Michele
Nardella è un buono a nulla, pensò Giacinta. Non c’era niente da fare, la
macchia d’umidità era lì, sul soffitto; la vedeva anche solo grazie alla luce della
luna, sommata a quella proveniente dall’abat-jour; senza contare poi i problemi
agli occhi che si portava dietro da almeno vent’anni. Miopia, astigmatismo, ipermetropia,
uno valeva l’altro… il succo era che senza occhiali vedeva poco e niente, ed era
comunque abbastanza per riconoscerne il contorno. Vernice professionale un
corno, trattamento antimuffa dei miei stivali. La fissava da almeno un quarto
d’ora, stesa a pancia in su; non sapeva che ore fossero e si stava convincendo
che anche quella notte sarebbe passata così: un quarto d’ora il soffitto,
mezz’ora di rosario, di nuovo il soffitto e poi cosa? La coroncina alla Divina
Misericordia, quella al Pane Eucaristico, nella speranza di essere talmente
stanca da cadere nel sonno per sfinimento.
Sua
nipote di quindici anni si lamentava spesso perché per via del caldo non
riusciva ad addormentarsi e trascorreva la notte ad annoiarsi. Bella faccia
tosta. Svegliarsi nel cuore della notte e restare per un tempo imprecisato lì
immobile, con la sensazione che ci fosse qualcuno all’altro capo del letto che
le ghermiva le caviglie, intento a tirarle le gambe come per testarne
l’elasticità; oh, di questo ci si sarebbe potuti lamentare.
Non
sapeva che farsene, di quelle gambe: alzarle, ripiegarle, stenderle, comunque
decidesse le facevano sempre male. Si ricordava l’occhiata disgustata – no, non
proprio disgustata, era più corretto definirla impaurita – che la sua nipote
più piccola aveva lanciato ai suoi polpacci la prima volta che li aveva visti
senza calze, abbastanza grande per capire che non avrebbero dovuto essere così.
Il medico le chiamava vene varicose ed era una parola come un’altra per dire
che se le era giocate per sempre e che non aveva mai voluto sottoporsi ad un intervento
chirurgico. Come se ne avesse il tempo.
Svegliarsi
nel cuore della notte e dover raccogliere le forze per alzarsi e andare in
bagno. Tra le varie cose che avrebbero potuto capitarle, Giacinta riteneva che
farsi trovare da figli, parenti o chicchessia per terra, al buio, di notte,
dovendo poi confessare a tutta la platea che “mi ero alzata per andare in bagno
e sono caduta”, fosse una delle peggiori. Nella lista c’era anche cominciare a
lamentarsi tutto il giorno dei propri problemi, di salute e non, come una
vecchierella qualsiasi.
Anche
per questo non sopportava svegliarsi nel cuore della notte: perché il silenzio,
l’immobilità e la stanchezza residua della giornata la rendevano una
vecchierella qualsiasi. Non sempre Giacinta si svegliava senza un motivo
particolare; talvolta era il caldo, un rumore più forte degli altri, altre
volte un sogno.
Faceva
spesso lo stesso sogno, con un’unica variante: i protagonisti. Sempre lo stesso
maledetto sogno, e ogni volta che si svegliava sudata e con la tachicardia
passava un po’ di tempo a calmarsi e il resto a cercare di capire cosa volesse
significare, come se una spiegazione razionale – per esempio il problema del
dentista che insisteva per tirarle gli ultimi denti e montare una dentiera,
mentre lei preferiva tenersi i suoi baluardi – allontanasse la paura.
Si
trovava in riva al mare, di solito sulla spiaggia di Mattinata o di
Manfredonia, assieme alle sue due figlie e i nipoti, alternativamente con suo
marito o il marito di una delle due. Non le era mai piaciuto troppo il mare,
probabilmente per quello le onde che vedeva andare e venire si gonfiavano in
maniera improbabile, per poi morire sulla riva poco prima di raggiungerli.
Avanti e indietro per un po’, mentre loro chiacchieravano sulla riva; o meglio,
gli altri parlavano fra loro, lei non sentiva nulla, solo il vento… Uno di
loro, uno a caso, ogni volta diverso, veniva preso dal mare. Tutti a correre
verso di lui, tutti a lanciarsi nel mare, urla contro il vento, lacrime – di
solito a piangere era sua figlia minore, Maria Luisa, che nel sogno non era
nemmeno incinta – e poi di colpo un’onda, non una abnorme come quelle che si
vedevano dalla riva, ma una all’apparenza innocua, che nel raggiungerli li
travolgeva tutti. Giacinta percepiva la forza con cui l’onda la investiva, la
trascinava sott’acqua, e diventava tutto verde, vedeva altre sagome attorno a
sé e ogni volta serrava la bocca per evitare di inghiottire acqua e sabbia
(come faceva ad accorgersi della sabbia e delle alghe? Eppure nel sogno le distingueva
benissimo), sentiva i polmoni chiudersi, provava ad alzarsi sulle gambe per
riemergere ma le gambe erano pesanti, pesantissime, due gambe elefantiache e
allora capiva che non c’era niente da fare, che non sarebbe riemersa, che
nessuno di loro sarebbe riemerso.
Il
rumore del citofono la scosse dal dormiveglia. Pensò di aver sentito male,
forse aveva solo sognato che suonassero al citofono. Ma no: un altro trillo. Allora
pensò che stessero suonando nell’appartamento di fronte al suo e richiuse gli
occhi.
Suonarono
ancora e stavolta non c’erano dubbi: cercavano lei. Rivoltò il lenzuolo e cercò
di alzarsi più in fretta che poteva; inforcati gli occhiali e infilata una
vestaglia, attraversò il corridoio e premette il pulsante per aprire il
portone.
Schiuse
la porta dell’appartamento quel tanto che bastava per avere uno scorcio del
pianerottolo. Dei passi pesanti – quasi affannati, avrebbe detto – le
suggerirono che chiunque fosse, stava salendo le scale. Chiuse la porta e si
mise in ascolto. Il visitatore impiegò parecchio tempo prima di giungere a
destinazione, tempo in cui Giacinta si ricordò che non aveva idea di che ore
fossero, ma che doveva essere notte fonda, e realizzò che qualcuno aveva
suonato al suo portone nel cuore della notte e adesso stava salendo le scale.
Nella foga del momento aveva pensato che fosse sua figlia che si sentiva male,
ma sua figlia abitava al piano di sopra. Non c’era nessun motivo al mondo per
il quale sarebbe dovuta scendere, suonare al suo citofono e poi risalire.
Il
campanello la obbligò a lasciar perdere le congetture. Dall’altra parte c’era
qualcuno che, a giudicare dal respiro, non doveva sentirsi troppo bene;
qualcuno di grosso, comunque. Qualcuno di grosso che nel cuore della notte
suonava al suo citofono e a cui lei aveva aperto il portone. Rimase immobile.
«Signora,
aprite!»
Una
voce maschile dal tono un po’ troppo alto la convinse a fidarsi. Si trovò a
guardare malissimo Nino, uno dei contadini dell’uliveto fuori dal paese.
«Che
è ‘sto casino, a quest’ora? Che vuoi?» sussurrò.
Nino
non le rispose, impegnato a riprendere fiato. Giacinta aprì di più la porta e
poco ci mancò che i denti rimasti non le cadessero assieme a tutta la
mandibola, per lo stupore: sdraiato – probabilmente adagiato da Nino – sul
pavimento del pianerottolo, con la testa ripiegata sulla spalla e privo di
maglietta, suo nipote Michele. Seguirono una serie di invocazioni alla Madonna
bisbigliate, poi fece cenno a Nino di portarlo in casa.
«Stavo
tornando dalla campagna, andavo piano, e sono passato per la via che incrocia
quella di casa vostra.»
Si
interruppe per bere a grandi sorsate l’acqua che Giacinta gli aveva offerto.
«Ho
visto qualcuno sdraiato per terra, ho pensato “sarà il solito ubriacone”, poi
gli sono passato accanto coi fari della macchina accesi. E l’ho riconosciuto.»
Nino
diede un’occhiata al ragazzo, sistemato sul divano.
«Meno
male che ci stavate voi, qua vicino, se no…» fece, terminando di bere.
Giacinta
nel frattempo lo ispezionava in cerca di una ferita, ma non trovò nulla.
«’Sto
scimunito s’è ubriacato» disse, dopo un breve silenzio.
Nino
sbuffò, divertito.
«Altroché
se s’è ‘mbriacato!»
Fatti
i dovuti ringraziamenti, dopo averlo benedetto sulla fronte un paio di volte e
avergli augurato la buonanotte, Giacinta osservò Nino scendere le scale e non
si mosse finché non sentì il rumore di chiusura del portone principale. A quel
punto cercò il suo cellulare e compose il numero di sua figlia.
Il
primo tentativo andò a vuoto, ma la seconda volta Maria Luisa rispose subito.
«Che
c’è, mamma? Che è successo? Dove sei?»
«Niente,
non è successo niente.»
«Sei
caduta? Dove sei?»
Ancora
quella storia delle cadute. Le passò la voglia di rassicurarla.
«Scendi.»
«Ma
stai bene?»
«Tu
scendi.»
«Mamma…»
«Scendi!»
Per
la prima volta guardò l’orologio: le tre e venti. Suo nipote di sedici anni
giaceva sul divano a pancia in su con l’aria di uno che non si sarebbe
svegliato tanto presto. Non aveva nemmeno la maglietta, chissà dove l’aveva
perduta. Chissà che gli era passato per la testa. Cercò di ricordare dove lei e
sua figlia avessero schiaffato tutti gli indumenti di cui non facevano più uso;
doveva sicuramente esserci una scatola con le magliette, o i pigiami alla meno
peggio, da qualche parte. A metà strada fra la stanza da letto e la cucina si
accorse che bussavano alla porta.
«Che
è successo?»
Nemmeno
il tempo di aprire la porta e già Maria Luisa l’aveva sommersa di domande a
mezza voce, col suo tono di voce concitato. Giacinta sopportò i frenetici
successivi secondi in cui le venne messa una mano sulla fronte, sulle guance,
sulle braccia, sui fianchi, con stoica rassegnazione, limitandosi a richiudere
la porta – per l’ultima volta nella serata, sperava.
«Che
c’è mamma, non riesci a dormire?»
La
vista della pancia gonfia della figlia la spinse ad interromperla.
«E
tu che facevi sveglia?»
«Non
ero sveglia.»
«Mh,
sì che eri sveglia» replicò.
Maria
Luisa restò interdetta, poi accese la luce del corridoio e la superò, diretta
in cucina.
«Ero
in dormiveglia» tagliò corto.
Il
che significava attaccata al computer a vedersi con qualcuno attraverso lo
schermo. Le aveva anche fatto provare, una volta.
«Oddio!
Ma è Michele?»
«Sì
che è Michele, chi dev’essere?»
«Ma
che è successo? Che fa qui? Sta male?»
C’era
un motivo per cui, pur con tutto il bene che le voleva e tutta
l’irresponsabilità di cui la riteneva capace, limitava allo stretto
indispensabile le visite di sua figlia: l’irritante, petulante, esageratamente
acuta vocina unita al suo scattare per ogni minima cosa. Era sempre stata così,
fin da piccola: un’esagerata, una melodrammatica.
Sparì
nella sua camera da letto, in cerca di qualcosa adatto a coprire Michele,
lasciando che traesse le sue conclusioni da sola. Di ritorno con una maglia
nera pescata dal suo guardaroba, la trovò seduta al tavolo.
«Mi
spieghi, mamma?»
«Ha
citofonato Nino e me l’ha portato così come lo vedi.»
«Nino
chi? Quello della campagna?»
«Quello
che mi porta sempre i fichi.»
Maria
Luisa sospirò.
«Un
bravo ragazzo, Nino…»
Giacinta
aspettò che sua figlia dicesse qualcosa. Maria Luisa allungò una mano verso
Michele e, come sua madre aveva fatto prima, gli spostò i capelli dal viso in
cerca di ferite. Il ragazzo dormiva senza dare segni d’irrequietezza:
probabilmente si trattava di un sonno pesante, senza sogni. Lo coprirono alla
bell’e meglio. Giacinta attendeva con le braccia conserte, avvertendo tutto a
un tratto il dolore alle gambe, per la prima volta da quando si era alzata.
«Chiamiamo
Licia?»
«Sì,
chiamiamo Licia» le fece il verso.
Storse
la bocca in segno di disapprovazione.
«Chiamiamo
Licia alle quattro di notte e te lo dico io cosa succede: fa svegliare il
marito, poi litigano, poi vengono a prendere il figlio e chissà che fine fa.
Già domani mattina questo non si sentirà bene.»
«Quindi?
Resta qua?»
«Per
stanotte resta a casa. Domani mattina, se vuole, lo viene a riprendere.»
Allo
sguardo preoccupato della figlia Giacinta rispose allargando le braccia, come a
dire “questo è quanto. Che altro possiamo fare?”. Si lasciò cadere su una sedia
e si tolse gli occhiali, chiudendo un attimo gli occhi. In quel momento si rese
conto di quanto fosse stanca e di quanto avesse bisogno di dormire. Le gambe le
facevano malissimo; non sapeva cosa fosse meno doloroso, se restare in piedi o
seduta, o sdraiata. Sua figlia le domandò qualcosa, ma lei non afferrò e le
chiese di ripetere.
«Dico,
stavi dormendo quando ha suonato Nino?»
«No,
macché. Ero sveglia.»
«E
che facevi sveglia a quell’ora, mamma?»
Il
suo tono di voce era un po’ troppo preoccupato, un po’ troppo enfatico per
poter essere preso sul serio. Giacinta si voltò verso di lei con infinita
tristezza, ma non rispose.
«Ti
fanno male le gambe?»
Chiedeva
se le facevano male le gambe. Non riuscì a trattenere un sorriso.
«Non
tanto, no. È il caldo.»
«Eh,
te lo dico sempre di accendere il condizionatore.»
«Ma
se è giù in cantina… chi è che me lo va a prendere?»
Maria
Luisa non ebbe la risposta pronta. Giacinta la trasse dall’impaccio dicendo che
l’indomani avrebbe mandato giù Michele, una volta che fosse stato in grado di
reggersi in piedi.
«Se
vuoi andare a dormire vai» aggiunse.
«No, no! Mica ti
lascio sola qui! Se tu vuoi andare invece vai, mamma…»
«Mh, lascia stare.
Tanto non ci riesco.»
Figurati se ti
lascio qui a tenere d’occhio tuo nipote, pensò.
«Non riesci a
dormire, mamma? Come mai?»
Calò il silenzio
per qualche minuto. Giacinta guardava il ragazzo senza realmente vederlo, il
pensiero al giorno seguente e alle domande di sua figlia maggiore che avrebbe
dovuto affrontare. Licia se la sarebbe presa da morire e Giacinta sapeva
benissimo che le sarebbe toccato prendersi la colpa per non averla avvisata. L’aveva
accettato nel momento in cui aveva sentenziato “per stanotte resta a casa”. Sarebbe
stata il capro espiatorio della faccenda e avrebbe dichiarato che “sono
ragazzi, voleva rincasare un po’ più tardi. Tanto ero sveglia”.
Non che Licia fosse
tanto stupida da non capire che cosa fosse accaduto in realtà, ma almeno in
quel modo evitavano ulteriori guai al ragazzo e non coinvolgevano suo padre. Meglio
tenerlo all’oscuro di tutto, lasciarlo da parte.
«Io un po’ di sonno
ce l’avrei… andiamo a dormire?»
«Vuoi dormire qua?
Ma torna a casa tua, no?»
Si rese conto di
essere stata troppo brusca e aggiustò il tiro.
«Se sei stanca vai,
tanto questo non si sveglia mica.»
«Cos’è mamma, ti
vergogni a dormire con tua figlia?»
Alla fine la
stanchezza prevalse e lasciarono Michele sul divano, col petto ben coperto e
ignaro di tutto; spensero la luce, lasciando solo la piccola finestra aperta,
in modo che non si svegliasse in un bagno di sudore. Si sistemarono nella
camera da letto, Giacinta al suo solito posto e Maria Luisa dall’altro lato.
Dopo un breve dibattito circa il coprirsi o meno con le lenzuola, tacquero. Poi
Maria Luisa disse, non senza imbarazzo:
«Era un sacco di
tempo che non dormivo in questa casa.»
Da quando ti sei
sposata quel coglione, completò Giacinta fra sé. Non rispose nulla, sarebbe
costato troppo sforzo e avrebbe riaperto un discorso inutile. Sua figlia si era
rifiutata di tornare a vivere con lei per preservare un minimo d’indipendenza,
salvo poi prendere posto nell’appartamento di sopra, vecchia proprietà del
padre di Giacinta. Maria Luisa aveva sempre fatto cose senza senso, un tipo
tutto fumo e niente arrosto. Licia era più simile a lei, o semplicemente la
maternità le aveva regalato quel po’ di senso pratico che la sorella minore non
aveva. Non ne aveva un briciolo, neanche l’ombra, spesso si diceva che le
sembrava fosse rimasta sempre a vent’anni: sempre con l’idea di potersi
rimettere in gioco, di ricominciare daccapo, e quell’irritante modo di parlare
carico di sospiri, di aggettivi e vezzeggiativi. Sua figlia non capiva “sì, no,
fai prima questo, non è il momento per le sciocchezze”, sua figlia andava appresso
alle sciocchezze; se le andava proprio a cercare.
Però qualcosa, nel
modo in cui si era intristita, le fece tenerezza.
«Tu non chiedi mai
niente… »
«Antonio lo diceva
sempre che m’imbarco in cose che non so fare» disse.
Voltò la testa
verso il muro.
«Meglio così.»
«Davvero?»
«Sì, meglio così.»
Giacinta allungò
una mano verso la sua e la strinse forte.
Quando Michele si
svegliò, fu in grado di mettersi a sedere e capire che quella in cui si trovava
non era casa sua, accettò il bicchiere d’acqua che sua zia gli porse chiedendo:
«Nonna ha detto
qualcosa?»
«No tesoro, che
avrebbe dovuto dire?»
«Mio padre?»
«Neanche sa che se
qui.»
Si lasciò andare
contro lo schienale del divano, tirando un sospiro. Maria Luisa gli riempì
nuovamente il bicchiere.
«Va’ a
ringraziarla!» disse.
Giacinta si svegliò
non prima delle dieci. Si era addormentata e aveva sognato di nuovo di essere
in riva al mare assieme ai suoi familiari, c’era sempre il vento forte e le
onde che andavano e venivano… Si limitarono a guardare il mare dalla spiaggia,
tutti quanti, e sua figlia Licia spiegava che quell’estate avrebbe mandato i
figli a fare gli animatori per il campo estivo dei più piccoli.
Una dormita
riposante, tutto sommato. Si alzò, andò in bagno e poi in cucina; era già pronta
a riprendere le fila del discorso e mettere a posto quella faccenda di Michele,
ma non trovò in casa né sua figlia né suo nipote. In compenso sul tavolo le
avevano lasciato la tazza e due fette di pane bianco, morbido, che poteva
mangiare senza preoccuparsi di masticarlo. Attaccato al muro, il condizionatore
ingombrante, con il tubo da collegare al pertugio che si apriva all’esterno del
palazzo.
È ammirevole come tu riesca a dare voce ai personaggi più svariati. Coinvolgente come sempre, e con una punta di tenerezza in più del solito.
RispondiEliminaCielo
Sono i personaggi che mi cercano perché racconti le loro storie! Grazie mille per aver letto
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