Problema: il Nero muove e il Bianco matta.
«Io esco, vado a prendere delle verdure
al supermercato», ho detto.
«D’accordo», ha detto lei, ancora un po’ intontita. Mi sono chiusa il portone di casa alle spalle e mi è scivolato un peso dal cuore, sono sollevata. Finalmente, finalmente svincolata, finalmente libera!
Ho fatto la mia mossa, miss Fischer, e ora tocca a te. Sei libera di agire come
ti pare, io ho fatto quel che dovevo fare e mi sono comportata bene, una vera
gentildonna, sissignori. Ti lascio la mossa finale, lo scacco. Perché ti ho
fatta vincere, io, Kasparov dei poveri? Perché è giusto così.«D’accordo», ha detto lei, ancora un po’ intontita. Mi sono chiusa il portone di casa alle spalle e mi è scivolato un peso dal cuore, sono sollevata. Finalmente, finalmente svincolata, finalmente libera!
Ho messo la partita nelle tue mani. Cosa aspetti, su, è un colpo troppo semplice, non puoi sbagliare. Non fare quella faccia, non provare a fare la samaritana con me, non è nella tua natura. Fa’ la tua mossa: tornatene a casa. Accidenti, non sto dicendo mica che non m’importa, che mi lascia indifferente… voglio dire che lo capisco.
D’accordo, ora sono qui davanti al
citofono e lei è su in camera mia. Scommetto che nessuna delle due sa cosa
fare. Non credo si aspettasse che me ne sarei andata, forse anche lei aveva
mille pensieri in testa su come congedarsi, mille formule di cortesia. Arrocco. Ho detto che sarei andata a
fare la spesa, be’ ho detto una cosa qualsiasi: non ce la facevo più a restare
là dentro. Chissà quanto tempo le ci vuole per raccogliere le sue cose e
andarsene; ad ogni modo non posso restare qui davanti alle cassette della posta
finché non la vedo andare via, non ci faccio una bella figura, la gente
potrebbe pensare male.
Ecco, qualcuno sta uscendo dal palazzo, è
un uomo.
«Buongiorno», mi fa.
«Buongiorno.»
Il mio saluto si sente appena, abbasso
gli occhi. È il signor T. Frare. Lo so perché abbiamo avuto un piccolo diverbio
a proposito delle sue lettere che continuavano a finire, ostinate, nella mia
cassetta della posta, neanche ce le ficcassi di proposito. Il signor T. Frare
mi ha guardato male per un po’ e anche ora che è passato del tempo non sono
sicura che sia convinto della mia innocenza. Del resto nessuno in questo
palazzo ha granché voglia di parlare, figuriamoci concedere il beneficio del
dubbio – credo di non aver fatto una buona impressione al resto degli
inquilini. Il giorno in cui mi sono trasferita qui ho incontrato una signora
per le scale; avevo con me alcune cose che non avevo fatto in tempo a
trasferire dalla casa vecchia, cianfrusaglie di poco conto. La signora – che
credo si chiami F. Vergani o S. Cacciola – mi ha chiesto: «Sei una nuova
inquilina?»
«Sì.»
Io e il mio talento nel far fallire le
conversazioni.
«Ah, sì… è che se ne vedono tante.»
Karpov contro Kasparov. Gambetto.
Credo sia meglio che vada a farmi un
giro nei paraggi, ma non troppo lontano, giusto un paio di isolati. Sono
strana, sento l’umore calare a picco: appena fuori dalla porta ero contenta,
euforica, libera! Volevo che se ne andasse, non vedevo l’ora. Pensavo al
momento in cui sarei rientrata in casa e l’avrei trovata vuota, il letto con le
lenzuola sfatte e la mia borsa per terra, dove l’avevamo lasciata stanotte;
pensavo a quando avrei rimesso a posto la stanza e avrei fatto colazione e
tutto sarebbe andato come doveva andare. Pensavo che l’avrei rivista dopo
qualche giorno e lei non avrebbe fatto niente – che talvolta è decisamente
peggio. Di nuovo, non dico che tutto ciò mi lascia indifferente, che se andasse
così scrollerei le spalle e ognuna per la sua strada, no; ma perché non
dovrebbe andare così, dopotutto? La probabilità è dalla mia parte, la
ragionevolezza, la logica pure. Che bella parola, sentite: lo-gi-ca.
Giro l’angolo, ho camminato piuttosto
veloce – è sempre così quando penso, del resto. Non capisco, mi fa male la
pancia; ho le viscere annodate come prima di un esame.
«Buongiorno!» mi fa il giornalaio.
Ci metto un po’ ad accorgermene e
ricambiare. Svolto ancora a sinistra, c’è la discesa. Non sono più tanto sicura
di quello che ho fatto.
L’ho lasciata a casa da sola, me ne sono
scappata a gambe levate come un coniglio, altro che tattica sopraffina! L’ho
lasciata da sola… certo che sei proprio una stupida, Garyn Kasparova! Non sei
stata capace d’ingannarti lungo la strada che gira attorno a casa tua, nemmeno
per un quarto d’ora, una manciatina di minuti! Dov’è la volontà di ferro, la
strategia?
Dovrei vincere un premio per la codardia
ed essere nominata per la miglior inetta femminile protagonista.
Tre quarti di percorso. Ecco il
supermercato, sulla sinistra. Forse dovrei entrare e comprare sul serio qualche
verdura, nel caso in cui lei fosse ancora su – ma che dico, che sciocchezza.
Del resto, e se fosse ancora in camera? E se la cogliessi proprio mentre sta
per lasciare il palazzo? Forse sarebbe tutto meno squallido e codardo: potrei
salutarla, sorriderle, augurarle di passare una buona giornata; prendermi uno
schiaffo. Chiusura.
Mi piacerebbe sapere quale sia la cosa
giusta da fare in questi casi, non dover sempre agire alla cieca e sperare di
aver capito a che gioco si sta giocando. Ho un pessimo tempismo, capisco la
mossa sempre un turno più tardi. Si capisce che dovrebbe essermi facile giocare
d’anticipo, invece non sono proprio capace e ora miss Fischer mi chiuderà
nell’angolo.
Non sto correndo, sto saltellando, sì,
diciamo che sto saltellando verso la porta di casa; non vedo ragazze nei paraggi,
non c’è nessuno nell’androne. Premo il pulsante per chiamare l’ascensore, non è
al piano terra. Forse se n’è andata da un po’ – quanto posso aver impiegato a
girare un paio di palazzi? Quanto spero di averci impiegato?
Mi guardo allo specchio, ho la faccia di
una che ha combinato un guaio e sta per pagare pegno. Troverò la casa vuota, lo
so, devo pensare a cosa cucinare per pranzo; devo decidere da dove cominciare a
ripulire. L’ascensore è arrivato – troverò la casa vuota, troverò la casa vuota.
Prendo le chiavi dalla tasca della felpa e noto che lo zerbino non s’è mosso di
una virgola: Roberta Fischer dal passo di velluto. La serratura scatta, spingo
la porta. Non sento niente, la casa è vuota.
Me l’aspettavo, ma non ho potuto non
pensare che forse… ho sentito qualcosa. Un rumore, qualcosa che cadeva di là.
Il manico del mocio, certo, devo averlo lasciato in corridoio assieme al
secchio. Mi sa che dovevo lavare per terra. Ma se fosse…
La porta della cucina si spalanca. Roberta
Fischer con la mia maglietta arancione taglia extralarge. Di’ qualcosa, Kasparova,
di’ qualcosa! Mi guarda le mani.
«Non hai comprato niente.»
Le nascondo nelle maniche della felpa,
Lady Macbeth di quinta categoria.
«Eh, era chiuso.»
Sento che sto arrossendo e mi sa che se
n’è accorta. Non ha addosso i pantaloni e dunque non sta tentando di fuggire con
la mia maglietta come trofeo di guerra, per di più tiene in mano un flacone di
detersivo per pavimenti.
«Non guardarmi così, volevo mettermi a
lavare per terra, lo sai che non so stare con le mani in mano!»
Se ne torna di là con tutta la
tranquillità del mondo; si è anche infilata le mie ciabatte. Quand’è che ho
detto che poteva usare le mie ciabatte?
«Non devi pulire, faccio io… »
Tornatene a casa, vorrei aggiungere. Lei
mi guarda male e rovescia il tappo nel secchio. No, non tornartene a casa; oh,
perché non sei tornata a casa, perché?
Altro che pulire! Non faccio niente, la fisso;
accidenti, è bella lo stesso, pinza per capelli e compagnia cantante – ciabatte
più grandi per piedi piccoli. Mi sento piuttosto stupida… Forse vorrebbe che le
portassi la colazione, forse dovrei dire qualcosa d’intelligente, qualcosa di
profondo – spiegarle che cosa stavo facendo là fuori mentre lei era qui ad
aspettarmi, per esempio.
D’accordo, ora lo dico. Ora Kasparova fa la mossa del matto, ora la fa davvero, state a guardare. Non sta né in cielo né in terra questa cosa che lei pulisce la mia casa, questa cosa che è rimasta.
D’accordo, ora lo dico. Ora Kasparova fa la mossa del matto, ora la fa davvero, state a guardare. Non sta né in cielo né in terra questa cosa che lei pulisce la mia casa, questa cosa che è rimasta.
«Perché stai lavando per terra?»
domando.
Per tutta risposta, una mano sulla
spalla; la sua mano sulla spalla. mi schiaccia sulla prima sedia che trova e mi
dà un buffetto sul ginocchio per farmi tirare su le gambe.
«Stai lì ferma, così faccio questo
pezzo.»
Neanche il tempo di ribattere che ha già
coperto metà della cucina. Stallo in H8,
è finita.
«Mi piaceva l’idea di farti trovare la
casa pulita» dice, dandomi le spalle.
Non capisco se sto tremando per l’aria
fresca che entra dalla finestra o per quello che ha detto o se è perché ho il
presentimento che stia per succedere qualcosa.
«Forse ti dà fastidio… non so, ho
pensato che fosse una cosa carina, in fondo c’ero già stata in casa tua e
sapevo dove trovare tutte le cose e so benissimo che non sei andata a fare la
spesa perché – ti ricordi? – ci siamo state insieme una volta in quel
supermercato e non è possibile che tu ci abbia messo così poco per andare e
tornare…»
Dà una strizzata al mocio e ci si aggrappa
come per sorreggersi; mi sta guardando, tutto ciò è terribile.
«Quello che voglio dire è che fai schifo
a dire le bugie, ecco.»
Ma ho fatto la strada corta – no, non è
questo che voglio dire. Dio, non mi sono mai vergognata tanto in vita mia.
«Almeno di’ qualcosa, di’ la verità.»
Gesù, fa’ che non stia per piangere, non
voglio farla piangere. Ma che cosa devo dire, da dove comincio?
«La verità è che… la verità è che
pensavo che te ne saresti andata.»
«Speravi.»
Ha ragione, non so dire le bugie, faccio
pena.
«Pensavo che così sarebbe stato più
facile» comincio a gesticolare. «Pensavo che ti avrebbe evitato l’imbarazzo,
sai.»
Accidenti gente, che filosofia; ha una
faccia a metà fra il perplesso e l’incazzato. Vorrei aggiungere qualcosa
riguardo al fatto che non vedo come una come lei possa avere del tempo da
perdere con una come me e tante altre cose che, mi viene in mente, non potrei
dire a nessuna se non ad una che mi ha rubato le pantofole ed è riuscita a mettermi
all’angolo, rannicchiata su una sedia. Meglio non dire nulla.
Sto fissando una mattonella incrinata e
ripeto fra me e me: o mi picchia, o si mette a gridare o se ne va. Non c’è
bisogno di dire per che cosa sto tifando, però il pavimento si sta già asciugando
e ora che guardo meglio la ragazza ha fatto un lavoro niente male: io non
riesco a farlo splendere nemmeno se mi ci metto d’impegno, lascio sempre
qualche pezzo scoperto.
Del resto non sono mai stata questa gran perfezionista, non vedo perché una che ha sempre pronto un “vorrei tanto ma” e non sa mettere in fila due parole in croce senza confondersi debba preoccuparsi di coprire perfettamente l’area della propria cucina. Insomma tutto ciò che vorrei farle capire è che penso che lei in questi giorni e stanotte abbia fatto un grande sbaglio – non è che a me dispiaccia più di tanto, però mi rendo conto che io e lei insieme non ci possiamo stare – e io l’ho vista, ho visto la sua faccia quando mi ha scoperta rientrare in casa a mani vuote… forse ci sperava davvero, che fossi scesa a fare la spesa per mangiare insieme qualche cosa, ma non ci posso fare niente, lo so, sono una gran delusione; che cosa ti aspettavi da me? Che tornassi a casa e ti baciassi e che tornassimo a fare l’amore! Invece è finita con te che ti stai sciacquando le mani sotto l’acqua calda del lavandino e me che seguo i motivi delle mattonelle della mia cucina. Volevi una persona coraggiosa, vero?
Del resto non sono mai stata questa gran perfezionista, non vedo perché una che ha sempre pronto un “vorrei tanto ma” e non sa mettere in fila due parole in croce senza confondersi debba preoccuparsi di coprire perfettamente l’area della propria cucina. Insomma tutto ciò che vorrei farle capire è che penso che lei in questi giorni e stanotte abbia fatto un grande sbaglio – non è che a me dispiaccia più di tanto, però mi rendo conto che io e lei insieme non ci possiamo stare – e io l’ho vista, ho visto la sua faccia quando mi ha scoperta rientrare in casa a mani vuote… forse ci sperava davvero, che fossi scesa a fare la spesa per mangiare insieme qualche cosa, ma non ci posso fare niente, lo so, sono una gran delusione; che cosa ti aspettavi da me? Che tornassi a casa e ti baciassi e che tornassimo a fare l’amore! Invece è finita con te che ti stai sciacquando le mani sotto l’acqua calda del lavandino e me che seguo i motivi delle mattonelle della mia cucina. Volevi una persona coraggiosa, vero?
Mi sta chiamando, addio caro pavimento,
addio riflessi di luce mattutina.
Scendo dalla sedia e mi affaccio dalla soglia del bagno. Dio mio, si è vestita, indossa i pantaloni. Mi cade un grattacielo sullo stomaco, avrei preferito che mi urlasse contro.
Scendo dalla sedia e mi affaccio dalla soglia del bagno. Dio mio, si è vestita, indossa i pantaloni. Mi cade un grattacielo sullo stomaco, avrei preferito che mi urlasse contro.
«Allora io vado» dice mentre si riavvia
i capelli.
Credo che potrei piangere. È proprio
finita, Kasparova, la bella ragazza che ha dormito con te stanotte non ha
nessuna voglia di rivederti, non ti degna nemmeno di una sconfitta vera e
propria, di una scenata coi fuochi d’artificio, le urla, le lacrime, il dramma!
Fa per sorpassarmi e mi dà un’occhiata veloce – non è disgustata, è triste; non
delusa, triste. Fa’ qualcosa, accidenti!
Le prendo il viso con entrambe le mani e
le do un bacio sulla bocca. Il primo è un po’ confuso, devo aver mancato le
labbra e mi sa che abbiamo fatto naso contro naso, il secondo va un po’ meglio,
al terzo non ci sto neanche più pensando.
Patta. Non se ne capisce il senso, ma è
andata così.
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