mercoledì 23 aprile 2014

Il pianto della scavatrice [3]

E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un'anima
     
a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,
     
a un troncone di mura - ormai al termine
della città sull'ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina
     
nell'anima - inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura
     
per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...
Ecco Villa Pamphili, e nel lume
     
che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un'erba
     
ridotta a un'oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia
     
di distruzione - rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice...
     
Che pena m'invade, davanti a questi attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso
     
che pende a un cavalletto, nell'angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,
     
la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?
     
Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento
     
in cui sbianca questa scavatrice?
     
Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze
     
passioni. Ma non su queste forme
pure della vita... Si riduce
ad esse l'uomo, quando colme
     
siano esperienza e fiducia
nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce 

di necessità, e che ora so così liberi!
     
Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,
     
guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio - alla chiarezza
     
all'equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia
     
lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie...
Si faceva, il mondo, soggetto
     
non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo - come
     
ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.
     
Mutò la materia di un decennio d'oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura
     
a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,
     
c'era quel fervore, quella presunzione,
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione
     
di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere
     
dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario
     
nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva.


Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci

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