sabato 30 novembre 2013

E il sale?

[Con la bellezza di sette mesi e ventisette giorni (ma potrei sbagliarmi, perché lo sanno tutti che non so contare) questo si classifica come il racconto dal periodo di gestazione più lungo! E non vuol dire che sia un granché, ma non l'ho abbandonato per strada ed è assai, direi]


E l’amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo
E il tuo sentimento non riesce a fiorire.
(S.Esenin)


Giancarlo si svegliò accerchiato dalla luce del sole e dal ronzio della televisione. Era in ritardo e si precipitò giù dal letto alla ricerca di qualcosa da mettere addosso; scese in cucina con una camicia stretta fra le mani e la cintura che penzolava dai passanti del jeans.

«Buongiorno, pa’.»

«Che fai alzato a quest’ora?» borbottò Giancarlo.

Suo figlio minore, capelli castani e un paio di orecchie a sventola, fissava la televisione appollaiato su una sedia. Era sempre il primo a svegliarsi, per correre a guardare i cartoni prima di andare a scuola. Marco non sopportava che suo padre e suo fratello lo privassero di quel piacere mattutino e diventava una lagna se lo disturbavano.

«Ti ho fatto il caffè.»

Mostrò al padre l’angoletto di tavolo su cui aveva spiegato un tovagliolo rosso. Era il suo modo per evitare i rimproveri: suo padre non avrebbe mai rinunciato alla tazza di caffè mattutino bell’e pronta. Quando Marco avvertiva un nervosismo particolare, poi, aggiungeva quattro biscotti e il piattino. Quella mattina si era limitato a una galletta.

Giancarlo miscelò lo zucchero con la camicia ancora sbottonata. Odiava essere in ritardo; calcolò che avrebbe perso altri dieci minuti per mettere in moto il taxi e andare a chiamare Carola.

«Spegni la televisione, vai a vestirti!»

Come se incitare il figlio a darsi una mossa lo facesse sentire a posto con la propria coscienza. Marco non si mosse di un millimetro; guardare Hello! Spank prima di andare a scuola era un’abitudine consolidata tanto quanto il lavarsi i denti. Giancarlo si pulì i baffi con un tovagliolo.

«Hai sentito? Spegni!»

Stavolta Marco, infastidito, cambiò il ginocchio su cui poggiava il mento.

«È presto ancora» obiettò.



Giancarlo si allungò verso il telecomando e premette il tasto rosso. Il cane bianco scomparve e Marco si voltò con tutta la teatralità che può avere un bambino di otto anni. Era bravo a scatenare i sensi di colpa, ma riuscì solo a fargli borbottare: «Non mi piace che stai tutto il tempo lì.»

Suonò il citofono e Giancarlo corse a rispondere; trattenne le imprecazioni finché non fu nell’ingresso.

«Sto scendendo, arrivo!»

«Salgo io» rispose la voce dall’altro capo.

Ebbe appena il tempo di allacciarsi la cintura e aprire la porta che già una donna tentava d’infilarsi in casa.

«Ecco, tieni qua un attimo.»

Gli porse un cappotto chiaro e lo superò di gran carriera.

«Buongiorno, Carola.»

Imbarazzato per esser stato colto nell’atto di sistemarsi, aggiunse: «Mi sono svegliato qualche minuto fa…»

Carola non lo degnò di uno sguardò ed entrò a passo deciso in cucina; salutò Marco e cominciò a smistare ciò che aveva portato in una busta di plastica: una vaschetta argentata e una busta gonfia d’acqua.

«Fai scaldare le lasagne per dieci minuti, va bene? E poi vi mangiate qualche mozzarella.»

Marco distolse lo sguardo dallo schermo – approfittando della distrazione del padre lo aveva riacceso – e la osservò, incuriosito.

«Perché ti sei truccata?» domandò.

«Che domanda è?»

«Non ti trucchi mai…»

«Spegni la televisione e vatti a vestire, che è tardi! Dai, su!» gli intimò lei.

Giancarlo vide Carola arrossire e suo figlio minore scendere dalla sedia di scatto e superarlo di corsa, scalpicciando coi piedi nudi sulle mattonelle. Poi tornò a guardare Carola, almeno finché lei non si voltò di scatto e chiese: «Cos’hai anche tu da guardare?»

«Io? No, niente!»

Voleva dirle che stava molto bene e che aveva fatto bene a scegliere quel vestito, ma temeva un’altra risposta brusca e così stette zitto. Pareva molto nervosa e domandarle cos’avesse non fu affatto una buona idea.

«Cos’ho? Cos’ho? È tardi, tardissimo, te lo dico io cos’ho! Se non siamo all’aeroporto entro un’ora perdo il volo!»

«Con tutti i soldi che ci ho speso…» aggiunse poi.

Chiuse il frigo con un’energica manata e batté le mani.

«Le lasagne sono in frigo e nel congelatore c’è un po’ di carne, se la vogliono. Oppure le verdure. Sei capace a fare le verdure?»

«Sì che sono capace. Comunque non ti preoccupare, ci sono le polpette di ieri.»

«Va bene, allora andiamo, per favore.»

Lo precedette nell’ingresso e Giancarlo l’aiutò ad infilarsi il cappotto. Si schiarì la voce.

«È nuovo?» domandò.

«Che nuovo e nuovo!» fece lei, spiccia. «Uno ne ho, non lo metto mica per andare a fare la spesa.»

Per un momento furono sul punto di ridere, lui tutto preso a rimestare nelle tasche del giaccone e lei che si guardava ansiosa nello specchio. Carola afferrò la borsetta e mandò un saluto generico ai ragazzi e alla casa, facendogli cenno di precederla. Scesero insieme le scale del palazzo e si infilarono rapidi nel taxi.

«Accidenti, è tardi sul serio.»

«Può darsi che ci sbrighiamo e riusciamo ad uscire prima che inizi il traffico.»

Una volta messa in moto l’auto, imboccata la via principale e alzato il volume della radio, calò il silenzio.

Carola guardava fuori dal finestrino; Giancarlo non osò richiamare la sua attenzione, pareva molto presa dai suoi pensieri. Notò che si era passata del trucco sugli occhi e, anche se all’inizio fu stranito da quel cambiamento, dopo un po’ si abituò e decise che gli piaceva; non che Carola fosse una brutta donna, ma restò così colpito dalla bellezza che emanava quella mattina, nell’abitacolo del suo taxi, che si domandò se fosse il caso o meno di farle un complimento; pensò che lei avrebbe ribattuto che complimenti, non se n’era mai accorto, e se la sarebbe presa.

Il taxi attraversò il breve tratto che li separava dal raccordo e si immise nella circolazione. Carola tirò un gran sospiro. Giancarlo non si toglieva dalla testa l’idea di doverle dire qualche cosa di carino, come se non fosse sicuro che si sarebbero rivisti e ne avrebbe avuto occasione; allo stesso tempo però capiva che per ogni minuto che passava il complimento sarebbe suonato innaturale. Perché non le aveva semplicemente detto che stava bene non appena l’aveva vista entrare in casa? Magari lei non ci avrebbe nemmeno fatto caso, ma lui si sarebbe tolto un peso.

«Ehm…»

Carola non lo guardò nemmeno. Approfittando della decelerazione imposta dalla coda, Giancarlo le lanciò un’occhiata più lunga e notò che si mordeva le pellicine della mano destra.

«Sei nervosa?»

«No, no, affatto.»

«A me pare di sì.»

«Non sono nervosa» ripeté lei. «Quanto ci vuole ancora?»

«Mezz’oretta, siamo appena partiti.»

Per quanto non fosse nervosa, Carola mandò uno sbuffo d’irritazione.

«Spero di non perdere l’aereo.»

«Non lo perderai.»

«Non dire così, mi dai i nervi.»

«E scusa, niente, allora lo perderai!» sbottò Giancarlo. «Che ti devo dire!»

«Non alzare la voce» sussurrò lei. «Ma sei nervoso?»

Gli venne da ridere, poi pensò che fosse un buon momento per togliersi quel peso.

«Io no. Stavo cercando di ricordare se questi orecchini li hai mai messi prima.»

Nessuna risposta. Pensò di essersi dato la zappa sui piedi e, senza sbilanciarsi più di tanto, borbottò che comunque gli piacevano.

«Mi apri il finestrino?» chiese lei.

«Sicuro, subito.»

Premette il pulsante per farlo abbassare in attesa di un ringraziamento che non giunse. Non lo degnava di uno sguardo, ora si sporgeva verso il vetro con disperazione ora tamburellava sul vestito con le dita. Forse doveva essere più esplicito, a suo rischio e pericolo.

«L’altro giorno è salita in macchina una donna con una gran pelliccia. Credo fosse vera, era piuttosto ingombrante e davvero, davvero eccessiva.»

«A me non piacciono le pellicce» aggiunse, più piano. «Preferisco le cose semplici.»

«Cos’hai detto? Non ho sentito» fece lei, voltandosi.

«Niente, niente.»

«Spegni la radio, non capisco niente.»

«Spegnila tu.»

Carola premette il pulsante e si lasciò andare contro lo schienale; era tesa ed incrociò le braccia al petto, forse per impedire a se stessa di martoriare le proprie dita. Giunti a metà del tragitto Giancarlo era piombato in una malinconia che non aveva previsto; pensava che si sarebbe svolto tutto così in fretta da non lasciargli il tempo di realizzare che per la prima volta dopo un po’ di tempo sarebbero stati separati: lui lì e lei molte miglia più a Nord.

Carola era talmente agitata da non ascoltarlo nemmeno e lui cercò di spendere qualche parola nel tentativo di tranquillizzarla, anche farla parlare andava bene – se per parlare non s’intendeva ricevere urla nelle orecchie.

«Non devi preoccuparti, vedrai che andrà bene. E se non va bene pazienza, questo tipo di cose è sempre un testa o croce.»

«Come sei incoraggiante.»

«Ma io sono sicuro che ce la farai.»

«Ah, bene! Sai che me ne faccio della tua sicurezza?»

«Ma perché mi tratti così, che ti ho fatto?»

«Tanto lo so, che cosa pensi!»

Giancarlo aggrottò le sopracciglia. Vedevano in lontananza il complesso dell’aeroporto.

«Che vuoi dire, scusa?»

«Lo sai benissimo che cosa voglio dire.»

Carola arrossì.

«No, non lo so.»

«Ah, non lo sai.»

La fretta di trovare un parcheggio e raggiungere l’atrio li occupò per un po’, ma mentre aspettavano che aprissero l’imbarco Giancarlo tornò perplesso a rimuginare su quell’uscita. La coppia di numeri segnata sul tabellone gli faceva credere che se non gliel’avesse chiesto in quel momento non l’avrebbe saputo mai più. Così, con tutto il coraggio – era facile farla arrabbiare, quella mattina – e l’umiltà di cui disponeva, le domandò che cosa avesse voluto dire, prima. Di nuovo lei arrossì.

«Ma che ti devo dire, Gianca’? Lo sai!» fece, sbrigativa.

«No, io non so proprio niente!»

Quel qualcosa era chiaro per tutti tranne che per lui. Che si aspettava, che ci arrivasse da solo? Senza contare che da quando si erano dati il buongiorno non aveva fatto altro che trattarlo male.

«Che sempre così fai, io sto zitto una volta, due volte, mi tengo la terza… quando ti arrabbi tu è tutto giustificato, tutto normale, se mi permetto di dire qualcosa invece diventi permalosa… sei insopportabile.»

Risentito, si infilò le mani nelle tasche.

«Io volevo solo farti un complimento, va’ poi a capire che ti passa per la testa, la prossima volta sto zitto e basta!»

«Volevi farmi un complimento?»

«Ma sì, io parlo e tu nemmeno mi ascolti! Questa è la verità, io dico le cose e tu nemmeno mi ascolti!»

Carola s’intenerì. Nel frattempo la fila per l’imbarco scorreva.

«Scusa, è che stamattina sono nervosa.»

Giancarlo grugnì qualcosa che suonava come: l’avevo detto. Carola gli prese le mani fra le sue.

«Guida tranquillo, mi raccomando.»

«Io guido sempre tranquillo.»

«Ci vediamo stasera, eh?»

«Sì, ci vediamo stasera» ripeté.

Fece un passo di lato. Distratto dalla gente che si salutava tutt’attorno non si accorse che Carola gli si era avvicinata; contro ogni sua aspettativa, lo abbracciò. Perfino il suo naso poco avvezzo agli odori fu investito dal profumo dei suoi capelli. Questa era nuova, si disse; non sapendo che altro fare, ricambiò la stretta. Lo stava stringendo troppo forte perché si trattasse di semplici convenevoli, era come quando gli dava la buonanotte e aggiungeva un buffetto sulle guance.

«Ci vediamo stasera.»

L’aereo partì in perfetto orario e Giancarlo lo guardò sollevarsi con aria stordita: durante quell’attimo di non si sapeva bene cosa c’era scappato pure un bacio sulla guancia; accidenti se era nervosa.

Come ogni mattina tornò in città e cominciò a scarrozzare gente da una parte all’altra, tenendo lontano il pensiero dell’aeroporto. Gli pareva di avere la testa ovattata, come se vedesse i numeri sul tassametro e le vie che imboccava da un luogo lontano, non dal sedile su cui passava le mattine e il pomeriggio ogni santo giorno. Squillò il telefonino.

«Mi vieni a prendere a scuola, pa’?»

Era Alberto, suo figlio maggiore.

«Se mi viene di strada. A che ora?»

«All’una e mezza, pa’. All’ora di sempre.»

Chiuse la chiamata, guardò lo schermo del telefonino e lo lasciò cadere fra gli spiccioli e la carta di una chewing-gum; la nebbia che aveva nella testa si diradò. Si accorse che stava aspettando una sua chiamata e che il non averla ancora ricevuta lo metteva a disagio: chissà se era arrivata, chissà se la prova era già iniziata, chissà perché gli aveva dato quel bacio. Era sempre così pragmatica…

Era intanto arrivato al luogo dell’appuntamento. Salì un uomo che indossava un montgomery blu e gli domandò se conoscesse il recapito di un certo dottor Fugaro.

«Non lo conosco, se non mi dà l’indirizzo come faccio a saperlo?»

«Mi può portare nei pressi di via del Boschetto?»

«Certo.»

Giancarlo mise in moto e il signore allentò la stretta della propria sciarpa.

«Allora non lo conosce, eh? Strano.»

«Non lo conosco.»

Carola a quell’ora doveva essere nel pieno della prova scritta. C’era una voce sottile sottile, da qualche parte nella sua testa, che cominciava a fare strane insinuazioni.

«È uno psicologo, sa? E uno dei migliori.»

«Non lo conosco.»

Che fosse quel concorso fosse maledetto. Il signore ridacchiò.

«Lo dicevo così, per sapere. Sono piuttosto nervoso. È la prima volta che ci vado e non so bene che aspettarmi.»

«Ma non si preoccupi, stia tranquillo… non è niente di che.»

Se Carola avesse vinto sarebbe andata a finire chissà dove e allora chi avrebbe cucinato il pranzo per i suoi figli?

«Lei è sposato?»

Quella sì che era una domanda fuori luogo. Si rese conto che il tipo stava parlando da un po’ e che lui aveva capito sì e no mezza parola. Ma aveva imparato in che misura dare corda ai suoi clienti. Non rispose, confidando che all’altro non occorresse una sua risposta.

«Certe volte le mogli si fanno venire idee strane. Ho dovuto prendere un permesso dall’ufficio per andare a fare terapia di coppia.»

Il tipo esitò, scoraggiato dal poco interesse. Però non riuscì a trattenersi.

«Ma lei c’è mai andato, a fare terapia di coppia? Sua moglie ce l’ha mai portata?»

«No, mai. Sembra interessante però.»

«Io non mi fido molto, ma va a finire che è una cosa utile. Mi chiedo perché la gente non ci pensi. Che ne dice?»

«Mah, in realtà niente.»

Giancarlo era tutto preso dagli scongiuri nei confronti dei concorsi per insegnanti e quel tipo cianciava di terapia di coppia. Dopo un momento di silenzio ci fu un “oh”, tipico di quelli che hanno capito tutto.

«Mi perdoni… » disse il cliente. «Voglio dire, non intendevo essere indelicato , ma-»

«Non è morta, mia moglie.»

Alla risposta brusca seguì un momento di silenzio. Poi entrambi risero.

«Mi perdoni, non volevo insinuare niente, ma sa…»

«Sono solo separato.»

Il tipo sembrò ancora più rammaricato per quella situazione.

«Mi dispiace.»

«Succede.»

Accese la radio, sperando che la piantasse. Così fu, perché non dissero altro per tutto il resto del viaggio. Quando giunsero a destinazione, Giancarlo si beccò un “buona fortuna” che ricambiò con veemenza, augurandosi di tutto cuore che la seduta fosse un completo disastro.

Si era fatto tardi e lui doveva passare a prendere Alberto; in quel momento Marco stava tornando a casa a piedi e presto sarebbero stati tutti a casa, per pranzo. Fermò il taxi all’angolo della strada, pronto a partire non appena Alberto fosse salito. Il ragazzo si staccò dalla massa di zaini e motorini che si accalcavano al cancello e, in una scena provata tante e tante volte, si diresse verso l’auto bianca con aria a passi lenti.

«Oh ciao, Albe’.»

«Ciao pa’.»

«Com’è andata a scuola?»

Giancarlo mise in moto e cominciò a fare manovra. Era un’ora della giornata disgraziatamente trafficata, oltre che una zona con pochissimo spazio per muoversi – ma c’era sempre chi riusciva a trovare il modo di dare il la ad una doppia fila. Preso com’era dalla necessità di rimettersi in circolo non fece caso alla risposta del figlio, ammesso che ce ne fosse stata una. Per i seguenti cento metri stette in silenzio, chiedendosi se fosse il caso di ripetere la domanda o fingere di non avere altro da aggiungere. Arrivato all’incrocio gli toccò attendere che il semaforo diventasse verde e, non avendo più il pensiero della guida a trarlo in salvo, pensò di adottare una strategia diversa.

«Io non ho fatto granché invece. Ho avuto solo tre clienti, uno che doveva andare a fare terapia di coppia.»

Si costrinse a ridere; pensava che Alberto fosse abbastanza grande da intuire la comicità della cosa. Questo non sorrise nemmeno e chiese invece: «Com’è andata stamattina? Dormivo ancora quando siete partiti.»

«Ah… bene, bene. Siamo riusciti a prendere l’aereo in tempo.»

«Quindi ora sta facendo l’esame?»

«Sì, dovrebbe.»

Cominciava a stargli parecchio sulle scatole quell’esame. Fu molto sollevato di essere arrivato a casa; spense il motore e raccolse il mazzo di chiavi, facendo per aprire lo sportello. Alberto non diede segno di volersi muovere dal sedile.

«Ma che cosa ti ha detto?»

«Chi?»

«Carola. Cioè… crede che lo passa, che no, che cosa?»

Giancarlo si strinse nelle spalle e  si mise alla ricerca della targa da fuori servizio: gli ci voleva qualche secondo per formulare una risposta che fosse il più formale e discreta possibile.

«Credo che se non si sentiva sicura non sarebbe nemmeno partita.»

«Infatti, hai ragione» annuì Alberto.

La risposta sembrava essergli piaciuta.

«Comunque non è che si sanno subito i risultati» precisò Giancarlo. «Prima bisogna aspettare che li correggono e poi anche se lo passa bisogna vedere a che posizione arriva.»

«Però noi speriamo che passa. No, pa’?»

A quel punto allungò una gamba fuori dall’abitacolo e afferrò il marsupio che teneva sul cruscotto con una fretta quasi imbarazzante; chiuse con decisione lo sportello e attese che il figlio lo raggiungesse. Il ragazzo non si muoveva; lo stava guardando con un’aria tanto seria da farlo arrossire.

«Allora, ti muovi? Tuo fratello ci sta aspettando.»

Alberto si decise a scendere dall’auto e Giancarlo notò benissimo che aveva roteato gli occhi con fare plateale. Lo precedette nell’androne e chiamò l’ascensore, chiedendosi se quella domanda gli sarebbe stata posta una seconda volta. Non voleva che Alberto covasse pensieri strani. Pensò di dover assolutamente trovare una risposta dignitosa, qualcosa che suonasse meglio di “forse non avevo mai considerato più di tanto la cosa, ma è da stamattina che questo pensiero mi sta qui”. Specialmente perché era che era sicuro che suo figlio non avrebbe trovato così normale la parte in cui diceva di sperare che la rimandassero a casa; doveva lavorare sul “non può stare a badare a noi per sempre” con più convinzione, si disse.

Marco era già tornato a casa, lasciando quale traccia della sua presenza lo zaino, il grembiule e il giubbino disseminati per l’ingresso; stava in cucina, davanti al televisore. Alberto lo raggiunse presto: i programmi dell’ora di pranzo avevano il potere di metterli d’accordo.

«Avete preso l’aereo, pa’?»

Il suo figlio più piccolo era capace di fare le domande peggiori al momento peggiore.

«Sì, sì. Lavatevi le mani, che questa si scalda subito.»

Stava scartando la teglia di lasagne che Carola aveva portato quella mattina; ne tagliò tre porzioni abbondanti e aprì lo sportello del microonde. Sornioni, Alberto e Marco si voltarono a guardarlo.

«Ricordati il piatto, pa’» fece Alberto.

«Sì, giusto.»

«Metti almeno tre minuti.»

«Sì, sì.»

«Ma perché non ti ricordi mai che la plastica non ce la puoi mettere?»

Poche cose erano divertenti come loro padre alle prese con l’insalata.

«Vi fate i cazzi vostri, sì?»

Prima che il timer del forno segnasse il termine dell’operazione, Giancarlo aveva messo su una ciotola con della lattuga e sistemato tre piatti con relative posate. Si fecero il segno della croce e iniziarono a mangiare con in sottofondo il rumore della televisione.

«Quando torna Carola?» domandò Marco.

«Stasera.»

«La vai a prendere tu?»

«Sì.»

«Posso venire anche io?»

«Anche io voglio venire» biascicò Alberto, la bocca piena di pasta.

«E venite, che vi devo dire.»

«È strano mangiare da soli» fece Marco.

Poiché nessuno fece commenti il ragazzino insistette, testardo.

«Ma perché è dovuta andare a Milano?»

«Tu non capisci mai niente» tagliò corto suo fratello.

Giancarlo inghiottì il boccone e rispose:

«Te l’ho già spiegato il perché.»

«Ah, ma io non voglio che ci vada. Gliel’ho anche detto.»

Quell’affermazione destò finalmente l’interesse degli altri due.

«Davvero? Gliel’hai detto?» domandò Alberto.

«Sì.»

«E lei che ti ha risposto?»

«Che mica è sicuro che la prendono e che non mi devo preoccupare.»

Alberto guardò suo padre; sperava che intervenisse, che dicesse qualcosa che li avrebbe cacciati da quella situazione: a nessuno di loro piaceva quell’aria di cambiamenti e la tristezza che emanavano i tre posti a tavola. Ma Giancarlo non disse nulla e si limitò a servire l’insalata.

Era sollevato: almeno qualcuno di loro aveva avuto le palle di dirglielo, almeno non era volata via senza sapere che almeno a qualcuno di loro quel concorso stava qui, sulla bocca dello stomaco. A un tratto si accorse che nessuno dei suoi figli mangiava.

«Che c’è? Che avete?» domandò.

Marco abbassò subito gli occhi, colto in fallo; Alberto fece una smorfia.

«Manca il sale, pa’.»

A quel punto anche lui arrossì e tornò a infilzare le proprie foglie con la forchetta, lento come suo solito. Il trillo del telefono tolse tutti dall’imbarazzo. Giancarlo saltò su nel leggere il nome sul display.

«Pronto, Carola?»

«Vi disturbo?»

«No, no, stiamo mangiando.»

Sia Marco che Alberto si fecero tutt’orecchi.

«Soli soletti» aggiunse.

«Ah, mi dispiace…»

Le dispiaceva sul serio, era chiaro. Giancarlo si sentì un po’ in colpa.

«Allora, hai finito?»

«Sì, proprio ora…»

«E insomma?»

«Mah, non m’è piaciuto tanto.»

Lasciò che gli raccontasse come si era svolta la prova, che tipo di domande c’erano, i tentennamenti su questa o quella risposta, e lui l’ascoltò con un sorriso che cresceva ad ogni parola. Si pulì il mento con un tovagliolo e prese in mano la boccetta per il sale. Lo sparse sulle foglie di lattuga con tre decisi movimenti del polso. Quando Carola ebbe finito il resoconto disse qualche parola di circostanza per tranquillizzarla, che sarebbe andato tutto bene e che ora non doveva pensarci più perché ormai non serviva a niente.

«Allora, stasera veniamo a prenderti tutti e tre» disse, cambiando discorso.

«Eh, tutti e tre! Non c’è bisogno.»

«Sono loro che me l’hanno chiesto.»

«Ah, allora va bene.»

Aveva sorriso, ne era sicuro. Il resto della conversazione fu uno scambio di informazioni  e di orari per decidere quando e come si sarebbero incontrati, poi si salutarono. Posato il cellulare scambiò un’occhiata con i suoi figli, che tornarono a mangiare – ad aggiungere sale ed olio all’insalata mal riuscita – senza dire una parola. Erano fiduciosi, però. Giancarlo si tratteneva dal sorridere; aveva tutto il tempo del mondo per i complimenti, pensava.


2 commenti:

  1. Questa è di una tenerezza infinita. Mi stupisco sempre di come i tuoi racconti riescano a mostrare la realtà, non come se la stessi raccontando ma come se stessi semplicemente aprendo una porta. Sembra di entrare e cogliere qualche istante, qualche scorcio di una vita vera.
    Bravissima.
    Cielo

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    1. Anche a questo sono piuttosto affezionata, quindi grazie per aver letto e grazie dei complimenti molto lusinghieri!

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