[Con la bellezza di sette mesi e ventisette giorni (ma potrei sbagliarmi, perché lo sanno tutti che non so contare) questo si classifica come il racconto dal periodo di gestazione più lungo! E non vuol dire che sia un granché, ma non l'ho abbandonato per strada ed è assai, direi]
E l’amore, non è una faccenda divertente?
Tu baci, e le labbra sono come di latta.
Lo so, il mio sentimento è più che maturo
E il tuo sentimento non riesce a fiorire.
(S.Esenin)
Giancarlo si svegliò accerchiato dalla
luce del sole e dal ronzio della televisione. Era in
ritardo e si precipitò giù dal letto alla ricerca di qualcosa da mettere
addosso; scese in cucina con una camicia stretta fra le mani e la cintura che
penzolava dai passanti del jeans.
«Buongiorno, pa’.»
«Che fai alzato a quest’ora?» borbottò
Giancarlo.
Suo figlio minore, capelli castani e un
paio di orecchie a sventola, fissava la televisione appollaiato su una sedia.
Era sempre il primo a svegliarsi, per correre a guardare i cartoni prima di
andare a scuola. Marco non sopportava che suo padre e suo fratello lo
privassero di quel piacere mattutino e diventava una lagna se lo disturbavano.
«Ti ho fatto il caffè.»
Mostrò al padre l’angoletto di tavolo su
cui aveva spiegato un tovagliolo rosso. Era il suo modo per evitare i
rimproveri: suo padre non avrebbe mai rinunciato alla tazza di caffè mattutino
bell’e pronta. Quando Marco avvertiva un nervosismo particolare, poi,
aggiungeva quattro biscotti e il piattino. Quella mattina si era limitato a una
galletta.
Giancarlo miscelò lo zucchero con la
camicia ancora sbottonata. Odiava essere in ritardo; calcolò che avrebbe perso
altri dieci minuti per mettere in moto il taxi e andare a chiamare Carola.
«Spegni la televisione, vai a vestirti!»
Come se incitare il figlio a darsi una
mossa lo facesse sentire a posto con la propria coscienza. Marco non si mosse di un
millimetro; guardare Hello! Spank prima di andare a scuola era un’abitudine
consolidata tanto quanto il lavarsi i denti. Giancarlo si pulì i baffi con un
tovagliolo.
«Hai sentito? Spegni!»
Stavolta Marco, infastidito, cambiò il
ginocchio su cui poggiava il mento.
Giancarlo si allungò verso il telecomando
e premette il tasto rosso. Il cane bianco scomparve e Marco si voltò con tutta
la teatralità che può avere un bambino di otto anni. Era bravo a scatenare i
sensi di colpa, ma riuscì solo a fargli borbottare: «Non mi piace che stai
tutto il tempo lì.»
Suonò il citofono e Giancarlo corse a
rispondere; trattenne le imprecazioni finché non fu nell’ingresso.
«Sto scendendo, arrivo!»
«Salgo io» rispose la voce dall’altro
capo.
Ebbe appena il tempo di allacciarsi la
cintura e aprire la porta che già una donna tentava d’infilarsi in casa.
«Ecco, tieni qua un attimo.»
Gli porse un cappotto chiaro e lo superò
di gran carriera.
«Buongiorno, Carola.»
Imbarazzato per esser stato colto nell’atto
di sistemarsi, aggiunse: «Mi sono svegliato qualche minuto fa…»
Carola non lo degnò di uno sguardò ed
entrò a passo deciso in cucina; salutò Marco e cominciò a smistare ciò che
aveva portato in una busta di plastica: una vaschetta argentata e una busta
gonfia d’acqua.
«Fai scaldare le lasagne per dieci
minuti, va bene? E poi vi mangiate qualche mozzarella.»
Marco distolse lo sguardo dallo schermo
– approfittando della distrazione del padre lo aveva riacceso – e la osservò,
incuriosito.
«Perché ti sei truccata?» domandò.
«Che domanda è?»
«Non ti trucchi mai…»
«Spegni la televisione e vatti a
vestire, che è tardi! Dai, su!» gli intimò lei.
Giancarlo vide Carola arrossire e suo
figlio minore scendere dalla sedia di scatto e superarlo di corsa,
scalpicciando coi piedi nudi sulle mattonelle. Poi tornò a guardare Carola,
almeno finché lei non si voltò di scatto e chiese: «Cos’hai anche tu da
guardare?»
«Io? No, niente!»
Voleva dirle che stava molto bene e che
aveva fatto bene a scegliere quel vestito, ma temeva un’altra risposta brusca e
così stette zitto. Pareva molto nervosa e domandarle cos’avesse non fu affatto
una buona idea.
«Cos’ho? Cos’ho? È tardi, tardissimo, te
lo dico io cos’ho! Se non siamo all’aeroporto entro un’ora perdo il volo!»
«Con tutti i soldi che ci ho speso…»
aggiunse poi.
Chiuse il frigo con un’energica manata e
batté le mani.
«Le lasagne sono in frigo e nel congelatore
c’è un po’ di carne, se la vogliono. Oppure le verdure. Sei capace a fare le
verdure?»
«Sì che sono capace. Comunque non ti
preoccupare, ci sono le polpette di ieri.»
«Va bene, allora andiamo, per favore.»
Lo precedette nell’ingresso e Giancarlo
l’aiutò ad infilarsi il cappotto. Si schiarì la voce.
«È nuovo?» domandò.
«Che nuovo e nuovo!» fece lei, spiccia.
«Uno ne ho, non lo metto mica per andare a fare la spesa.»
Per un momento furono sul punto di
ridere, lui tutto preso a rimestare nelle tasche del giaccone e lei che si guardava
ansiosa nello specchio. Carola afferrò la borsetta e mandò un saluto generico
ai ragazzi e alla casa, facendogli cenno di precederla. Scesero insieme le
scale del palazzo e si infilarono rapidi nel taxi.
«Accidenti, è tardi sul serio.»
«Può darsi che ci sbrighiamo e riusciamo
ad uscire prima che inizi il traffico.»
Una volta messa in moto l’auto,
imboccata la via principale e alzato il volume della radio, calò il silenzio.
Carola guardava fuori dal finestrino; Giancarlo
non osò richiamare la sua attenzione, pareva molto presa dai suoi pensieri. Notò
che si era passata del trucco sugli occhi e, anche se all’inizio fu stranito da
quel cambiamento, dopo un po’ si abituò e decise che gli piaceva; non che
Carola fosse una brutta donna, ma restò così colpito dalla bellezza che emanava
quella mattina, nell’abitacolo del suo taxi, che si domandò se fosse il caso o
meno di farle un complimento; pensò che lei avrebbe ribattuto che complimenti,
non se n’era mai accorto, e se la sarebbe presa.
Il taxi attraversò il breve tratto che
li separava dal raccordo e si immise nella circolazione. Carola tirò un gran
sospiro. Giancarlo non si toglieva dalla testa l’idea di doverle dire qualche
cosa di carino, come se non fosse sicuro che si sarebbero rivisti e ne avrebbe
avuto occasione; allo stesso tempo però capiva che per ogni minuto che passava
il complimento sarebbe suonato innaturale. Perché non le aveva semplicemente
detto che stava bene non appena l’aveva vista entrare in casa? Magari lei non
ci avrebbe nemmeno fatto caso, ma lui si sarebbe tolto un peso.
«Ehm…»
Carola non lo guardò nemmeno.
Approfittando della decelerazione imposta dalla coda, Giancarlo le lanciò
un’occhiata più lunga e notò che si mordeva le pellicine della mano destra.
«Sei nervosa?»
«No, no, affatto.»
«A me pare di sì.»
«Non sono nervosa» ripeté lei. «Quanto
ci vuole ancora?»
«Mezz’oretta, siamo appena partiti.»
Per quanto non fosse nervosa, Carola
mandò uno sbuffo d’irritazione.
«Spero di non perdere l’aereo.»
«Non lo perderai.»
«Non dire così, mi dai i nervi.»
«E scusa, niente, allora lo perderai!»
sbottò Giancarlo. «Che ti devo dire!»
«Non alzare la voce» sussurrò lei. «Ma
sei nervoso?»
Gli venne da ridere, poi pensò che fosse
un buon momento per togliersi quel peso.
«Io no. Stavo cercando di ricordare se
questi orecchini li hai mai messi prima.»
Nessuna risposta. Pensò di essersi dato
la zappa sui piedi e, senza sbilanciarsi più di tanto, borbottò che comunque
gli piacevano.
«Mi apri il finestrino?» chiese lei.
«Sicuro, subito.»
Premette il pulsante per farlo abbassare
in attesa di un ringraziamento che non giunse. Non lo degnava di uno sguardo,
ora si sporgeva verso il vetro con disperazione ora tamburellava sul vestito con
le dita. Forse doveva essere più esplicito, a suo rischio e pericolo.
«L’altro giorno è salita in macchina una
donna con una gran pelliccia. Credo fosse vera, era piuttosto ingombrante e
davvero, davvero eccessiva.»
«A me non piacciono le pellicce»
aggiunse, più piano. «Preferisco le cose semplici.»
«Cos’hai detto? Non ho sentito» fece
lei, voltandosi.
«Niente, niente.»
«Spegni la radio, non capisco niente.»
«Spegnila tu.»
Carola premette il pulsante e si lasciò
andare contro lo schienale; era tesa ed incrociò le braccia al petto, forse per
impedire a se stessa di martoriare le proprie dita. Giunti a metà del tragitto Giancarlo
era piombato in una malinconia che non aveva previsto; pensava che si sarebbe
svolto tutto così in fretta da non lasciargli il tempo di realizzare che per la
prima volta dopo un po’ di tempo sarebbero stati separati: lui lì e lei molte
miglia più a Nord.
Carola era talmente agitata da non ascoltarlo nemmeno e lui cercò
di spendere qualche parola nel tentativo di tranquillizzarla, anche farla
parlare andava bene – se per parlare non s’intendeva ricevere urla nelle
orecchie.
«Non devi preoccuparti, vedrai che andrà
bene. E se non va bene pazienza, questo tipo di cose è sempre un testa o
croce.»
«Come sei incoraggiante.»
«Ma io sono sicuro che ce la farai.»
«Ah, bene! Sai che me ne faccio della
tua sicurezza?»
«Ma perché mi tratti così, che ti ho
fatto?»
«Tanto lo so, che cosa pensi!»
Giancarlo aggrottò le sopracciglia.
Vedevano in lontananza il complesso dell’aeroporto.
«Che vuoi dire, scusa?»
«Lo sai benissimo che cosa voglio dire.»
Carola arrossì.
«No, non lo so.»
«Ah, non lo sai.»
La fretta di trovare un parcheggio e
raggiungere l’atrio li occupò per un po’, ma mentre aspettavano che aprissero
l’imbarco Giancarlo tornò perplesso a rimuginare su quell’uscita. La coppia di
numeri segnata sul tabellone gli faceva credere che se non gliel’avesse chiesto
in quel momento non l’avrebbe saputo mai più. Così, con tutto il coraggio – era
facile farla arrabbiare, quella mattina – e l’umiltà di cui disponeva, le
domandò che cosa avesse voluto dire, prima. Di nuovo lei arrossì.
«Ma che ti devo dire, Gianca’? Lo sai!»
fece, sbrigativa.
«No, io non so proprio niente!»
Quel qualcosa era chiaro per tutti
tranne che per lui. Che si aspettava, che ci arrivasse da solo? Senza contare
che da quando si erano dati il buongiorno non aveva fatto altro che trattarlo
male.
«Che sempre così fai, io sto zitto una
volta, due volte, mi tengo la terza… quando ti arrabbi tu è tutto giustificato,
tutto normale, se mi permetto di dire qualcosa invece diventi permalosa… sei
insopportabile.»
Risentito, si infilò le mani nelle
tasche.
«Io volevo solo farti un complimento,
va’ poi a capire che ti passa per la testa, la prossima volta sto zitto e
basta!»
«Volevi farmi un complimento?»
«Ma sì, io parlo e tu nemmeno mi
ascolti! Questa è la verità, io dico le cose e tu nemmeno mi ascolti!»
Carola s’intenerì. Nel frattempo la fila
per l’imbarco scorreva.
«Scusa, è che stamattina sono nervosa.»
Giancarlo grugnì qualcosa che suonava
come: l’avevo detto. Carola gli prese le mani fra le sue.
«Guida tranquillo, mi raccomando.»
«Io guido sempre tranquillo.»
«Ci vediamo stasera, eh?»
«Sì, ci vediamo stasera» ripeté.
Fece un passo di lato. Distratto dalla
gente che si salutava tutt’attorno non si accorse che Carola gli si era
avvicinata; contro ogni sua aspettativa, lo abbracciò. Perfino il suo naso poco
avvezzo agli odori fu investito dal profumo dei suoi capelli. Questa era nuova,
si disse; non sapendo che altro fare, ricambiò la stretta. Lo stava stringendo
troppo forte perché si trattasse di semplici convenevoli, era come quando gli
dava la buonanotte e aggiungeva un buffetto sulle guance.
«Ci vediamo stasera.»
L’aereo partì in perfetto orario e
Giancarlo lo guardò sollevarsi con aria stordita: durante quell’attimo di non
si sapeva bene cosa c’era scappato pure un bacio sulla guancia; accidenti se
era nervosa.
Come ogni mattina tornò in città e
cominciò a scarrozzare gente da una parte all’altra, tenendo lontano il
pensiero dell’aeroporto. Gli pareva di avere la testa ovattata, come se vedesse
i numeri sul tassametro e le vie che imboccava da un luogo lontano, non dal
sedile su cui passava le mattine e il pomeriggio ogni santo giorno. Squillò il
telefonino.
«Mi vieni a prendere a scuola, pa’?»
Era Alberto, suo figlio maggiore.
«Se mi viene di strada. A che ora?»
«All’una e mezza, pa’. All’ora di
sempre.»
Chiuse la chiamata, guardò lo schermo
del telefonino e lo lasciò cadere fra gli spiccioli e la carta di una
chewing-gum; la nebbia che aveva nella testa si diradò. Si accorse che stava
aspettando una sua chiamata e che il non averla ancora ricevuta lo metteva a
disagio: chissà se era arrivata, chissà se la prova era già iniziata, chissà
perché gli aveva dato quel bacio. Era sempre così pragmatica…
Era intanto arrivato al luogo
dell’appuntamento. Salì un uomo che indossava un montgomery blu e gli domandò
se conoscesse il recapito di un certo dottor Fugaro.
«Non lo conosco, se non mi dà
l’indirizzo come faccio a saperlo?»
«Mi può portare nei pressi di via del
Boschetto?»
«Certo.»
Giancarlo mise in moto e il signore allentò
la stretta della propria sciarpa.
«Allora non lo conosce, eh? Strano.»
«Non lo conosco.»
Carola a quell’ora doveva essere nel
pieno della prova scritta. C’era una voce sottile sottile, da qualche parte
nella sua testa, che cominciava a fare strane insinuazioni.
«È uno psicologo, sa? E uno dei
migliori.»
«Non lo conosco.»
Che fosse quel concorso fosse maledetto.
Il signore ridacchiò.
«Lo dicevo così, per sapere. Sono
piuttosto nervoso. È la prima volta che ci vado e non so bene che aspettarmi.»
«Ma non si preoccupi, stia tranquillo… non
è niente di che.»
Se Carola avesse vinto sarebbe andata a
finire chissà dove e allora chi avrebbe cucinato il pranzo per i suoi figli?
«Lei è sposato?»
Quella sì che era una domanda fuori
luogo. Si rese conto che il tipo stava parlando da un po’ e che lui aveva
capito sì e no mezza parola. Ma aveva imparato in che misura dare corda ai suoi
clienti. Non rispose, confidando che all’altro non occorresse una sua risposta.
«Certe volte le mogli si fanno venire
idee strane. Ho dovuto prendere un permesso dall’ufficio per andare a fare
terapia di coppia.»
Il tipo esitò, scoraggiato dal poco
interesse. Però non riuscì a trattenersi.
«Ma lei c’è mai andato, a fare terapia
di coppia? Sua moglie ce l’ha mai portata?»
«No, mai. Sembra interessante però.»
«Io non mi fido molto, ma va a finire
che è una cosa utile. Mi chiedo perché la gente non ci pensi. Che ne dice?»
«Mah, in realtà niente.»
Giancarlo era tutto preso dagli
scongiuri nei confronti dei concorsi per insegnanti e quel tipo cianciava di
terapia di coppia. Dopo un momento di silenzio ci fu un “oh”, tipico di quelli
che hanno capito tutto.
«Mi perdoni… » disse il cliente. «Voglio
dire, non intendevo essere indelicato , ma-»
«Non è morta, mia moglie.»
Alla risposta brusca seguì un momento di
silenzio. Poi entrambi risero.
«Mi perdoni, non volevo insinuare
niente, ma sa…»
«Sono solo separato.»
Il tipo sembrò ancora più rammaricato
per quella situazione.
«Mi dispiace.»
«Succede.»
Accese la radio, sperando che la
piantasse. Così fu, perché non dissero altro per tutto il resto del viaggio. Quando
giunsero a destinazione, Giancarlo si beccò un “buona fortuna” che ricambiò con
veemenza, augurandosi di tutto cuore che la seduta fosse un completo disastro.
Si era fatto tardi e lui doveva passare
a prendere Alberto; in quel momento Marco stava tornando a casa a piedi e
presto sarebbero stati tutti a casa, per pranzo. Fermò il taxi all’angolo della
strada, pronto a partire non appena Alberto fosse salito. Il ragazzo si staccò
dalla massa di zaini e motorini che si accalcavano al cancello e, in una scena
provata tante e tante volte, si diresse verso l’auto bianca con aria a passi
lenti.
«Oh ciao, Albe’.»
«Ciao pa’.»
«Com’è andata a scuola?»
Giancarlo mise in moto e cominciò a fare
manovra. Era un’ora della giornata disgraziatamente trafficata, oltre che una
zona con pochissimo spazio per muoversi – ma c’era sempre chi riusciva a
trovare il modo di dare il la ad una doppia fila. Preso com’era dalla necessità
di rimettersi in circolo non fece caso alla risposta del figlio, ammesso che ce
ne fosse stata una. Per i seguenti cento metri stette in silenzio, chiedendosi
se fosse il caso di ripetere la domanda o fingere di non avere altro da
aggiungere. Arrivato all’incrocio gli toccò attendere che il semaforo
diventasse verde e, non avendo più il pensiero della guida a trarlo in salvo,
pensò di adottare una strategia diversa.
«Io non ho fatto granché invece. Ho
avuto solo tre clienti, uno che doveva andare a fare terapia di coppia.»
Si costrinse a ridere; pensava che Alberto
fosse abbastanza grande da intuire la comicità della cosa. Questo non sorrise
nemmeno e chiese invece: «Com’è andata stamattina? Dormivo ancora quando siete
partiti.»
«Ah… bene, bene. Siamo riusciti a
prendere l’aereo in tempo.»
«Quindi ora sta facendo l’esame?»
«Sì, dovrebbe.»
Cominciava a stargli parecchio sulle
scatole quell’esame. Fu molto sollevato di essere arrivato a casa; spense il
motore e raccolse il mazzo di chiavi, facendo per aprire lo sportello. Alberto non
diede segno di volersi muovere dal sedile.
«Ma che cosa ti ha detto?»
«Chi?»
«Carola. Cioè… crede che lo passa, che
no, che cosa?»
Giancarlo si strinse nelle spalle e si mise alla ricerca della targa da fuori
servizio: gli ci voleva qualche secondo per formulare una risposta che fosse il
più formale e discreta possibile.
«Credo che se non si sentiva sicura non
sarebbe nemmeno partita.»
«Infatti, hai ragione» annuì Alberto.
La risposta sembrava essergli piaciuta.
«Comunque non è che si sanno subito i
risultati» precisò Giancarlo. «Prima bisogna aspettare che li correggono e poi
anche se lo passa bisogna vedere a che posizione arriva.»
«Però noi speriamo che passa. No, pa’?»
A quel punto allungò una gamba fuori
dall’abitacolo e afferrò il marsupio che teneva sul cruscotto con una fretta
quasi imbarazzante; chiuse con decisione lo sportello e attese che il figlio lo
raggiungesse. Il ragazzo non si muoveva; lo stava guardando con un’aria tanto
seria da farlo arrossire.
«Allora, ti muovi? Tuo fratello ci sta
aspettando.»
Alberto si decise a scendere dall’auto e
Giancarlo notò benissimo che aveva roteato gli occhi con fare plateale. Lo
precedette nell’androne e chiamò l’ascensore, chiedendosi se quella domanda gli
sarebbe stata posta una seconda volta. Non voleva che Alberto covasse pensieri
strani. Pensò di dover assolutamente trovare una risposta dignitosa, qualcosa
che suonasse meglio di “forse non avevo mai considerato più di tanto la cosa,
ma è da stamattina che questo pensiero mi sta qui”. Specialmente perché era che
era sicuro che suo figlio non avrebbe trovato così normale la parte in cui
diceva di sperare che la rimandassero a casa; doveva lavorare sul “non può
stare a badare a noi per sempre” con più convinzione, si disse.
Marco era già tornato a casa, lasciando
quale traccia della sua presenza lo zaino, il grembiule e il giubbino disseminati
per l’ingresso; stava in cucina, davanti al televisore. Alberto lo raggiunse
presto: i programmi dell’ora di pranzo avevano il potere di metterli d’accordo.
«Avete preso l’aereo, pa’?»
Il suo figlio più piccolo era capace di
fare le domande peggiori al momento peggiore.
«Sì, sì. Lavatevi le mani, che questa si
scalda subito.»
Stava scartando la teglia di lasagne che
Carola aveva portato quella mattina; ne tagliò tre porzioni abbondanti e aprì
lo sportello del microonde. Sornioni, Alberto e Marco si voltarono a guardarlo.
«Ricordati il piatto, pa’» fece Alberto.
«Sì, giusto.»
«Metti almeno tre minuti.»
«Sì, sì.»
«Ma perché non ti ricordi mai che la
plastica non ce la puoi mettere?»
Poche cose erano divertenti come loro
padre alle prese con l’insalata.
«Vi fate i cazzi vostri, sì?»
Prima che il timer del forno segnasse il
termine dell’operazione, Giancarlo aveva messo su una ciotola con della lattuga
e sistemato tre piatti con relative posate. Si fecero il segno della croce e
iniziarono a mangiare con in sottofondo il rumore della televisione.
«Quando torna Carola?» domandò Marco.
«Stasera.»
«La vai a prendere tu?»
«Sì.»
«Posso venire anche io?»
«Anche io voglio venire» biascicò Alberto,
la bocca piena di pasta.
«E venite, che vi devo dire.»
«È strano mangiare da soli» fece Marco.
Poiché nessuno fece commenti il
ragazzino insistette, testardo.
«Ma perché è dovuta andare a Milano?»
«Tu non capisci mai niente» tagliò corto
suo fratello.
Giancarlo inghiottì il boccone e
rispose:
«Te l’ho già spiegato il perché.»
«Ah, ma io non voglio che ci vada.
Gliel’ho anche detto.»
Quell’affermazione destò finalmente
l’interesse degli altri due.
«Davvero? Gliel’hai detto?» domandò Alberto.
«Sì.»
«E lei che ti ha risposto?»
«Che mica è sicuro che la prendono e che
non mi devo preoccupare.»
Alberto guardò suo padre; sperava che
intervenisse, che dicesse qualcosa che li avrebbe cacciati da quella
situazione: a nessuno di loro piaceva quell’aria di cambiamenti e la tristezza
che emanavano i tre posti a tavola. Ma Giancarlo non disse nulla e si limitò a
servire l’insalata.
Era sollevato: almeno qualcuno di loro
aveva avuto le palle di dirglielo, almeno non era volata via senza sapere che
almeno a qualcuno di loro quel concorso stava qui, sulla bocca dello stomaco. A
un tratto si accorse che nessuno dei suoi figli mangiava.
«Che c’è? Che avete?» domandò.
Marco abbassò subito gli occhi, colto in
fallo; Alberto fece una smorfia.
«Manca il sale, pa’.»
A quel punto anche lui arrossì e tornò a
infilzare le proprie foglie con la forchetta, lento come suo solito. Il trillo
del telefono tolse tutti dall’imbarazzo. Giancarlo saltò su nel leggere il nome
sul display.
«Pronto, Carola?»
«Vi disturbo?»
«No, no, stiamo mangiando.»
Sia Marco che Alberto si fecero
tutt’orecchi.
«Soli soletti» aggiunse.
«Ah, mi dispiace…»
Le dispiaceva sul serio, era chiaro.
Giancarlo si sentì un po’ in colpa.
«Allora, hai finito?»
«Sì, proprio ora…»
«E insomma?»
«Mah, non m’è piaciuto tanto.»
Lasciò che gli raccontasse come si era
svolta la prova, che tipo di domande c’erano, i tentennamenti su questa o
quella risposta, e lui l’ascoltò con un sorriso che cresceva ad ogni parola. Si
pulì il mento con un tovagliolo e prese in mano la boccetta per il sale. Lo
sparse sulle foglie di lattuga con tre decisi movimenti del polso. Quando
Carola ebbe finito il resoconto disse qualche parola di circostanza per
tranquillizzarla, che sarebbe andato tutto bene e che ora non doveva pensarci più
perché ormai non serviva a niente.
«Allora, stasera veniamo a prenderti
tutti e tre» disse, cambiando discorso.
«Eh, tutti e tre! Non c’è bisogno.»
«Sono loro che me l’hanno chiesto.»
«Ah, allora va bene.»
Aveva sorriso, ne era sicuro. Il resto
della conversazione fu uno scambio di informazioni e di orari per decidere quando e come si
sarebbero incontrati, poi si salutarono. Posato il cellulare scambiò
un’occhiata con i suoi figli, che tornarono a mangiare – ad aggiungere sale ed
olio all’insalata mal riuscita – senza dire una parola. Erano fiduciosi, però. Giancarlo
si tratteneva dal sorridere; aveva tutto il tempo del mondo per i complimenti,
pensava.
Questa è di una tenerezza infinita. Mi stupisco sempre di come i tuoi racconti riescano a mostrare la realtà, non come se la stessi raccontando ma come se stessi semplicemente aprendo una porta. Sembra di entrare e cogliere qualche istante, qualche scorcio di una vita vera.
RispondiEliminaBravissima.
Cielo
Anche a questo sono piuttosto affezionata, quindi grazie per aver letto e grazie dei complimenti molto lusinghieri!
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