giovedì 31 luglio 2014

Restiamo a casa

Michele Nardella è un buono a nulla, pensò Giacinta. Non c’era niente da fare, la macchia d’umidità era lì, sul soffitto; la vedeva anche solo grazie alla luce della luna, sommata a quella proveniente dall’abat-jour; senza contare poi i problemi agli occhi che si portava dietro da almeno vent’anni. Miopia, astigmatismo, ipermetropia, uno valeva l’altro… il succo era che senza occhiali vedeva poco e niente, ed era comunque abbastanza per riconoscerne il contorno. Vernice professionale un corno, trattamento antimuffa dei miei stivali. La fissava da almeno un quarto d’ora, stesa a pancia in su; non sapeva che ore fossero e si stava convincendo che anche quella notte sarebbe passata così: un quarto d’ora il soffitto, mezz’ora di rosario, di nuovo il soffitto e poi cosa? La coroncina alla Divina Misericordia, quella al Pane Eucaristico, nella speranza di essere talmente stanca da cadere nel sonno per sfinimento.
Sua nipote di quindici anni si lamentava spesso perché per via del caldo non riusciva ad addormentarsi e trascorreva la notte ad annoiarsi. Bella faccia tosta. Svegliarsi nel cuore della notte e restare per un tempo imprecisato lì immobile, con la sensazione che ci fosse qualcuno all’altro capo del letto che le ghermiva le caviglie, intento a tirarle le gambe come per testarne l’elasticità; oh, di questo ci si sarebbe potuti lamentare.
Non sapeva che farsene, di quelle gambe: alzarle, ripiegarle, stenderle, comunque decidesse le facevano sempre male. Si ricordava l’occhiata disgustata – no, non proprio disgustata, era più corretto definirla impaurita – che la sua nipote più piccola aveva lanciato ai suoi polpacci la prima volta che li aveva visti senza calze, abbastanza grande per capire che non avrebbero dovuto essere così. Il medico le chiamava vene varicose ed era una parola come un’altra per dire che se le era giocate per sempre e che non aveva mai voluto sottoporsi ad un intervento chirurgico. Come se ne avesse il tempo.
Svegliarsi nel cuore della notte e dover raccogliere le forze per alzarsi e andare in bagno. Tra le varie cose che avrebbero potuto capitarle, Giacinta riteneva che farsi trovare da figli, parenti o chicchessia per terra, al buio, di notte, dovendo poi confessare a tutta la platea che “mi ero alzata per andare in bagno e sono caduta”, fosse una delle peggiori. Nella lista c’era anche cominciare a lamentarsi tutto il giorno dei propri problemi, di salute e non, come una vecchierella qualsiasi.
Anche per questo non sopportava svegliarsi nel cuore della notte: perché il silenzio, l’immobilità e la stanchezza residua della giornata la rendevano una vecchierella qualsiasi. Non sempre Giacinta si svegliava senza un motivo particolare; talvolta era il caldo, un rumore più forte degli altri, altre volte un sogno.
Faceva spesso lo stesso sogno, con un’unica variante: i protagonisti. Sempre lo stesso maledetto sogno, e ogni volta che si svegliava sudata e con la tachicardia passava un po’ di tempo a calmarsi e il resto a cercare di capire cosa volesse significare, come se una spiegazione razionale – per esempio il problema del dentista che insisteva per tirarle gli ultimi denti e montare una dentiera, mentre lei preferiva tenersi i suoi baluardi – allontanasse la paura.
Si trovava in riva al mare, di solito sulla spiaggia di Mattinata o di Manfredonia, assieme alle sue due figlie e i nipoti, alternativamente con suo marito o il marito di una delle due. Non le era mai piaciuto troppo il mare, probabilmente per quello le onde che vedeva andare e venire si gonfiavano in maniera improbabile, per poi morire sulla riva poco prima di raggiungerli. Avanti e indietro per un po’, mentre loro chiacchieravano sulla riva; o meglio, gli altri parlavano fra loro, lei non sentiva nulla, solo il vento… Uno di loro, uno a caso, ogni volta diverso, veniva preso dal mare. Tutti a correre verso di lui, tutti a lanciarsi nel mare, urla contro il vento, lacrime – di solito a piangere era sua figlia minore, Maria Luisa, che nel sogno non era nemmeno incinta – e poi di colpo un’onda, non una abnorme come quelle che si vedevano dalla riva, ma una all’apparenza innocua, che nel raggiungerli li travolgeva tutti. Giacinta percepiva la forza con cui l’onda la investiva, la trascinava sott’acqua, e diventava tutto verde, vedeva altre sagome attorno a sé e ogni volta serrava la bocca per evitare di inghiottire acqua e sabbia (come faceva ad accorgersi della sabbia e delle alghe? Eppure nel sogno le distingueva benissimo), sentiva i polmoni chiudersi, provava ad alzarsi sulle gambe per riemergere ma le gambe erano pesanti, pesantissime, due gambe elefantiache e allora capiva che non c’era niente da fare, che non sarebbe riemersa, che nessuno di loro sarebbe riemerso.
Il rumore del citofono la scosse dal dormiveglia. Pensò di aver sentito male, forse aveva solo sognato che suonassero al citofono. Ma no: un altro trillo. Allora pensò che stessero suonando nell’appartamento di fronte al suo e richiuse gli occhi.
Suonarono ancora e stavolta non c’erano dubbi: cercavano lei. Rivoltò il lenzuolo e cercò di alzarsi più in fretta che poteva; inforcati gli occhiali e infilata una vestaglia, attraversò il corridoio e premette il pulsante per aprire il portone.
Schiuse la porta dell’appartamento quel tanto che bastava per avere uno scorcio del pianerottolo. Dei passi pesanti – quasi affannati, avrebbe detto – le suggerirono che chiunque fosse, stava salendo le scale. Chiuse la porta e si mise in ascolto. Il visitatore impiegò parecchio tempo prima di giungere a destinazione, tempo in cui Giacinta si ricordò che non aveva idea di che ore fossero, ma che doveva essere notte fonda, e realizzò che qualcuno aveva suonato al suo portone nel cuore della notte e adesso stava salendo le scale. Nella foga del momento aveva pensato che fosse sua figlia che si sentiva male, ma sua figlia abitava al piano di sopra. Non c’era nessun motivo al mondo per il quale sarebbe dovuta scendere, suonare al suo citofono e poi risalire.
Il campanello la obbligò a lasciar perdere le congetture. Dall’altra parte c’era qualcuno che, a giudicare dal respiro, non doveva sentirsi troppo bene; qualcuno di grosso, comunque. Qualcuno di grosso che nel cuore della notte suonava al suo citofono e a cui lei aveva aperto il portone. Rimase immobile.
«Signora, aprite!»
Una voce maschile dal tono un po’ troppo alto la convinse a fidarsi. Si trovò a guardare malissimo Nino, uno dei contadini dell’uliveto fuori dal paese.
«Che è ‘sto casino, a quest’ora? Che vuoi?» sussurrò.
Nino non le rispose, impegnato a riprendere fiato. Giacinta aprì di più la porta e poco ci mancò che i denti rimasti non le cadessero assieme a tutta la mandibola, per lo stupore: sdraiato – probabilmente adagiato da Nino – sul pavimento del pianerottolo, con la testa ripiegata sulla spalla e privo di maglietta, suo nipote Michele. Seguirono una serie di invocazioni alla Madonna bisbigliate, poi fece cenno a Nino di portarlo in casa.
«Stavo tornando dalla campagna, andavo piano, e sono passato per la via che incrocia quella di casa vostra.»
Si interruppe per bere a grandi sorsate l’acqua che Giacinta gli aveva offerto.
«Ho visto qualcuno sdraiato per terra, ho pensato “sarà il solito ubriacone”, poi gli sono passato accanto coi fari della macchina accesi. E l’ho riconosciuto.»
Nino diede un’occhiata al ragazzo, sistemato sul divano.
«Meno male che ci stavate voi, qua vicino, se no…» fece, terminando di bere.
Giacinta nel frattempo lo ispezionava in cerca di una ferita, ma non trovò nulla.
«’Sto scimunito s’è ubriacato» disse, dopo un breve silenzio.
Nino sbuffò, divertito.
«Altroché se s’è ‘mbriacato!»
Fatti i dovuti ringraziamenti, dopo averlo benedetto sulla fronte un paio di volte e avergli augurato la buonanotte, Giacinta osservò Nino scendere le scale e non si mosse finché non sentì il rumore di chiusura del portone principale. A quel punto cercò il suo cellulare e compose il numero di sua figlia.
Il primo tentativo andò a vuoto, ma la seconda volta Maria Luisa rispose subito.
«Che c’è, mamma? Che è successo? Dove sei?»
«Niente, non è successo niente.»
«Sei caduta? Dove sei?»
Ancora quella storia delle cadute. Le passò la voglia di rassicurarla.
«Scendi.»
«Ma stai bene?»
«Tu scendi.»
«Mamma…»
«Scendi!»
Per la prima volta guardò l’orologio: le tre e venti. Suo nipote di sedici anni giaceva sul divano a pancia in su con l’aria di uno che non si sarebbe svegliato tanto presto. Non aveva nemmeno la maglietta, chissà dove l’aveva perduta. Chissà che gli era passato per la testa. Cercò di ricordare dove lei e sua figlia avessero schiaffato tutti gli indumenti di cui non facevano più uso; doveva sicuramente esserci una scatola con le magliette, o i pigiami alla meno peggio, da qualche parte. A metà strada fra la stanza da letto e la cucina si accorse che bussavano alla porta.
«Che è successo?»
Nemmeno il tempo di aprire la porta e già Maria Luisa l’aveva sommersa di domande a mezza voce, col suo tono di voce concitato. Giacinta sopportò i frenetici successivi secondi in cui le venne messa una mano sulla fronte, sulle guance, sulle braccia, sui fianchi, con stoica rassegnazione, limitandosi a richiudere la porta – per l’ultima volta nella serata, sperava.
«Che c’è mamma, non riesci a dormire?»
La vista della pancia gonfia della figlia la spinse ad interromperla.
«E tu che facevi sveglia?»
«Non ero sveglia.»
«Mh, sì che eri sveglia» replicò.
Maria Luisa restò interdetta, poi accese la luce del corridoio e la superò, diretta in cucina.
«Ero in dormiveglia» tagliò corto.
Il che significava attaccata al computer a vedersi con qualcuno attraverso lo schermo. Le aveva anche fatto provare, una volta.
«Oddio! Ma è Michele?»
«Sì che è Michele, chi dev’essere?»
«Ma che è successo? Che fa qui? Sta male?»
C’era un motivo per cui, pur con tutto il bene che le voleva e tutta l’irresponsabilità di cui la riteneva capace, limitava allo stretto indispensabile le visite di sua figlia: l’irritante, petulante, esageratamente acuta vocina unita al suo scattare per ogni minima cosa. Era sempre stata così, fin da piccola: un’esagerata, una melodrammatica.
Sparì nella sua camera da letto, in cerca di qualcosa adatto a coprire Michele, lasciando che traesse le sue conclusioni da sola. Di ritorno con una maglia nera pescata dal suo guardaroba, la trovò seduta al tavolo.
«Mi spieghi, mamma?»
«Ha citofonato Nino e me l’ha portato così come lo vedi.»
«Nino chi? Quello della campagna?»
«Quello che mi porta sempre i fichi.»
Maria Luisa sospirò.
«Un bravo ragazzo, Nino…»
Giacinta aspettò che sua figlia dicesse qualcosa. Maria Luisa allungò una mano verso Michele e, come sua madre aveva fatto prima, gli spostò i capelli dal viso in cerca di ferite. Il ragazzo dormiva senza dare segni d’irrequietezza: probabilmente si trattava di un sonno pesante, senza sogni. Lo coprirono alla bell’e meglio. Giacinta attendeva con le braccia conserte, avvertendo tutto a un tratto il dolore alle gambe, per la prima volta da quando si era alzata.
«Chiamiamo Licia?»
«Sì, chiamiamo Licia» le fece il verso.
Storse la bocca in segno di disapprovazione.
«Chiamiamo Licia alle quattro di notte e te lo dico io cosa succede: fa svegliare il marito, poi litigano, poi vengono a prendere il figlio e chissà che fine fa. Già domani mattina questo non si sentirà bene.»
«Quindi? Resta qua?»
«Per stanotte resta a casa. Domani mattina, se vuole, lo viene a riprendere.»
Allo sguardo preoccupato della figlia Giacinta rispose allargando le braccia, come a dire “questo è quanto. Che altro possiamo fare?”. Si lasciò cadere su una sedia e si tolse gli occhiali, chiudendo un attimo gli occhi. In quel momento si rese conto di quanto fosse stanca e di quanto avesse bisogno di dormire. Le gambe le facevano malissimo; non sapeva cosa fosse meno doloroso, se restare in piedi o seduta, o sdraiata. Sua figlia le domandò qualcosa, ma lei non afferrò e le chiese di ripetere.
«Dico, stavi dormendo quando ha suonato Nino?»
«No, macché. Ero sveglia.»
«E che facevi sveglia a quell’ora, mamma?»
Il suo tono di voce era un po’ troppo preoccupato, un po’ troppo enfatico per poter essere preso sul serio. Giacinta si voltò verso di lei con infinita tristezza, ma non rispose.
«Ti fanno male le gambe?»
Chiedeva se le facevano male le gambe. Non riuscì a trattenere un sorriso.
«Non tanto, no. È il caldo.»
«Eh, te lo dico sempre di accendere il condizionatore.»
«Ma se è giù in cantina… chi è che me lo va a prendere?»
Maria Luisa non ebbe la risposta pronta. Giacinta la trasse dall’impaccio dicendo che l’indomani avrebbe mandato giù Michele, una volta che fosse stato in grado di reggersi in piedi.
«Se vuoi andare a dormire vai» aggiunse.
«No, no! Mica ti lascio sola qui! Se tu vuoi andare invece vai, mamma…»
«Mh, lascia stare. Tanto non ci riesco.»
Figurati se ti lascio qui a tenere d’occhio tuo nipote, pensò.
«Non riesci a dormire, mamma? Come mai?»
Calò il silenzio per qualche minuto. Giacinta guardava il ragazzo senza realmente vederlo, il pensiero al giorno seguente e alle domande di sua figlia maggiore che avrebbe dovuto affrontare. Licia se la sarebbe presa da morire e Giacinta sapeva benissimo che le sarebbe toccato prendersi la colpa per non averla avvisata. L’aveva accettato nel momento in cui aveva sentenziato “per stanotte resta a casa”. Sarebbe stata il capro espiatorio della faccenda e avrebbe dichiarato che “sono ragazzi, voleva rincasare un po’ più tardi. Tanto ero sveglia”.
Non che Licia fosse tanto stupida da non capire che cosa fosse accaduto in realtà, ma almeno in quel modo evitavano ulteriori guai al ragazzo e non coinvolgevano suo padre. Meglio tenerlo all’oscuro di tutto, lasciarlo da parte.
«Io un po’ di sonno ce l’avrei… andiamo a dormire?»
«Vuoi dormire qua? Ma torna a casa tua, no?»
Si rese conto di essere stata troppo brusca e aggiustò il tiro.
«Se sei stanca vai, tanto questo non si sveglia mica.»
«Cos’è mamma, ti vergogni a dormire con tua figlia?»
Alla fine la stanchezza prevalse e lasciarono Michele sul divano, col petto ben coperto e ignaro di tutto; spensero la luce, lasciando solo la piccola finestra aperta, in modo che non si svegliasse in un bagno di sudore. Si sistemarono nella camera da letto, Giacinta al suo solito posto e Maria Luisa dall’altro lato. Dopo un breve dibattito circa il coprirsi o meno con le lenzuola, tacquero. Poi Maria Luisa disse, non senza imbarazzo:
«Era un sacco di tempo che non dormivo in questa casa.»
Da quando ti sei sposata quel coglione, completò Giacinta fra sé. Non rispose nulla, sarebbe costato troppo sforzo e avrebbe riaperto un discorso inutile. Sua figlia si era rifiutata di tornare a vivere con lei per preservare un minimo d’indipendenza, salvo poi prendere posto nell’appartamento di sopra, vecchia proprietà del padre di Giacinta. Maria Luisa aveva sempre fatto cose senza senso, un tipo tutto fumo e niente arrosto. Licia era più simile a lei, o semplicemente la maternità le aveva regalato quel po’ di senso pratico che la sorella minore non aveva. Non ne aveva un briciolo, neanche l’ombra, spesso si diceva che le sembrava fosse rimasta sempre a vent’anni: sempre con l’idea di potersi rimettere in gioco, di ricominciare daccapo, e quell’irritante modo di parlare carico di sospiri, di aggettivi e vezzeggiativi. Sua figlia non capiva “sì, no, fai prima questo, non è il momento per le sciocchezze”, sua figlia andava appresso alle sciocchezze; se le andava proprio a cercare.
Però qualcosa, nel modo in cui si era intristita, le fece tenerezza.
«Tu non chiedi mai niente… »
«Antonio lo diceva sempre che m’imbarco in cose che non so fare» disse.
Voltò la testa verso il muro.
«Meglio così.»
«Davvero?»
«Sì, meglio così.»
Giacinta allungò una mano verso la sua e la strinse forte.

Quando Michele si svegliò, fu in grado di mettersi a sedere e capire che quella in cui si trovava non era casa sua, accettò il bicchiere d’acqua che sua zia gli porse chiedendo:
«Nonna ha detto qualcosa?»
«No tesoro, che avrebbe dovuto dire?»
«Mio padre?»
«Neanche sa che se qui.»
Si lasciò andare contro lo schienale del divano, tirando un sospiro. Maria Luisa gli riempì nuovamente il bicchiere.
«Va’ a ringraziarla!» disse.
Giacinta si svegliò non prima delle dieci. Si era addormentata e aveva sognato di nuovo di essere in riva al mare assieme ai suoi familiari, c’era sempre il vento forte e le onde che andavano e venivano… Si limitarono a guardare il mare dalla spiaggia, tutti quanti, e sua figlia Licia spiegava che quell’estate avrebbe mandato i figli a fare gli animatori per il campo estivo dei più piccoli.
Una dormita riposante, tutto sommato. Si alzò, andò in bagno e poi in cucina; era già pronta a riprendere le fila del discorso e mettere a posto quella faccenda di Michele, ma non trovò in casa né sua figlia né suo nipote. In compenso sul tavolo le avevano lasciato la tazza e due fette di pane bianco, morbido, che poteva mangiare senza preoccuparsi di masticarlo. Attaccato al muro, il condizionatore ingombrante, con il tubo da collegare al pertugio che si apriva all’esterno del palazzo.



2 commenti:

  1. È ammirevole come tu riesca a dare voce ai personaggi più svariati. Coinvolgente come sempre, e con una punta di tenerezza in più del solito.
    Cielo

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    1. Sono i personaggi che mi cercano perché racconti le loro storie! Grazie mille per aver letto

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