passato in cantina, alle labbra sottili di Virginia, in modo quasi morboso; cercava di ricordare il sapore della saliva che aveva bagnato il filtro della sigaretta, il modo in cui le labbra le si erano chiuse attorno, le sue dita sottili che giocherellavano con gli orecchini. Durante il periodo in cui Virginia fu in vacanza, si nutrì di ricordi e pensieri che diventarono via via sempre più strani. Si sforzava di recuperare ogni ricordo piacevole e fra questi s’inserivano prepotentemente, come volessero farle un dispetto, immagini della sua amica senza vestiti, sotto la doccia, in costume da bagno.
Giunse infine l’ultimo fine settimana di Agosto.
Virginia era tornata più abbronzata ed alta di prima e Marianna si era decisa a dare un taglio a tutte quelle paturnie, confidando che con l’inizio della scuola sarebbe tornato tutto come prima e quei pensieri, qualunque cosa fossero, la lasciassero in pace.
Quella sera era in programma una partita al gioco della bottiglia e così lei e Virginia si trovarono sedute sullo sterrato del cortile, ai punti diametralmente opposti di un cerchio formato da una diecina di ragazzi, fra vicini e amici di quartiere; Francesco Del Mastro non partecipava al gioco e dunque Marianna si sentiva più tranquilla: l’unica cosa di cui doveva preoccuparsi era non incappare in una penitenza troppo imbarazzante.
Ad un certo punto del gioco un ragazzo ordinò che il malcapitato dovesse baciare il proprio vicino di sinistra. Marianna seguì con apprensione la rotazione della bottiglia, perché aveva alla propria sinistra un ragazzino di nome Matteo, famoso per i suoi denti sporgenti e l’acne che gli sfregiava il viso; tirò un sospiro di sollievo quando il collo puntò verso una ragazza di nome Rachele.
«Non posso baciarla!» protestò questa, perché alla sua sinistra aveva un’altra ragazza, «è una femmina!»
«E quindi? Devi fare lo stesso la penitenza!» esclamò Pietro, uno degli inquilini del numero due.
Quando Rachele chiuse gli occhi e sporse le labbra alla cieca verso la sua vicina la parte maschile del cerchio fischiò, approvando il brevissimo contatto fra le due.
«Che schifo!»
«Ora la scelgo io una bella penitenza» affermò Rachele.
Per Marianna fu l’accendersi di una lampadina. Tutto le era diventato chiaro, ecco quel che doveva fare: baciare Virginia. Era questo che voleva, questo che il suo corpo cercava di farle capire, questo che significavano le sue fantasie. D’improvviso tutto sembrò molto più semplice e sul momento non stette troppo a riflettere su che cosa significasse.
Fu sfortunata: la bottiglia, dopo averla ignorata per un bel po’, la scelse per baciare proprio quel Matteo che le stava a fianco. Vide Virginia ridere e chiuse gli occhi, immaginando che quelle labbra fossero le sue; nei dieci secondi che seguirono non avvertì altro che una sensazione fastidiosa di umido e le labbra del ragazzo, grosse e ruvide, che premevano sulle sue, niente affatto uguali a quelle sottili, morbide e piacevoli che doveva avere Virginia.
Passò un po’ di tempo e il gioco si mantenne tranquillo fra spostamenti, penitenze disgustose e confessioni esilaranti, finché da una finestra del palazzo numero quattro non si levò un grido.
«Matteo! Matteo!»
Il ragazzo si alzò per protestare: non voleva che sua madre lo costringesse a rientrare prima di tutti gli altri.
«Che c’è? È presto ancora!»
«Tanto fra un po’ rientrano tutti!»
«E dai, ma’!»
«Che vuoi, che torna tuo padre e ti trova fuori?»
Matteo sbuffò, puntellandosi a terra per alzarsi in piedi; quella era un’argomentazione a cui, sua madre lo sapeva, non poteva obiettare nulla. Allo stesso modo di Matteo, altri ragazzi del cerchio vennero richiamati in casa, chi a gran voce, chi a suon di minacce e chi semplicemente dallo sguardo severo del padre. Alla fine di quella prima retata rimasero in cinque: Marianna, Pietro e Virginia, più altri due ragazzi.
«Continuiamo a giocare?» domandò uno di questi.
«No, non ha senso. E poi fra un po’ dovremmo andarcene anche noi.»
Il cuore di Marianna fece un balzo per quel noi con cui Virginia l’aveva inclusa, quasi fossero sorelle, abitassero nella stessa casa e dormissero nella stessa stanza.
«Io lo so perché vuoi andartene!» proruppe Pietro, con l’aria di uno che la sapeva lunga, «sei l’unica che non ha fatto una penitenza decente!»
Con decente Pietro intendeva un tipo di penitenza che implicasse il contatto fisico; Virginia roteò gli occhi e domandò:
«E cosa vuoi che faccia? Sentiamo, se per te è così importante.»
«Allora farai una penitenza a scelta del sorteggiato» stabilì lui.
Diede la spinta alla bottiglia, fra l’entusiasmo dei ragazzi e l’apprensione di Marianna, che si rese conto di non poter richiedere la penitenza che avrebbe desiderato; per lo meno non poteva farlo lì, davanti a tutti. Era stato un sentimento spontaneo, quello nato per Virginia, eppure nello stesso momento in cui era sbocciato, quando ancora nemmeno lei sapeva definirlo, qualcosa le aveva suggerito di tenerlo per sé.
Presa dal suo dilemma, sperando al contempo che la bottiglia puntasse e non verso di lei, trasalì quando dal portone di un palazzo una donna richiamò Pietro.
«Che palle... » si lasciò sfuggire lui, alzandosi controvoglia.
«L’avevo detto io, che non valeva la pena.»
Virginia fermò la bottiglia e i ragazzi si separarono per andare ognuno a casa propria con la promessa di rivedersi, l’indomani; le due ragazze s’incamminarono insieme, silenziose, oltre l’angolo del numero quattro, dirette ai rispettivi portoni.
Marianna sentiva un formicolio che la scuoteva tutta e le allertava i sensi. Quando vide l’amica avvicinarsi al portone del suo palazzo comprese benissimo cosa significava quel nervosismo: non avrebbe avuto un’altra occasione, non ci sarebbero più stati momenti intimi da condividere con lei, Virginia era già lontana e si era voltata nella sua direzione solo per l’ultima volta. Quasi non si rese conto di aver fatto due passi verso di lei.
«Ci vediamo, domani?» le domandò, avvicinandosi.
Virginia si voltò, ferma nell’atto di suonare il citofono, e la guardò con perplessità.
«Certo» rispose, come fosse ovvio.
Marianna non riuscì a replicare se non con un sorriso sbilenco. Quando Virginia le si avvicinò per darle i soliti baci sulle guance, si irrigidì. D’istinto, senza sapere quando e come l’avesse deciso, posò la mano sulla sua spalla. Nello stesso momento in cui vide balenare negli occhi dell’amica la confusione, reclinò la testa di lato per chiudere le proprie labbra sulle sue.
Ecco, Marianna percepì benissimo qual era la differenza: la bocca di Virginia non era né umida né ruvida come quella di Matteo e la sentì schiudersi in modo del tutto naturale. Ora l’elettricità che l’aveva tenuta in allerta si era rilasciata per tutto il suo corpo, donandole una piacevole sensazione di tranquillità, come fossero racchiuse in una bolla di sapone; c’erano solo lei e Virginia, nessun Francesco Del Mastro, nessun ragazzo.
Capì di essersi allontanata quando riprese a respirare: contemporaneamente all’assunzione di ossigeno le sfuggì la sensazione d’intimità e sicurezza. Evitò di guardare Virginia negli occhi.
«A domani, allora.»
Prese le chiavi del portone e quasi alla cieca le infilò nella serratura, con gesti rapidi e inconsulti. Una volta sola nell’androne, invece di salire subito le scale, si fermò contro la cassetta della posta. Oltre i vetri del portone intravide una luce alla finestra del numero quattro, la stessa della camera di Virginia. Restò lì in piedi col respiro pesante e il batticuore finché anche quell’ultima fonte luminosa non si spense.
*
«Finalmente un po’ di sole.»
Filomena Stoduto, le maniche rimboccate, raccoglieva gli indumenti bagnati in una bacinella azzurra. Aveva intravisto, fra le tende della cucina, il bagliore tenue del sole e le era sembrato un momento propizio per stendere il bucato. Uscì sul balcone con il pesante carico sottobraccio, avvolta in un giaccone, sentendosi un po’ ridicola nell’incrociare lo sguardo di un inquilino del palazzo opposto, il numero quattro. Sistemò lo stendi-panni e cominciò a disporre i vestiti l’uno accanto all’altro. Il sole non riscaldava più di tanto: i suoi raggi erano deboli e pallidi, non intensi come quelli che emanava d’estate.
«Buongiorno!»
Filomena alzò lo sguardo. Impiegò qualche secondo a riconoscere la donna che aveva di fronte a sé, poi la identificò come la mamma di Virginia.
«Buongiorno! Come state?» mandò in risposta.
«Tutto bene. Ha approfittato del sole per stendere i panni?»
Filomena si sentì subito a disagio: aveva sbagliato nel rivolgersi alla vicina dandole del voi. Mise su un sorriso accomodante.
«Sì, proprio così.»
Dopodiché continuò a pinzare i tessuti con le mollette, sperando che l’altra donna decidesse di rientrare; erano così rare le volte in cui s’incrociavano, un po’ perché Filomena stava sempre ad occuparsi delle faccende di casa, un po’ perché pareva che la signora Placentino fosse spesso fuori, che ricordava a malapena com’era fatta.
La trovò subito bella e non poté evitare d’invidiarle il collo sottile, la collana che portava sul maglioncino e le mani affusolate ricoperte di anelli. Niente a che vedere con le proprie, più tozze e rese ruvide dal detersivo.
«Quest’anno non abbiamo avuto molto freddo» osservò la signora Placentino, dando uno sguardo al cielo. «Non ancora, almeno.»
«Già.»
Filomena continuava a sentirsi turbata dalla sua presenza e nei seguenti attimi di silenzio abbandonò il pensiero del bucato per cercare qualcosa d’intelligente da dire.
«Virginia si è fatta proprio bella.»
La signora Placentino, che osservava il cielo con i gomiti poggiati sul davanzale, si riscosse e sorrise compiaciuta.
«Anche Marianna» replicò, «l’ultima volta che l’ho vista era già così alta.»
«Sì, crescono» sorrise Filomena.
La signora Placentino sembrò rifletterci su per qualche istante, poi aggiunse:
«Peccato che non le veda più insieme come prima.»
Filomena scrollò le spalle mentre pinzava un paio di calzini; in cuor suo aveva sempre saputo che la loro amicizia non sarebbe durata: Marianna avrebbe capito la differenza fra lei e l’amica, differenza palese e insanabile, evidente persino nel modo in cui la madre di Virginia teneva le mani penzoloni e l’osservava sorridendo cordiale. Non aggiunse altro, lasciando che l’altra si crogiolasse nei suoi pensieri.
«Marianna ha già scelto la scuola superiore?»
Filomena le gettò una rapida occhiata e lasciò cadere la maglia della figlia maggiore nel catino.
«Sì. Va alla ragioneria.»
«Ragioneria?»
«Sì.»
Filomena non osò rigirare la domanda, ma fu la signora stessa a soddisfare la sua curiosità.
«Virginia al liceo classico, invece. Avevamo anche pensato di mandarla a Foggia, ma poi mio marito ha detto che è troppo piccola per viaggiare. Speriamo bene.»
Filomena annuì senza condividere o comprendere appieno quello che aveva sentito.
«Certo, son sempre state amiche strette» commentò ancora la signora Placentino, «perché mai si saranno allontanate? Non capisco.»
Filomena le sorrise e si permise di mostrare compassione in quel gesto. Era un concetto così semplice e non riusciva a credere che l’altra non riuscisse a concepirlo, che non notasse la differenza.
«Sono ragazzi» concluse, piegandosi a raccogliere le ultime cose. «Succede.»
La signora non sembrava convinta, ma non aggiunse altro. Aspettò che Filomena terminasse di stendere tutti i panni e disse:
«Sa, l’altro giorno ho trovato un pacchetto di sigarette nel giubbino di Virginia.»
«Ah sì?» Filomena sorrise con spontaneità. «Anche i vestiti di Marianna, da qualche tempo, hanno uno strano odore.»
«E poi non ricordo che avesse mai avuto questa passione per il profumo da doverne spruzzare un po’ dappertutto» rifletté.
La signora Placentino rise, allegra.
«Siamo sicure che non si frequentino più?»
L’altra si sistemò il giaccone e si strinse nelle spalle, rabbrividendo ad una folata di vento gelido; specularmente anche la sua vicina trasalì per il freddo. Insaccando la testa nel colletto, Filomena si domandò se fossero realmente così diverse; se entrambe non seguissero con apprensione la crescita delle figlie, se entrambe non vegliassero su di loro allo stesso modo, se entrambe non si struggessero alla finestra in attesa del loro rientro notturno. Forse in questo erano molto simili e non esisteva differenza.
«Niente neve, quest’anno.»
«No, infatti. Siamo quasi a dicembre e non ha ancora nevicato. Speriamo bene.»
«La pioggia rendeva l’aria umida. Ora si è alzato un vento secco.»
Filomena rabbrividì ancora.
«Alla prossima» salutò, rientrando.
«Arrivederci.»
La osservò sparire dietro le tende, chiuse la prima imposta e diede un’occhiata al cielo; tirò anche l’altra anta e bloccò l’uscita, sentendo degli spifferi infilarsi sotto la porta. Cominciava a fare freddo.
Ingenuo/intimista? Forse, ma ci sono molto affezionata.
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