sabato 11 maggio 2013

Sarajevo

E adesso dormano pure tutti i nostri cari e immortali.
Sotto il ponte presso il II liceo femminile gonfia la Miljacka scorre.
Domani è domenica. Prendete il primo tramway per Ilidža.
Naturalmente, nell'ipotesi che non cada la pioggia.
La noiosa lunga pioggia di Sarajevo.
Chissà come ne sentiva la mancanza Čabrinović in prigione!
Noi la malediciamo, la insultiamo, e tuttavia mentre cade
fissiamo i nostri appuntamenti d'amore come fossimo in pieno maggio.
Noi la malediciamo, la insultiamo, coscienti che
pur ingrossata dall'acqua
la Miljacka non diventerà mai né il Guadalquivir né la Senna.
E allora! Forse per questo ti amerò di meno
e ti tormenterò meno nelle sventure?
Per questo sarà forse minore la mia fame
di te e minore il mio amaro diritto
di non dormire quando incombono sul mondo la peste o la guerra
e quando le uniche parole diventano «non dimenticare» e «addio»?

Del resto forse questa non è neppure la città dove morirò,
ma in ogni caso essa mi ha meritato
incomparabilmente più sereno,
questa città dove forse non sono neppure stato troppo felice
ma dove ogni cosa è mia e dove posso sempre 
trovare almeno qualcuno di voi che amo
e dirvi che mi sento solo fino all'angoscia,

Potrei farlo anche a Mosca, ma Esenin è morto
e Evtušenko si trova certamente in qualche posto della Georgia.
A Parigi come potrei chiamare il pronto soccorso
se non ha risposto neppure agli appelli di Villon?
Qui, se chiamo persino i pioppi, miei concittadini, 
anch'essi sapranno ciò che mi fa soffrire.
Perché questa è la città dove forse non sono stato troppo felice,
ma dove tuttavia anche la pioggia quando cade non è solo pioggia.

1961

Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte

sabato 13 aprile 2013

Sarebbe certo andato tutto bene

Sarebbe certo andato tutto bene,
una passeggiata un caffè, al cinema
qualche volta insieme, le cene
a casa o al ristorante; sarebbe stato
insomma tutto regolare 
se all'improvviso togliendosi gli occhiali
non si fosse seduta sorridendo 
con un'aria leggermente impaurita
e i capelli un po' spettinati
che la facevano sembrare appena uscita
da un sonno o da una corsa.

Patrizia Cavalli

mercoledì 10 aprile 2013

Dietro la porta

Lucrezia sta tentando di scrivere quella lettera da ormai troppo tempo e in cuor suo sa che non la finirà mai e le sue parole invecchieranno nel cestino. È inutile perdere altro tempo a scervellarsi: una volta recapitata verrebbe comunque stracciata, lanciata nel fuoco, mangiucchiata fra le lacrime.

L’idea le era piaciuta, per qualche ora; metterlo per iscritto l’avrebbe reso più reale, avrebbe dato al tutto un languore romantico, lo avrebbe purificato. Non può scrivere perché le trema la mano. Dopotutto non è ancora successo niente e imprimerlo sul foglio con la penna sarebbe come emettere un’amara e prematura sentenza; il Caro Francesco in alto a sinistra sa di presa in giro e anche le due righe successive le risultano estranee: non può scrivere altro perché non ha niente da dire e infiocchettare quella lettera venefica con piccole concessioni e aneddoti affettuosi non ha alcun senso. Sono tutte cose che Francesco scoprirebbe per la prima volta da un pezzo di carta, piuttosto che dalla bocca di sua moglie.

giovedì 4 aprile 2013

L'ultima settimana di Alice Maas


La prima cosa che Alice Maas faceva ogni mattina, dopo essersi alzata e aver spalmato il gel idratante sulle guance e sulla fronte, era pensare ad un nuovo modo per uccidere suo padre. Ci pensava nell’arco di tempo fra le otto e il mezzogiorno – il periodo in cui restava a casa assieme a lui – affinando mano a mano la tecnica e aggiungendo dettagli su dettagli; dopo qualche settimana di rodaggio aveva già ideato ben sei modi differenti per commettere il delitto, uno per ogni giorno della settimana – eccezion fatta per la domenica, ma su questo c’era ancora da lavorare.